Responsabile: Stefania SIDOLI

PERCHE' NON UTILIZZARE ANCHE LA BANCA DEL TEMPO?

M. Grazia Brinchi

Si va dissertando su come potremmo vivere oltre il 2000 e, nel frattempo, aumenta in maniera preoccupante e paurosa il numero di quanti, in questa nostra Europa della moneta unica e dell'economia concreta, sono costretti loro malgrado all'ozio, all'inoperosità.
In una società del tempo liberato - per dirla come André Gorz, dove la metamorfosi continua del lavoro e la riduzione degli orari creano situazioni di insoddisfazione profonda nei lavoratori, cresce e si amplia la schiera dei disoccupati, dei cassintegrati, dei giovani in cerca di prima occupazione. E flessibilità sembra essere la stellina sulla bacchetta magica, capace di mettere ordine in uno scenario che al momento tanto ordinato non é.
Ma quale flessibilità e per chi? per le aziende, per i lavoratori, per le lavoratrici, per il sindacato?
Una flessibilità soprattutto libera da equivoci che ne sviliscono il significato a vantaggio della schiera minoritaria di chi ha il potere di decidere senza appello della sorte di lavoratori e lavoratrici, di disoccupate e disoccupati.
Infatti, una diversa organizzazione degli orari potrebbe essere uno degli strumenti per dare risposte concrete a quell'esercito di giovani, e di donne in particolare, che vivono la realtà del "non lavoro", del lavoro non retribuito, del "lavoretto precario", dei contratti di formazione e lavoro senza sbocchi in occupazione fissa e regolare.
I francesi identificano la flessibilità con una valigia nella quale tutto sta dentro buttato alla rinfusa, senza un ordine stabilito e senza obiettivi di concreta utilità. E' in questa confusione (a cominciare dallo stesso significato etimologico) che bisogna mettere ordine. Bisogna arrivare ad identificare l'attuale vocabolo flessibilità con un nuovo termine più consono alle situazioni diverse che il mercato del lavoro e le necessità dei cittadini e delle cittadine stanno vivendo.
In Italia il termine flessibilità dovrebbe significare creazione di opportunità di lavoro: solo attraverso la flessibilità si creerebbero occasioni di lavoro. Ma dai dati Istat si scopre che negli ultimi dieci anni la percentuale di nuova occupazione e di nuovi lavori é decisamente irrisoria, perché nonostante prepensionamenti, espulsioni, ristrutturazioni di lavoro e la nascita di nuove attività lavorative, con organizzazione di lavoro a rete, l'occupazione non é aumentata, anzi è percentualmente diminuita perché nel frattempo si sono persi per via migliaia di posti di lavoro, sostituiti da poche assunzioni e solo con contratti di lavoro atipici ed a termine. E' mancato soprattutto il ricorso ad azioni positive che favorissero l'inserimento lavorativo delle donne laddove esse sono sottorappresentate.
Non si può non concordare con l'osservazione fatta da Patrizio Bianchi, Presidente di "Sviluppo Italia" che ritiene che "la flessibilità complessiva del paese consista nella capacità di cogliere le varie opportunità e di sfruttarle fino in fondo". Una opportunità, ad esempio, che viene offerta dalle tante, tantissime, giovani donne che - secondo la recente ricerca ISTAT - sono le prime negli studi ma, contemporaneamente, sono portatrici anche di una cultura del tempo libero e del tempo lavorato su cui é doveroso oramai riflettere.
Nei paesi del nord Europa, il ricorso a forme più flessibili di lavoro che favoriscano le donne ed i giovani é da tempo una realtà.
In Olanda, dove la percentuale delle donne occupate a tempo parziale supera il 30%, con differenziazioni notevoli rispetto ai livelli professionali; il part-time, ultimamente viene sperimentato in alcune aziende pilota anche ai livelli dirigenziali, con una organizzazione d'orario più snella che non pregiudica avanzamenti di carriera nè riconoscimenti sul piano professionale e personale.
Su questa linea, seppure con aspetti autoritari e antisindacali era l'Inghilterra della Signora Thatcher, che adottando il part-time come mezzo obbligato per limitare una disoccupazione dilagante impose, senza possibilità di ulteriori e diverse scelte, una globale riorganizzazione degli orari di lavoro.
E' interessante, quindi analizzare il significato che gli inglesi danno, oggi, al termine "flexibility": equilibrio tra l'evolversi di nuove tipologie di lavoro e la riorganizzazione di orari assai più vicini alle esigenze dei lavoratori e delle lavoratrici e non legate solo ad esigenze di produttività. Un concetto diverso, quindi, e, con un gioco di parole, più flessibile, che si potrebbe applicare anche in Italia a soluzioni lavorative nuove per consentire ai lavoratori ed alle lavoratrici la piena conciliabilità tra lavoro, vita sociale, vita familiare, tempo libero, affetti.
Quindi flessibile come snello, che ha trovato applicazione anche in Italia in una azienda multinazionale quale la Sony che, adottando lo strumento del job sharing non limita il naturale obiettivo del lavoratore e della lavoratrice alla progressione nella carriera né le esigenze di una vita che tutti noi abbiamo e dobbiamo vivere al di fuori dell'ambiente di lavoro. Una proposta: perché non utilizzare nel nostro Paese anche "le credit du temps", la banca del tempo, come già avviene in Germania e nei paesi scandinavi, quale ulteriore elemento di flessibilità?
Laura Balbo, Ministra per le Pari Opportunità, ha in programma di convocare le rappresentanti delle Donne di CGIL, CISL, UIL per iniziare una riflessione seria sull'opportunità di favorire l'uso del part-time ai diversi livelli della Pubblica Amministrazione, anche a quelli medio alti, con forme più flessibili d'orario e di lavoro. Le donne UIL, interrogandosi - e non da ieri - su una diversa organizzazione degli orari di lavoro e dei tempi di vita, vedrebbero con molto favore l'impiego di un tempo più flessibile ed una maggiore snellezza nei lavori stessi, auspicando anche la trasformazione del part-time in flexitime, dove la flessibilità é parte integrante dell'attività lavorativa e concede alle lavoratrici ed ai lavoratori di programmare il proprio "tempo lavorato" e il proprio "tempo vissuto" in maniera armonica e quindi più umana.

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