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PERCHE' NON UTILIZZARE ANCHE
LA BANCA DEL TEMPO?
M. Grazia Brinchi
Si va dissertando su come potremmo
vivere oltre il 2000 e, nel frattempo, aumenta in maniera preoccupante e
paurosa il numero di quanti, in questa nostra Europa della moneta unica e
dell'economia concreta, sono costretti loro malgrado all'ozio,
all'inoperosità.
In una società del tempo liberato - per dirla come André Gorz, dove la
metamorfosi continua del lavoro e la riduzione degli orari creano situazioni
di insoddisfazione profonda nei lavoratori, cresce e si amplia la schiera
dei disoccupati, dei cassintegrati, dei giovani in cerca di prima
occupazione. E flessibilità sembra essere la stellina sulla bacchetta
magica, capace di mettere ordine in uno scenario che al momento tanto
ordinato non é.
Ma quale flessibilità e per chi? per le aziende, per i lavoratori, per le
lavoratrici, per il sindacato?
Una flessibilità soprattutto libera da equivoci che ne sviliscono il
significato a vantaggio della schiera minoritaria di chi ha il potere di
decidere senza appello della sorte di lavoratori e lavoratrici, di
disoccupate e disoccupati.
Infatti, una diversa organizzazione degli orari potrebbe essere uno degli
strumenti per dare risposte concrete a quell'esercito di giovani, e di donne
in particolare, che vivono la realtà del "non lavoro", del lavoro
non retribuito, del "lavoretto precario", dei contratti di
formazione e lavoro senza sbocchi in occupazione fissa e regolare.
I francesi identificano la flessibilità con una valigia nella quale tutto
sta dentro buttato alla rinfusa, senza un ordine stabilito e senza obiettivi
di concreta utilità. E' in questa confusione (a cominciare dallo stesso
significato etimologico) che bisogna mettere ordine. Bisogna arrivare ad
identificare l'attuale vocabolo flessibilità con un nuovo termine più
consono alle situazioni diverse che il mercato del lavoro e le necessità
dei cittadini e delle cittadine stanno vivendo.
In Italia il termine flessibilità dovrebbe significare creazione di
opportunità di lavoro: solo attraverso la flessibilità si creerebbero
occasioni di lavoro. Ma dai dati Istat si scopre che negli ultimi dieci anni
la percentuale di nuova occupazione e di nuovi lavori é decisamente
irrisoria, perché nonostante prepensionamenti, espulsioni, ristrutturazioni
di lavoro e la nascita di nuove attività lavorative, con organizzazione di
lavoro a rete, l'occupazione non é aumentata, anzi è percentualmente
diminuita perché nel frattempo si sono persi per via migliaia di posti di
lavoro, sostituiti da poche assunzioni e solo con contratti di lavoro
atipici ed a termine. E' mancato soprattutto il ricorso ad azioni positive
che favorissero l'inserimento lavorativo delle donne laddove esse sono
sottorappresentate.
Non si può non concordare con l'osservazione fatta da Patrizio Bianchi,
Presidente di "Sviluppo Italia" che ritiene che "la
flessibilità complessiva del paese consista nella capacità di cogliere le
varie opportunità e di sfruttarle fino in fondo". Una opportunità, ad
esempio, che viene offerta dalle tante, tantissime, giovani donne che -
secondo la recente ricerca ISTAT - sono le prime negli studi ma,
contemporaneamente, sono portatrici anche di una cultura del tempo libero e
del tempo lavorato su cui é doveroso oramai riflettere.
Nei paesi del nord Europa, il ricorso a forme più flessibili di lavoro che
favoriscano le donne ed i giovani é da tempo una realtà.
In Olanda, dove la percentuale delle donne occupate a tempo parziale supera
il 30%, con differenziazioni notevoli rispetto ai livelli professionali; il
part-time, ultimamente viene sperimentato in alcune aziende pilota anche ai
livelli dirigenziali, con una organizzazione d'orario più snella che non
pregiudica avanzamenti di carriera nè riconoscimenti sul piano
professionale e personale.
Su questa linea, seppure con aspetti autoritari e antisindacali era
l'Inghilterra della Signora Thatcher, che adottando il part-time come mezzo
obbligato per limitare una disoccupazione dilagante impose, senza
possibilità di ulteriori e diverse scelte, una globale riorganizzazione
degli orari di lavoro.
E' interessante, quindi analizzare il significato che gli inglesi danno,
oggi, al termine "flexibility": equilibrio tra l'evolversi di
nuove tipologie di lavoro e la riorganizzazione di orari assai più vicini
alle esigenze dei lavoratori e delle lavoratrici e non legate solo ad
esigenze di produttività. Un concetto diverso, quindi, e, con un gioco di
parole, più flessibile, che si potrebbe applicare anche in Italia a
soluzioni lavorative nuove per consentire ai lavoratori ed alle lavoratrici
la piena conciliabilità tra lavoro, vita sociale, vita familiare, tempo
libero, affetti.
Quindi flessibile come snello, che ha trovato applicazione anche in Italia
in una azienda multinazionale quale la Sony che, adottando lo strumento del
job sharing non limita il naturale obiettivo del lavoratore e della
lavoratrice alla progressione nella carriera né le esigenze di una vita che
tutti noi abbiamo e dobbiamo vivere al di fuori dell'ambiente di lavoro. Una
proposta: perché non utilizzare nel nostro Paese anche "le credit du
temps", la banca del tempo, come già avviene in Germania e nei paesi
scandinavi, quale ulteriore elemento di flessibilità?
Laura Balbo, Ministra per le Pari Opportunità, ha in programma di convocare
le rappresentanti delle Donne di CGIL, CISL, UIL per iniziare una
riflessione seria sull'opportunità di favorire l'uso del part-time ai
diversi livelli della Pubblica Amministrazione, anche a quelli medio alti,
con forme più flessibili d'orario e di lavoro. Le donne UIL, interrogandosi
- e non da ieri - su una diversa organizzazione degli orari di lavoro e dei
tempi di vita, vedrebbero con molto favore l'impiego di un tempo più
flessibile ed una maggiore snellezza nei lavori stessi, auspicando anche la
trasformazione del part-time in flexitime, dove la flessibilità é parte
integrante dell'attività lavorativa e concede alle lavoratrici ed ai
lavoratori di programmare il proprio "tempo lavorato" e il proprio
"tempo vissuto" in maniera armonica e quindi più umana.
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