Responsabile: Stefania SIDOLI

FLESSIBILITA', EMARGINAZIONE E PARI OPPORTUNITA'

Tiziana Arcozzi Responsabile Donne UIL Emilia Romagna

Nella realtà socioeconomica e politica che si sta delineando mentre ci affacciamo al 2000, ci chiediamo se le donne hanno raggiunto veramente una situazione di pari opportunità, o non stanno invece rischiando una nuova emarginazione.
Come sindacalista, se penso alle donne, penso alle lavoratrici in senso lato, e cioè anche alle donne in cerca di occupazione, alle donne espulse dal mercato del lavoro e che faticano a reinserirsi: la disoccupazione colpisce più le donne degli uomini, anche se sappiamo che l’occupazione femminile è in aumento rispetto al passato.
Questo, da un lato è dovuto all’espansione dei servizi alla persona degli anni ’80, ma dall’altro è sicuramente il frutto della determinazione e della forza di volontà delle donne, al loro desiderio di affermazione, alla voglia di contribuire allo sviluppo e al progresso del nostro Paese, finalizzato anche ad un futuro migliore per i propri figli.
Ed ecco che succede che il lavoro nero, il lavoro sottopagato, il part-time hanno una caratterizzazione femminile: spesso sono l’unica alternativa alla non occupazione. Alternativa che le donne sono comunque disposte a subire pur di lavorare.
Così come le donne sono sempre più disponibili a mettersi in gioco, ad assumersi responsabilità dirette, per esempio avviando attività autonome anche legate alle nuove tecnologie, nonostante i tanti problemi che devono affrontare come qualunque altro imprenditore, ai quali però si aggiunge per esempio il lavoro di cura, che comunque resta a carico delle donne e che sempre di più si sta orientando verso interventi non a sostegno della famiglia, ma attraverso la stessa, cioè usando la famiglia.
C’è stato, per esempio in Emilia-Romagna, il momento in cui i diritti alla persona dovevano trovare una risposta pubblica attraverso servizi possibilmente gratuiti. Oggi non c’è più il governo centrale che ripiana i disavanzi, quindi bisogna risparmiare. Giusto, ma perchè pensare solo a tagliare i finanziamenti e non invece ad ottimizzare i servizi.
Si sta affermando, ogni giorno di più, il principio dell’assistenza domiciliare integrata nei confronti dei minori, degli anziani, degli handicappati. Può essere una soluzione a problemi reali delle famiglie, purchè accompagnata da servizi esterni adeguati. Serve però uno stato sociale che intervenga in favore della famiglia, che programmi per la famiglia interventi, strutture, sostegno psicologico, aiuto finanziario, assistenza medica e/o infermieristica; il tutto non frammentato o improvvisato in base ad esigenze individuali, ma coordinato da chi ha prima analizzato le situazioni non solo della singola famiglia, ma anche, ad esempio se si tratta di una città medio grande, di un quartiere.
In caso contrario, diventa difficile conciliare questa soluzione con la volontà o la necessità che ha la donna di lavorare, in un sistema così poco flessibile come lo è il nostro; dovrà non lavorare o adeguarsi a quelle forme di lavoro che possono emarginare.
Dovrà essere nostro preciso impegno ottenere che all’interno delle aziende, sia private che pubbliche, si svolga una contrattazione vera sulle possibili flessibilità dell’organizzazione del lavoro, sulle possibili flessibilità dell’orario di lavoro che può essere articolato in modo da favorire le lavoratrici e i lavoratori, ed essere produttivo per l’azienda attraverso un miglior utilizzo delle risorse umane.
Solo in questo modo possiamo far sì che nuove forme di lavoro come il part-time, il lavoro a domicilio, il telelavoro e il lavoro flessibile, si trasformino in opportunità positive per i lavoratori e soprattutto per le lavoratrici.
Si dovrà discutere l’applicazione del part-time visto non come un ripiego, ma come una precisa scelta delle lavoratrici e dei lavoratori, e dell’orario flessibile che può essere funzionale sia all’azienda che al lavoratore, per determinati periodi dell’anno o in particolari settori: la lavoratrice o il lavoratore possono utilizzarlo per organizzare la loro vita famigliare (per es. rispetto all’assistenza domiciliare integrata); al datore di lavoro può servire per evitare periodi di cassa integrazione o di straordinari, programmando gli orari sulla base dell’andamento del mercato.
Il nostro Paese si trova a dover affrontare il problema della flessibilità ogni volta che si affrontano le grandi questioni di razionalizzazione del sistema economico e produttivo, in particolare quando si discute di costo del lavoro: sembra che chi ci governa non sia attento ad obiettivi di sviluppo sociale ma solo di costi, nonostante preoccupanti segni di disgregazione sociale.
La flessibilità è vista soltanto in un’ottica di efficienza, efficacia ed economicità, attraverso le determinazioni operative e gestionali del privato datore di lavoro. In genere ci si dimentica del settore pubblico dove sempre più, anche in funzione delle nuove regole, acquistano rilevanza l’efficacia e l’efficienza dei servizi, senza mai dimenticare l’utenza.
Il contratto degli Enti locali prevede già da parecchi anni la possibilità di un’organizzazione del lavoro flessibile con orario settimanale diversificato per determinati periodi dell’anno. E’ un pezzo di contratto praticamente mai applicato. Questo rafforza la mia convinzione sulla necessità di modificare la nostra cultura del lavoro: dobbiamo modificarla innanzitutto noi come Sindacato, la devono modificare i lavoratori così come i datori lavoro, soprattutto coloro che amministrano la cosa pubblica e che quindi hanno maggiori doveri verso tutta la collettività.
Dobbiamo chiedere, anzi pretendere che la concertazione, relativamente a materie che attengono complessivamente all’organizzazione del lavoro, tenga conto della capacità propositiva delle donne soprattutto in materia di servizi e quindi su come coniugare le esigenze soggettive con quelle produttive e soprattutto su come migliorare la distribuzione del tempo che si dedica al lavoro, alla famiglia, a sé stessi, senza costringere le lavoratrici e i lavoratori a scegliere fra lavoro e vita privata.
In altre parole, il Sindacato e noi donne in prima persona, dobbiamo condurre una vera e propria battaglia per coniugare gli obiettivi di sviluppo economico con le conquiste sociali e con l’importante ruolo della donna nell’intera società.

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