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COORDINAMENTO DONNE UIL -
COORDINAMENTO DONNE UIL SANITA'
RIFORMA BINDI:
FATTI, PROSPETTIVE, UTOPIE...
COSA NE PENSANO LE DONNE?
Conclusioni di
Stefania Sidoli - Responsabile Nazionale Donne UIL
Roma,
28 ottobre 1999
A priori di qualunque
considerazione relativa al rapporto donna/universo salute e sanità è
la consapevolezza che la vita di ogni individuo è organizzata intorno
ad un contratto sociale implicito le cui componenti (da un lato il
contratto che riguarda il ruolo delluomo e della donne e dallaltro
quello che riguarda loccupazione) hanno determinato lattuale
ripartizione delle responsabilità familiari e professionali.
Questo contratto ha, nel tempo, stabilito che le donne si assumessero lintera
responsabilità delle cure per i membri della famiglia e dei compiti
domestici, e che agli uomini spettasse prioritariamente di occuparsi del
benessere economico e finanziario delle loro famiglie. In realtà questo
tipo di contratto sociale non corrisponde più alla realtà quotidiana
degli uomini e, soprattutto, delle donne; le famiglie con doppio reddito
e le famiglie con un solo genitore sono sempre più frequenti, mentre
diminuisce notevolmente il numero dei nuclei familiari in cui uno dei
membri si occupa a tempo pieno delle faccende domestiche.
Le donne hanno dovuto, quindi, riorganizzare la loro vita per fare
fronte a ruoli familiari e professionali apparentemente incompatibili. Linsufficienza
delle misure volte a risolvere e le tensioni che ne derivano costa non
solo alle singole persone coinvolte, ma anche alla società nel suo
insieme; è quindi essenziale la costruzione di una risposta ai bisogni
della famiglia e dei suoi singoli componenti che abbia al centro la
piena consapevolezza che è delle donne la cura dei figli, degli
anziani, degli ammalati, pur nel quadro di una forte rete di servizi
sociali e personali ( come è nella mia Regione).
Il soggetto donna appare infatti il partner esplicito del sistema
di welfare italiano, ed è a lei che - quando si tratta di bisogni di
cura - spetta il compito di demercificare, di sottrarre, cioè,
allalea del mercato il soddisfacimento di una serie di bisogni.
Più che in altri paesi, in Italia le politiche attive nei confronti
della famiglia sono state - ed ancora in larga misura sono - il prodotto
di politiche di settore o categoriali; la questione delle dipendenze e
interdipendenze che si creano allinterno della famiglia, e delle
responsabilità che - spesso nel più assoluto isolamento ricadono sulle
donne, fatica a ricevere un riconoscimento positivo autonomo, quando non
appare come fatto scontato e, di conseguenza, non riconosciuto perchè
considerato un dovere, una sorta di obbligo naturale con effetti
straordinariamente negativi sul grado di stima in se stesse delle donne
e sulla loro consapevolezza di essere protagoniste del nostro sistema
sociale anche per quellobbligo assolto.
E quindi assolutamente necessario passare dalla sottovalutazione al
riconoscimento, in particolare se vogliamo rendere effettivamente
raggiungibili alcuni degli obiettivi contenuti nel Piano Sanitario
Nazionale.
E difatti impossibile pensare praticamente ad obiettivi di
prevenzione, di diffusione di nuovi stili di vita, di costruzione di
nuovi modelli di assistenza se contemporaneamente non si affronta in
modo esplicito il ruolo che in questi diversi modelli è affidato -
implicitamente - alla donna. Che abbiamo voluto vedere come mediatrice
fra salute e malattia, fra i luoghi della salute e della malattia.
La donna mediatrice perchè la donna è più paziente delluomo,
attribuendo al termine paziente tutta lambiguità del ruolo femminile
nel momento in cui la donna si confronta con la propria salute e quella
dei familiari. Perchè la donna ha un ruolo di cerniera con i luoghi
della salute; perchè assolve quasi obbligatoriamente il ruolo di
assistenza ai figli, ai malati, ai non autosufficienti del nucleo
familiare. Perchè ancora oggi spesso la donna rinuncia al lavoro,
sceglie il part-time, si assenta per accudire i figli, nonostante le
nuove leggi concedano tale diritto anche al padre. La donna è più
paziente perchè vive eventi legata alla vita riproduttiva quali laborto,
la maternità, la menopausa che la costringono a confrontarsi, più di
quanto faccia luomo, con una cultura della salute che tiene conto in
modo ancora insufficiente dei bisogni delluomo ed ancor più di
quelli della donna; perchè più delluomo appare esposta a malattie
psicosomatiche, a patologie da disagio come quelle legate alla
dipendenza da cibo.
Caratteristica del P.S.N. è quella di affrontare il problema che la
sociologia definisce della cura non solo in senso
medico-terapeutico ma anche in quello più vasto che comprende tutte le
relazioni derivanti dallinteresse e dalla solidarietà umana. Ciò
che dovrebbe essere competenza di tutti i servizi sociali e di tutta lattività
informativa, ma che resta di fatto lassistenza legata al ruolo
femminile.
Si tratta ancora una volta di un intreccio complesso e contraddittorio:
perchè le donne rifiutano il nuovo che le riduce a divenire erogatrici
di benefici privi di riconoscimento sociale, però non intendono
rinunciare alla necessità di relazione come fatto non automatico, ma
come ricerca privilegiata fra gli umani.
E sappiamo bene quanto il mettersi in relazione abbia in medicina una
valenza tutta particolare: molte delle denunce che passano per i tribunali
dei malati si riferiscono a carenze che sono in primo luogo
incapacità, vuoi dellistituzione, vuoi del singolo operatore di
comunicare realmente con il/la paziente.
Il rapporto donna/salute appare quindi molto più complesso di quanto
non emerga dalla trattazione, diciamo così tradizionale, che si muove
essenzialmente lungo due filoni: da un lato il ruolo di mediazione che
le donne hanno nei confronti della salute altrui; dallaltro gli
argomenti legati alla riproduzione (e quindi nascita, contraccezione,
cure pre e post-natali, menopausa). Ma davvero si esaurisce in questo la
salute di una donna e la responsabilità sua e delle istituzioni
preposte? Personalmente sono convinta di no, e tuttavia quella
rappresenta un modo usuale di pensare al collegamento donna e salute, e
sottolineo quindi la necessità di un suo ripensamento, a livello
disciplinare e di senso comune.
Prendiamo per esempio la teoria sociologica secondo la quale che è
sposato vive di più e meglio di chi non lo è, particolarmente per la
donna in quanto si ritiene che il benessere psicofisico che essa trae
dalla vita matrimoniale non derivi solo dalla risposta ai bisogni di
sessualità e di affettività (risposta propria peraltro di qualunque
soddisfacente rapporto di coppia), ma dallidentità sociale più
forte, chiara e definita che ne deriva.
Questo può significare che è più precario lo stato di salute di una
donna che, non essendo moglie e madre, mancherebbe di una legittimazione
sociale e personale forte? Il legame presunto tra salute della donna e
sua posizione familiare deve farci ritenere che la donna è allinterno
della famiglia che trova il suo stato di benessere e di salute? Non è
forse vero che in unepoca che ha archiviato il patriarcato è
necessario ripensare e ridefinire i termini entro i quali affrontare la
questione? E come si può lavorare in direzione del cambiamento senza
con questo svalorizzare la posizione familiare di alcune, molte donne,
senza però farne ancora il punto di partenza da cui tutto il resto
assume rilievo e significato?
Un secondo aspetto attiene la cultura che le donne hanno della malattia,
una cultura che tutte le ricerche fatte in proposito affermano avere
proprie, bene precise caratteristiche. La prima delle quali riguarda il
fatto che le donne percepiscono e vivono la malattia in modo diverso
dagli uomini, hanno unesperienza di maggiore dimestichezza con le
malattie e con i medici, si preoccupano maggiormente della salute loro e
dei familiari, sono più attente ai sintomi ed ai cambiamenti. Questa
cultura si lega al modo con il quale le donne sono divenute nel tempo le
mediatrici della salute della popolazione. Il ruolo sociale dei
mediazione della salute in famiglia e nella società ha radici lontane,
quando, già nellottocento, medici, igienisti, filantropi, statisti,
vedono nelle donne coloro cui affidare il cambiamento delle condizioni
sanitarie e di vita della popolazione. Questo compito attribuito alle
donne, se pure ha avuto aspetti positivi quali laccesso alleducazione,
non ne cambiò sostanzialmente lo status.
E, per la verità, molte delle ambiguità di allora mi pare rimangano,
sia pure in forma modificata: basta pensare alle raccomandazioni di
agenzie internazionali che ritengono - giustamente - che il modo
migliore per risolvere i problemi di natalità e cura della prima
infanzia sia investire sulla madre e sulleducazione della parte
femminile della popolazione. Anche oggi siamo di fronte ad un
riconoscimento puramente strumentale? E se la donna è il luogo cardine
del cambiamento, vi è ladeguato riconoscimento di questo?
La prima considerazione che mi viene da fare è la necessità di pensare
la salute della donna quando non rimanda ad un dato familiare, ad
aspetti del nostro corpo collegati con la riproduzione, quando non è
sostenuta da una rete familiare, quando la sua salute non è in armonia
con la salute familiare. Pensiamo alle donne maltrattate in famiglia,
alla storia della devianza femminile, alle donne finite in manicomio
perchè non svolgevano in modo canonico il loro ruolo di mogli e di
madri.
Troppo spesso lunità della famiglia è vista come valore da tutelare
a qualunque costo: dalla donna che vive questa condizione, dalla
società, dai servizi e dai suoi operatori ed operatrici.
E invece necessario aiutare la donna a ragionare razionalmente sul
bene per sè, sulla sua salute, sulla salute degli altri; sul modo con
il quale allinterno della famiglia può realizzarsi un intreccio
equilibrato tra lessere donna, figlia, moglie, madre.
E necessario capire se esiste una misurazione ulteriore dello star
bene di una donn a, una cultura del proprio corpo indipendentemente dallaspetto
riproduttivo: se questa non cè non si può mediare nulla, si è solo
delle esecutrici che si adeguano alle regole - esplicite ed implicite -
dellistituzione, che adeguano i propri comportamenti senza
disturbare, senza fare domande, eseguendo pedissequamente quanto da
altri disposto. Magari intervenendo a posteriori con cause e
denunce che richiedono dispendio di tempo ed energie che più utilmente
potrebbero essere utilizzate nel creare le condizioni per non arrivare a
quel punto, spesso drammatico, di rottura.
Ultimo aspetto da rilevare e da ripensare è la relazione esistente fra
quanto la donna fa per sè e per gli altri (siano o meno appartenenti
alla propria famiglia) e per la società; la rilevanza pubblica, cioè,
del proprio privato. Una buona gestione della salute propria e della
propria famiglia significa una buona amministrazione della salute della
società nel suo insieme. Se, infatti, è oramai ampiamente riconosciuta
limportanza sociale del lavoro di cura non professionale, manca
ancora un riconoscimento adeguato del significato di civiltà e sociale
(oltre che economico) di questo lavoro e delle donne, che sono i
soggetti che lo portano avanti.
La solidarietà fra le generazioni è lasse portante del nostro
sistema assistenziale e di cura: sono ormai molteplici gli studi che
hanno evidenziato come il nostro sistema sanitario salterebbe se la cura
dei bambini, degli anziani, dei malati vi ricadesse integralmente. E
tuttavia non è ancora esplicitato un dato facilmente assumibile dalla
lettura di qualunque statistica: sono le donne a curare i componenti
della famiglia ammalati o non in grado di vivere autonomamente la
propria quotidianità, vuoi per lestrema giovinezza, vuoi per la
vecchiaia, vuoi per particolari condizioni temporanee o definite.
E evidente come non sia facile supportare tutti i bisogni di chi si
trova in condizione di totale dipendenza; pensiamo ad un anziano
allettato che presenti piaghe da decubito o ad un bambino handicappato:
i loro bisogni sono talmente vasti e le prestazioni ad essi collegate
così diversificate da mettere in difficoltà chiunque non sia esperto
dl settore. Tanto che, pur prevedendo il nostro sistema sanitario e
sociale varie forme di sostegno alle famiglie indubbiamente valide ed
efficaci (assistenza domiciliare, centri diurni per anziani e disabili,
day hospital), è sempre più necessario il supporto ulteriore di altre
realtà integrative quali il volontariato e lassociazionismo.
Una ricerca del 1996, effettuata dallANT di Bologna sui pazienti
terminali da loro assistiti, sottolinea come la loro rete familiare e
sociale è costituita in maggioranza da donne, che non solo forniscono
in via assolutamente prioritaria lassistenza, ma rivestono il ruolo
familiare significativo e costituiscono il punto di raccordo e di
responsabilità in termini operativi ed affettivi sia per il malato, sia
per la rete medica e sociale.
Ci troviamo, quindi, di fronte ad una serie di innumerevoli bisogni da
parte di un gran numero di donne che, prestando assistenza, si trovano
impegnate in un vero e proprio lavoro, anche se il loro ruolo facilmente
sfugge in quanto viene catalogato come affettività e nascosto allinterno
delle realtà familiari.
Solo una lettura miope ed ingrata può definire tutto questo come lavoro
privato: cruciali, infatti, sono le implicazioni per lintera
società.
E quindi necessario, da un lato, rivitalizzare i servizi ai quali la
donna può chiedere risposte ed aiuti (pensiamo al servizio di salute
delle donne che ormai è diventato un segmento del vecchio consultorio
familiare: la parte - chiamiamola così - ormonale femminile); dallaltro,
incrementare le forme di sostegno psicologico a quanti rischiano di
vivere drammaticamente la loro situazione, incentivandoli con la
creazione di speciali Corsi di assistenza di base per le famiglie, in
cui coinvolgere tutti gli elementi del nucleo, cercando di fornire loro
informazioni di tipo pratico - particolarmente a valenza sanitaria e
riabilitativa - supportandoli il più possibile e riconoscendo in modo
esplicito il valore sociale delle prestazioni svolte oltre che gli
aspetti relazionali ed affettivi.
Solo così il ruolo di mediatrice fra salute e malattia svolto dalle
donne avrà il suo completo riconoscimento, togliendole da una
solitudine che rischia, in troppi casi, di essere davvero insostenibile.
In sintesi, ritengo che una lettura al femminile del tema salute
sia assolutamente necessaria sia per la costruzione di un nuovo patto
per la salute, sia nella attuazione dei nuovi modelli dellassistenza,
che fanno perno sulla domiciliarizzazione, che non può essere
letto in modo avulso dal ruolo implicitamente assegnato alle donne.
Questo presuppone il riconoscimento come prioritario di alcuni obiettivi
- la cui realizzazione compete per alcuni aspetti al livello nazionale e
per altri al livello regionale - che si possono individuare nei seguenti
punti:
- riconoscimento
delle donne come partner esplicito del sistema di welfare e quindi -
attraverso le organizzazioni che le rappresentano - come soggetto della
concertazione sui temi specifici quali:
- Individuazione
sul territorio di sedi informative certe che consentano di avere
subito e tutte insieme le notizie legate ai percorsi di cura e di
assistenza; ai sistemi di aiuto; alle modalità di accesso.
-
Definizione di
uno specifico percorso formativo per i
relativi operatori ed operatrici;
-
formazione del
personale medico e paramedico, affinchè si vada ad una lettura non
neutra ma di genere della malattia e delle sue cause;
-
verifica sulla
diffusione dei consultori, sul loro radicamento nel territorio; sui
percorsi di accesso; sul loro rapporto con la realtà locale, in
modo particolare con il sistema scolastico;
-
individuazione delle
modalità attraverso le quali garantire ai pazienti il rispetto del
proprio privato durante il periodo di degenza;
-
programmazione di
momenti specifici di formazione e di sostegno per le famiglie - ed
in particolare per le donne - che hanno a carico persone con
patologie particolarmente delicate, quali anziani non
autosufficienti, handicappati gravi, malati terminali (in questo
ultimo caso, prevedere - almeno in via sperimentale - percorsi di
accompagnamento al dolore:
-
analisi della
presenza femminile allinterno delle aziende USL e delle aziende
ospedaliere:
-
analogamente a quanto
previsto per lassenza facoltativa per maternità e i permessi a
familiari che assistono un congiunto portatore di handicap,
prevedere per la donna che assiste un congiunto diretto (genitore,
marito, figlio) ammalato terminale, il diritto alla conservazione
del posto ed alla copertura contributiva figurativa di almeno una
parte del periodo di assenza;
-
intervenire sul
sistema fiscale affinchè - magari riducendo il peso del coniuge a
carico - si sposti la leva fiscale sulla detraibilità delle spese
per i servizi sociali e per gli eventuali sostegni allassistenza
domiciliare. Con questi due provvedimenti sarebbe possibile non
scoraggiare il lavoro femminile, aiutare la crescita quantitativa e
qualitativa dei servizi alla persona, intervenendo quindi anche sulloccupazione,
e favorire infine lemersione del lavoro nero delle donne che,
ancora numerose, operano in questi settori, chiarendo in modo
inequivocabile che non può esserci confusione tra la costruzione di
politiche per la persona e riconoscimento del ruolo che la donna
svolge allinterno del sistema di welfare e welfare familistico.
Sono, e me ne rendo
conto, obiettivi estremamente ambiziosi, ma sono quelli la cui
realizzazione potrebbe davvero contribuire a trasformare lutopia in
realtà, a trasformare il mondo della sanità da luogo lontano e spesso
ostile a sede nella quale i bisogni dei pazienti e delle loro famiglie
trovano la risposta adeguata alle loro necessità nel rispetto e nel
riconoscimento reciproco; a riportare la persona (utente od operatore
che sia) al centro del sistema che si intende costruire.
Miracolo? Forse; ma, da laica, sono convinta che i miracoli siano
possibili, in particolare quando a renderli possibili sono lintelligenza,
il cuore, la passione civile delle donne e degli uomini. |