Il coraggio di essere donna vuole esser praticato e affermato tutti i giorni. Infatti, ad ogni levarsi del sole, le donne con l’abito indossano il velo del coraggio e lo portano orgogliosamente come un simbolo di affermazione della propria personalità contro tutti quelli che lo vorrebbero considerare alla stregua di un sudario al quale esse debbono imperativamente uniformarsi.
E le donne del mondo ben volentieri, ogni mattina , siano esse manager importanti, massaie del protetto mondo occidentale, donne in carriera della Cina emergente o madri affamate delle più degradate favelas del mondo, indossano il coraggio per difendere e proclamare la loro libertà di vivere in modo non conforme alle leggi stabilite dagli uomini e, tuttavia, non osservate dagli stessi.
Il coraggio della libertà di essere se stesse, fuori dagli schemi, assume ogni giorno connotati sempre più crudeli e il prezzo da pagare è sempre più alto e mai negoziabile.
Il coraggio di opporsi strenuamente alla banalità della criminalità quando essa vuole le donne depositarie di misfatti familiari, omertose e conniventi .
Il coraggio di affermare la propria volontà di contare in una società che non può più fare a meno di loro, né può permettersi di ignorarne il valore , pena la sua stessa esistenza.
Il coraggio di opporsi ad ogni forma di tirannia, insegnando ai propri figli il valore incommensurabile della libera opinione e della sacralità di ogni essere umano. Il coraggio di dire no alla guerra, a tutte le guerre che insanguinano la Terra. Il coraggio di opporsi anche rischiando la propria vita come Anna Politovskaija, Anastasia Baburova e Natalia Estemirova, uccise perché con coraggio cercavano la verità nella melma del conflitto russo-ceceno.
Il coraggio di essere se stesse sempre, in ogni occasione e in ogni momento. Perché essere se stesse, oggi, può voler dire esercitare il coraggio di essere madre ma anche di non esserlo, con la consapevolezza di esercitare un diritto personale, inalienabile, non trasferibile! o il coraggio di affermare - nell’era della globalizzazione del lavoro - di essere la novità più appetibile per i processi di qualità e competitività dei mercati. Essere se stesse può voler essere la voglia di proclamare la propria fede, senza strumentalizzazioni, senza condizioni, senza divieti! O desiderare di vestirsi secondo il proprio estro, senza che ci siano censori, “custodi” di una morale al maschile che reputa più o meno decente l’abbigliamento femminile secondo le proprie “pruderie” o secondo valori che nulla hanno a che fare con la morale stessa.
Essere se stesse, oggi, in questo inizio di secolo che sta celebrando lo storico “primo passo dell’uomo sulla luna” avvenuto quarant’anni fa, può anche significare, come nel caso di Lubna Ahmed al Hussein, nota giornalista sudanese e altre 10 sue connazionali - colpevoli di aver indossato in un luogo pubblico un “indecente” (ma assolutamente coprente) paio di pantaloni - il coraggio di accettare la condanna a subire 40 frustate (sic!) e invitare alla propria fustigazione gli organi di stampa internazionali per rendere noto quanto eroismo ci voglia per vivere in un mondo dove le regole vengono imposte arbitrariamente dal più forte, che poi non è mai “il più giusto”.
Questo è il coraggio di essere donna, che poi è così, vissuto quietamente (e proprio per questo assai rumoroso) e altrettanto tranquillamente esercitato, finanche alla propria consumazione.
Maria Grazia Brinchi, Osservatorio UIL sulle Politiche di genere
Luglio 2009