L’aborto è una ferita dell’anima che, difficilmente, una donna supera. E dunque possiamo dire con il Pontefice che questa ferita ricade sulla società intera. Vorrei però – da laica – fare dei distinguo, ovvero riportare il discorso sull’aborto per riaffermare una cultura della vita e applicarla in modo maturo e altamente sociale, valido, cioè per tutti i credenti ma anche per quanti non professano alcuna fede o che non reputano l’aborto un crimine.
La legge 194 in tutti questi anni, ha dimezzato le percentuali di aborti clandestini e di questo siamo grate, è mancata però – in maniera pressoché univoca in tutto il Paese – la cultura della prevenzione, come la legge invece fortemente auspicava, da diffondere in tutto il territorio.
I consultori – propedeutici alla formazione di una cultura di prevenzione – nel corso degli anni si sono sempre più ridotti. Al loro interno, salvo qualche lodevole caso, non si è più pensato di fornire alle giovani ed ai giovani le informazioni necessarie per non arrivare all’atto doloroso dell’aborto. L’educazione sessuale nelle scuole praticamente non esiste come materia di studio né tantomeno l’abitudine a pratiche sanitarie di prevenzione.
Non vogliamo più lettere come quella della precaria di Napoli che annuncia di voler abortire perché la società in cui vive , anziché madre è matrigna. O vogliamo invece tornare indietro di trent’anni e riprendere la barbara pratica della clandestinità o delle cliniche private, buone per i più furbi e le più ricche? È su questo che dobbiamo intervenire allargando le potenzialità di una legge che in trenta anni ha combattuto la piaga dell’aborto clandestino e ha fatto sentire le donne meno sole nel loro grande dolore.
Roma, 13 maggio 2008