UIL: POLITICHE DELLE PARI OPPORTUNITA'
UIL HOME CERCA NEL SITO CHI SIAMO CONTATTACI SCRIVI ALLA UIL ARCHIVIO
Via Lucullo, 6 - 00187 Roma - Segreteria tel. 0647.53.315/279 - Fax 0647.53.376
Le P.O. sui giornali

COMUNICATI STAMPA

Lo stupro a definizione di legge.
Dichiarazione di Nirvana Nisi, Segretaria Confederale UIL

La vicenda della giovane che pur avendo subito violenza, ha – con il suo non essere più “illibata” – pressoché istigato il suo stupratore, è l’ennesima contraddizione di una società che volendo essere assolutamente imparziale, diviene nemica dei deboli, ed anzi li dileggia e li disprezza.

Ora, secondo la sentenza emessa recentemente, si hanno stupri di serie A e stupri di serie B. Come dire – paradossalmente - che se una prostituta venisse violentata da qualche camionista di passaggio (e capita, lo sappiamo!) proprio perché questa donna è nel pieno esercizio del suo mestiere, tutto si riduce ad una pura e semplice equazione di costi e benefici e dunque non può lamentarsi per quello che, tutt’al più, può definirsi uno “stuprino”.
Questo fatto fa il paio con le dichiarazioni di un dotto teologo spagnolo che definisce la violenza dei mariti sulle donne una sorta di atto dovuto: che male c’è, in fondo è la donna, con il suo atteggiamento pervicacemente provocatorio, che ti tira fuori dalle mani una sana battuta di sganassoni! Se fosse più docile..!

E questo fatto si ricollega a tutte le volgarità che in materia di dignità personale le donne stanno subendo. Ed alle quali è ora di dire basta!

Basta agli interrogatori di giudici capziosi e prevenuti che vedono presunte compiacenze laddove esiste solo e soltanto la violenza di chi si approfitta delle debolezze altrui per fare i propri comodi. Basta a sentenze di colpevolezza divisa a metà con la vittima. Basta alla molestia dei pensieri di uomini che ritengono dovere far pesare alle donne le loro frustrazioni e le loro impotenze morali.

Basta infine a questo infinito gioco dell’oca nel quale le donne, quasi arrivate alla soglia del traguardo finale dell’agognata parità, pagano pegno e sono condannate a ritornare al punto di partenza nella conquista dei loro diritti.

È quasi l’8 marzo: perché non diciamo finalmente basta?

Roma 20 febbraio 2006

TORNA ALLA HOME