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COMUNICATI STAMPA Maternità e giusta
causa. Dichiarazione di Nirvana Nisi, Pensavamo che la maternità fosse un diritto ed invece, a febbraio 2006, scopriamo che ancora è motivo di licenziamento, e per giusta causa per giunta, nei confronti di una lavoratrice colpevole di non avere condiviso con l’azienda – all’atto dell’assunzione – il suo dolce segreto. Mamma in malafede, dunque, colpevole del grave reato di omissione e, pertanto, di dolo nei confronti dei suoi fiduciosi datori di lavoro che si sono sentiti talmente traditi ed offesi da adire in giudizio contro la dipendente “disonesta”. Contrariamente alle intenzioni dell’azienda, in maniera esemplare, la Corte di Cassazione, Sezione del lavoro, l’1 febbraio scorso ha chiuso la vertenza respingendo la richiesta di licenziamento per giusta causa , riconoscendo, in tal modo, alla lavoratrice il diritto ad informare i propri datori di lavoro sul suo stato di gravidanza negli opportuni tempi e con le opportune modalità, previste dalla normativa vigente. È una rivoluzione? Certamente no. È molto più semplicemente un modo – forse perentorio, ma l’azienda se l’é voluta – di ricordare a tutti che esistono precise norme che regolano rapporti tra datori di lavoro e dipendenti. Un monito per tutte quelle pericolose forme di discriminazione diretta ed indiretta che sembrano oggi rifiorire, favorite in particolar modo dalla precarietà del posto di lavoro e da una flessibilità a senso unico: quella, cioè, subita solo dal lavoratore e dalla lavoratrice. La sentenza della Cassazione deve farci riflettere. Se da un lato siamo soddisfatte per l’esito favorevole alla lavoratrice, dall’altro però dobbiamo preoccuparci per la deriva che sembrano aver preso le relazioni sindacali. Infatti, sempre più spesso ci vengono denunce per la ripresa della richiesta, bieca e disonesta, delle dimissioni in bianco avanzate alle lavoratrici all’atto dell’assunzione. Sempre più spesso episodi di discriminazione basata sul sesso ci vengono segnalati da giovani donne che, in colloqui di lavoro (che, lo ricordiamo, dovrebbero vertere sulla conoscenza del curriculum della candidata e sulle sue competenze) si sentono porre la domanda se hanno “l’intenzione di fare figli”. È un preoccupante ritorno a situazioni che ritenevamo superate dalla pratica di leggi che sono tra le migliori d’Europa. La sentenza della Cassazione ci esorta a non abbassare mai la guardia! I diritti acquisiti, infatti, vanno difesi e riconquistati, se necessario, giorno per giorno con una adeguata informazione e con la sicurezza che il sindacato è la garanzia del rispetto di tali diritti. Roma 14 febbraio 2006 |