(Adnkronos) - La prima riunione dell'integruppo e' prevista per la prossima settimana, ma gia' arrivano le prime proposte concrete. Come quella di Ombretta Colli, co-promotrice dell'iniziativa insieme a Dorina Bianchi: il governo conceda piu' stanziamenti ai comuni per dotare ''soprattutto le grandi aree metropolitane, di colonnine s.o.s. con telecamere, collegate alle questure, e che possono essere azionate spingendo un bottone o con la voce. Strumenti, questi, che possono garantire alle donne una difesa in piu' in caso di aggressione. Ma servirebbero anche -ha aggiunto l'espinente di Forza italia- strade piu' illuminate, soprattutto nelle zone di periferia''. Interventi concreti, quindi, ma anche incontri con le associazioni che si occupano di questi problemi, come ha proposto Franca Bimbi. ''Un dialogo piu' costante con queste realta' associative -ha spiegato la presidentessa della commissione per le Politiche comunitarie della Camera- puo' consentirci di capire meglio se quel che fa il legislatore e' o meno vicino ai bisogni delle persone vittime di violenza''. Sul 'fare', piu' che sul 'dire', e' pienamente d'accordo Daniela Santanche': ''l'iniziativa di costituire l'intergruppo e' ottima, purche' non ci si limiti ad analisi, riflessioni, convegni e dibattiti: dobbiamo essere operativi da subito ed impegnarci a presentare in tempi brevi proposte di legge per combattere la violenza sulle donne, sui bambini e sulle categorie piu' 'deboli' della societa'''.Sulla necessita' di una piu' incisiva 'produzione' legislativa per combattere il fenomeno della violenza sulle donne e sui minori si e' detto d'accordo anche Vladimir Luxuria, ''anche perche' -ha spiegato- non bisogna dimenticare che oltre alla violenza fisica c'e' anche la violenza psicologica, con molti, troppi casi di mobbing sessuale da parte degli uomini''. Ma occorre anche intervenire con piu' forza per contrastare l'aumento delle violenze e dei maltrattamenti nei confronti dei bambini, ''un problema da risolvere ad ogni costo'', come ha detto la deputata di Forza italia Maria Burani Procaccini, nella scorsa legislatura alla guida della commissione bicamerale per l'infanzia. Per Khaled Allam gli strumenti legislativi e giuridici sono importanti, ''ma occorre intervenire anche a livello culturale''.
(Adnkronos), 22 set - Il caso e' arrivato in Cassazione dove la Suprema Corte, allineandosi al giudizio di merito, ha sottolineato come ''la destinazione alla Laf rappresentava una minaccia per l'allontanamento dal mondo reale del lavoro che comportava per le sue caratteristiche di anticamera del licenziamento.Anche la ricollocazione degli impiegati inviati alla Laf - si legge ancora nelle motivazioni - era stata sconfessata dalle risultanze processuali, posto che erano rientrati nel ciclo produttivo soltanto coloro che avevano accettato la novazione''. Gli imputati, ai quali la Cassazione ha respinto i ricorsi, sono stati inoltre condannati a rifondere le spese processuali, comprese tra i 3 mila e i 7 mila euro, sostenute dalle parti civili. Anche la Uil sara' risarcita per il danno subito.
Francoforte, 12 gen. - (Adnkronos/Dpa) - Un infermiere tedesco ha infilato di nascosto due pasticche contro la stitichezza nel panino della sua collega. La donna, dopo aver patito terribili dolori intestinali e diarrea, ha denunciato l'uomo. Oggi un tribunale di Francoforte le ha dato ragione: e' stato un tipico caso di mobbing sul posto di lavoro. L'infermiere, 24 anni, e' stato condannato a pagare una multa di 1.250 euro. Il giovane avrebbe inoltre dissolto del medicinale anestetico in una bottiglia di limonata offerta alla collega che, dopo aver bevuto, sotto l'effetto del farmaco, e' rimasta temporaneamente muta e frastornata. Il tribunale ha respinto la difesa dell'imputato, che ha sostenuto di aver agito con l'intenzione di fare un semplice ''scherzo''. Il giudice ha ritenuto, al contrario, che il caso comporta delle ''lesioni fisiche'' implicando pertanto la fattispecie della persecuzione sul luogo di lavoro.
Roma, 10 gen. (Adnkronos) - E' stata siglata ieri sera, tra Aran e sindacati, l'ipotesi di contratto dei circa 4 mila e 400 dirigenti dell'Area I , di cui 402 di prima fascia e 4043 di seconda fascia. Il contratto che e' relativo al quadriennio normativo 2002 - 2005 e ai due bienni economici 2002- 2003 e 2004 - 2005, prevede , a regime, aumenti pari a 390 euro per la prima fascia e a 300 per la seconda. L'ipotesi, spiega una nota, realizza il primo Testo Unico di tutte le disposizioni normative che disciplinano il rapporto di lavoro di questi dirigenti e si articola in due parti: nella prima sono regolate le norme comuni a tutto il personale dirigenziale, nella seconda sono definite apposite clausole destinate a particolari categorie di essi ( dirigenti delle professionalita' sanitarie del ministero della salute e dei vigili del fuoco). Nell'accordo e' stata confermata la disciplina di tutti gli istituti riguardanti il rapporto di lavoro ( ferie, assenze per malattia, mobilita' ecc..), e sono state aggiornate norme di particolare rilievo sociale quali la tutela della maternita' e della paternita', il mobbing, le molestie sessuali ed e' stata introdotta la disciplina dei congedi per la formazione. Il contratto e' intervenuto anche sul conferimento degli incarichi per adeguarne la regolamentazione alle attuali esigenze organizzative e gestionali delle Amministrazioni. Ampio risalto ha avuto anche la materia della valutazione dei dirigenti, strumento fondamentale per l'apprezzamento delle capacita' professionali e per il riconoscimento dei meriti individuali. (segue)
La Repubblica, 1 dicembre 2005 Cronaca
Una su cinque si licenzia o viene cacciata In un documentario le storie di chi ha dovuto "mollare" I mille modi per scoraggiare, umiliare, mettere alle corde Contratti non rinnovati con un pretesto e tanto mobbing MARIA STELLA CONTE ROMA - Una cosa sono i numeri. Un´altra le voci. E fa un certo effetto guardare negli occhi chi racconta perché c´è passata - la storia di un´altra Italia. Che umilia e discrimina chi vuole diventare madre; che emargina ed espelle chi ha l´ardire di mettere al mondo un secondo figlio. Nel Paese con una delle legislazioni più avanzate in fatto di maternità e dai congedi parentali democraticamente estesi ormai anche ai padri, nel Paese dove le coppie dichiarano di coltivare il sogno di una famiglia numerosa, vivono le donne con uno dei tassi di fecondità più bassi al mondo. Forse perché, al di là delle leggi e delle belle dichiarazioni d´intenti, ogni ragazza sa che da noi, se vuoi avere un bambino e lavorare contemporaneamente, devi essere disposta a pagare a volte un prezzo altissimo. L´Istat ce lo aveva già detto attraverso le cifre. Ora, un documentario firmato da Silvia Ferreri dà a quei numeri volti, nomi, suoni, colori. E ci lascia increduli. Ci spiazza. Si intitola «Uno virgola due» (dal tasso di fecondità slittato da 1,29 a 1,33 solo recentemente), è stato realizzato con il contributo del Comune di Roma e verrà presentato per la prima volta questa sera nella capitale, al cinema Quattro Fontane, dove sarà presente a coordinare il dibattito Miriam Mafai. Prima i numeri: in Italia, il tasso di occupazione nella fascia 20-49 anni è pari al 56 per cento per le donne senza figli, al 53,6 per le donne con un figlio, al 47 per quelle con due figli, al 33,7 per chi ne ha tre o più; il 20,1 per cento delle madri occupate al momento della gravidanza, non lavora più dopo il parto: nel 69 per cento dei casi la donna si è licenziata, nel 23,9 il contratto era scaduto e nel 6,9 è stata licenziata. «L´idea non è nata però dalle statistiche, ma dal percepire intorno a me - da parte delle mie amiche e delle donne che incontravo questo senso di smarrimento e di difficoltà nel conciliare maternità e lavoro» spiega Silvia Ferreri, «Allora ho chiesto a Miriam Mafai di lanciare attraverso "Grazia" un appello alle lettrici: che scrivessero e raccontassero le loro storie. Sono stata sommersa di lettere. La mia sensazione era giusta: c´erano, ci sono mille modi per dire alle donne: o i figli, o il lavoro; per fargliela pagare quando non si tolgono di torno; per creargli sensi di colpa e costringerle a ridimensionare le aspettative professionali una volta diventate madri». Così nasce il documentario. La macchina da presa puntata sulla vita interrotta di chi non aveva più sedia né tavolo al rientro dalla maternità; di chi è stata licenziata con un pretesto; di chi è stata strattonata verso l´uscita. Storie scomode da dire e da ascoltare, clandestine in fondo, di cui ci si vergogna un po´ da una parte e dall´altra. E che pure sono ancora la nostra Storia.
Maria Grazia
LICENZIAMENTO "Accusata di frode aspetto giustizia" Maria Grazia, 34 anni, Roma. «Lavoravo come commessa per una catena di profumerie che aveva un negozio proprio sotto casa mia. Quando rimasi incinta del secondo figlio, prima mi chiesero di dimettermi, poi mi spostarono in una sede molto lontana. Fui costretta a prendere il motorino per attraversare la città in fretta: ebbi una minaccia d´aborto, il medico stilò un certificato di maternità anticipata. Fu come aver firmato una dichiarazione di guerra. Una volta partorito, il medico sbagliò di un giorno la data su un certificato. La corresse 24 ore dopo. Fui licenziata per frode e falso. Mi sono rivolta ad un avvocato: sono passati tre anni e ancora non sono stati ascoltati i testimoni. Quando ho ricominciato a cercare lavoro, le persone avevano una sola preoccupazione: hai già due figli, non avrai intenzione di fare il terzo! Perché il primo te lo passano; per il secondo ti fanno vedere i sorci verdi; al terzo, se solo ci pensi, sei una pazza».
SIMONA
MOBBING "A non fare nulla in un magazzino" Simona, 35 anni, Firenze. «Lavoravo in una azienda nella quale mi occupavo del marketing e alla quale avevo dedicato tutta la mia vita, quasi fosse stato un figlio. Quando tornai dalla maternità dopo aver usufruito dei tempi minimi previsti dalla legge, non trovai più il mio ufficio. Mi misero una sedia in un magazzino e basta: non facevo nulla, solo di tanto in tanto qualcuno mi chiedeva di fare qualche fotocopia. Alla fine, riuscii ad ottenere una scrivania. Mi offrirono una buona uscita per andarmene. Rifiutai. Ma con la testa non ci stavo più. Era troppo duro così. Capivo che non c´era, non ci sarebbe mai più stato spazio per me lì dentro perché per loro io non c´ero più, c´era solo una madre: non volevano utilizzarmi, ma eliminarmi. E ho mollato. Oggi, se potessi parlare ai politici direi di proteggere il lavoro femminile e favorire il part time; alle madri, direi di non vergognarsi mai; ad una platea, che il lavoro nobilita l´uomo, e anche la donna».
TERESA
CONCILIAZIONE "Che cosa si aspetta con un bambino?" Teresa, 34 anni, Roma, laurea in economia e commercio. «Avevo un lavoro a tempo determinato in una banca. Erano soddisfatti di me e del resto avevo investito molto sulla mia preparazione professionale. Mi avevano assicurato che mi avrebbero rinnovato il contratto. Rimasi incinta. Ricordo che cercavo di nascondere la gravidanza con vestiti larghi; non fui più chiamata. Ma il peggio è stato poi andare per le agenzie di lavoro interinale dove mi presentavo con il bimbo e vedere le loro facce scandalizzate, come a dire: ma cosa vuol trovare con suo figlio appresso? Già è difficile normalmente, e lei mette questi paletti! Ma non avevo nessuno a cui lasciarlo. Non ero abbastanza svantaggiata per avere un posto nell´asilo nido. Pensavo: studi, lavori, fai un figlio, torni e ti fanno ricominciare da capo; fai il secondo e di nuovo vai all´indietro e devi ripartire. Di questo passo quando arriveremo ai posti che ci permetterebbero di cambiare le cose?».
STEFANIA
DISCRIMINAZIONE "Pannolini e filosofia connubio difficile" Stefania, 33 anni, Roma. «Mi sono laureata a Roma in scienze politiche, poi il master alla Normale di Pisa, poi di nuovo a Roma come ricercatrice universitaria in filosofia politica. Mi ci volle non molto per rendermi conto che a livello di cattedra, le donne con una famiglia erano praticamente zero. Decisi allora di cambiare strada, di uscire dal mondo accademico che mi sembrava discriminatorio. Quello che trovai fuori, però, era quasi peggio. Puntualmente, ai colloqui di lavoro mi trovavo di fronte alla domanda: lei ha intenzione di sposarsi o di avere figli a breve? Io mi rifiutavo di rispondere, opponevo che questa non era questione attinente alle mie competenze professionali. Va da sé, che non ho mai superato nessun colloquio. A volte, quando mi lamento che alla mia età ancora non ho un figlio, mi sento dire: ma hai tempo fino a 40 anni! E io mi chiedo: a 40 il primo. E il secondo quando?».
FONTE: Il Giornale di Vicenza, 1 DICEMBRE 2005
Episodio inquietante. Denunciato in Procura tecnico del centroepilessie. Molestie sessuali in ospedale. Una paziente ricoverata è stata vittima più volte La direzione ha aperto anche un'inchiesta interna.È stato lo stesso direttore medico del San Bortolo, dopo il dettagliato esposto della donna, a segnalare alla magistratura il caso che ha creato scalpore in tutta la struttura. Spuntano altre denunce (anonime) di Franco Pepe. Un'altra grana giudiziaria si abbatte sul San Bortolo. Un tecnico, abitante in città, che lavora da anni al centro per le epilessie diretto dal dott. Pier Gaetano Garofalo, è stato denunciato alla procura per atti di libidine e molestie sessuali più volte ripetuti nei confronti di una paziente ricoverata. È stato il direttore medico dott. Edoardo Vanzetto a trasmettere l' esposto dopo aver ricevuto nei giorni scorsi una dettagliata segnalazione da parte di un legale al quale la donna si era rivolta. Il presunto responsabile del grave fatto che ieri ha messo a rumore tutto l'ospedale avrebbe alle spalle una notevole anzianità di servizio e sarebbe quasi prossimo all'età della pensione. Il centro per le epilessie è quello, inaugurato dall'assessore regionale Flavio Tosi ai primi di ottobre nei locali ristrutturati del vecchio chiostro, che opera in autonomia come gemmazione della neurologia accanto all'analogo servizio per la sclerosi multipla, con una rilevante casistica di 5 mila casi e 2 mila 600 fra visite e encefalogrammi ogni anno. Non si hanno finora altri dettagli sull'inquietante episodio, che segue di una ventina di giorni l'altra clamorosa vicenda venuta alla luce dopo una serie di controlli negli uffici dell'economato del S. Bortolo, e che ha portato alla denuncia del capo dell'ufficio acquisti, il 62enne Armando Alberti, accusato di aver alleggerito, a una prima verifica tuttora in corso, la cassa dell'ospedale di una somma di 400 mila euro. In ogni caso la direzione dell'Ulss non ha perso tempo. Ha girato la segnalazione alla Procura per gli eventuali provvedimenti di carattere penale e ha aperto un canale di inchiesta interno per le possibili sanzioni disciplinari di natura amministrativa da infliggere al tecnico che sarebbe implicato nello scabroso episodio. È questa, almeno da molti anni a questa parte, la prima denuncia ufficiale per molestie sessuali che chiama in causa un dipendente dell' ospedale, anche se di segnalazioni anonime più o meno dello stesso tenore, nella "bocca della verità" del San Bortolo, ne sono giunte negli ultimi mesi anche altre. In un caso un'ex dipendente avrebbe ricevuto attenzioni poco edificanti da parte di una figura di primo piano del San Bortolo, pare si tratti addirittura di un dirigente amministrativo, protagonista di un comportamento «grave e agghiacciante». La vittima delle incresciose avances, in una lettera inviata all'Ulss e anche al nostro giornale, ha definito tutta la vicenda «umiliante». Una lettera che risulta inviata anche al comitato pari opportunità, ma la presidente Bianca Rosa Guglielmi smentisce: «Le uniche cose di cui so sono le risposte a un questionario sottoposto 5 anni fa a tutto il personale. In quell'occasione il 2 per cento delle segnalazioni riguardavano molestie sessuali all'interno dell'ospedale ai danni dei dipendenti e dei pazienti. Per il resto nulla. Nessuno mi ha mai scritto o telefonato. Abbiamo però elaborato un codice di condotta che contempla aggressioni morali e sessuali, e situazioni di mobbing. L'azienda lo ha recepito e il prossimo anno lo inseriremo nella formazione obbligatoria dell'Ulss». FONTE: Il Giornale di Vicenza, 1 DICEMBRE 2005
(AGI) - Roma, 10 nov. - E' stato approvato oggi dal Consiglio dei Ministri - su proposta del Ministro per la funzione pubblica Mario Baccini - il contratto collettivo nazionale dei dirigenti del comparto Regioni e Autonomie locali, per il quadriennio contrattuale 2002-2005 ed il primo biennio economico 2002-2003. I benefici economici previsti, si legge in una nota del ministero, si muovono all'interno dei tetti di incremento salariale previsti dalle leggi finanziarie, incrementando lo stipendio tabellare dal primo gennaio 2002 di 86,00 euro mensili (corrispondenti ad un incremento annuo medio di 118,00 euro) e di 79,00 euro mensili dal 1. gennaio 2003 (corrispondenti ad un incremento annuo pari ad euro 1027,00). Complessivamente, nell'intero biennio, l'incremento dello stipendio tabellare e' pari a 165,00 euro per tredici mensilita'. E' inoltre previsto un incremento della retribuzione di posizione per un importo annuo medio di 520,00 euro, dal primo gennaio 2002 ed un ulteriore incremento della retribuzione di posizione all'1,66% del monte salari dell'anno 2001, per la quota relativa ai dirigenti. Il contratto, prosegue la nota, presenta anche significativi e rilevanti elementi di novita' dal punto di vista normativo. In particolare, tra l'altro, per le relazioni sindacali e' stata semplificata la disciplina della concertazione e della contrattazione decentrata integrativa e viene istituito un Comitato paritetico sul mobbing presso ogni singolo Ente, con poteri di monitoraggio e proposta per la definizione dei codici di condotta. Le disposizioni contrattuali saranno efficaci e potranno quindi essere applicate dalla data della definitiva sottoscrizione del contratto collettivo, che potra' avvenire successivamente alla certificazione della Corte dei Conti che avverra' nei prossimi 15 giorni. "Sono particolarmente soddisfatto - ha dichiarato Baccini- per l'approvazione del contratto dei dirigenti delle regioni e degli enti locali che sblocca una vertenza contrattuale lunga e difficile. Rinnovo - prosegue Baccini -il mio impegno costante per la definizione, nei prossimi giorni di tutti i contratti ancora in corso". (AGI)
(Adnkronos) - Il Contratto, spiega la nota, presenta anche ''significativi e rilevanti elementi di novita' dal punto di vista normativo''. In particolare, tra l'altro, per le relazioni sindacali e' stata semplificata la disciplina della concertazione e della contrattazione decentrata integrativa e viene istituito un Comitato paritetico sul mobbing presso ogni singolo Ente, con poteri di monitoraggio e proposta per la definizione dei codici di condotta. Le disposizioni contrattuali saranno efficaci e potranno quindi essere applicate dalla data della definitiva sottoscrizione del CCNL, che potra' avvenire successivamente alla certificazione della Corte dei Conti che avverra' nei prossimi 15 giorni.''Sono particolarmente soddisfatto - ha dichiarato Mario Baccini- per l'approvazione del contratto dei dirigenti delle regioni e degli enti locali che sblocca una vertenza contrattuale lunga e difficile. Rinnovo - prosegue Baccini -il mio impegno costante per la definizione, nei prossimi giorni di tutti i contratti ancora in corso''.
(ANSA) - ROMA, 10 nov - Il Consiglio dei Ministri ha oggi approvato, su proposta del ministro per la Funzione Pubblica Mario Baccini, il contratto collettivo nazionale dei dirigenti del comparto Regioni e Autonomie locali, per il quadriennio 2002-2005 ed il primo biennio economico 2002-2003. Lo rende noto un comunicato. I benefici economici previsti si muovono all'interno dei tetti di incremento salariale previsti dalle leggi finanziarie, incrementando lo stipendio tabellare dal 1 gennaio 2002 di 86 euro mensili e di 79 euro mensili dall'1 gennaio 2003. Complessivamente, nell'intero biennio, l'incremento dello stipendio e' pari a 165 euro. E' inoltre' previsto un incremento della retribuzione di posizione per un importo annuo medio 520 euro dal 1 gennaio 2002 ed un ulteriore incremento della retribuzione di posizione all'1,66% del monte salari dell'anno 2001, per la quota relativa ai dirigenti. Il Contratto, si legge ancora nella nota, presenta anche significativi e rilevanti elementi di novita' dal punto di vista normativo. In particolare, tra l'altro, per le relazioni sindacali e' stata semplificata la disciplina della concertazione e della contrattazione decentrata integrativa e viene istituito un Comitato paritetico sul mobbing presso ogni singolo Ente, con poteri di monitoraggio e proposta per la definizione dei codici di condotta. Le disposizioni contrattuali saranno efficaci e potranno quindi essere applicate dalla data della definitiva sottoscrizione del contratto nazionale che potra' avvenire successivamente alla certificazione della Corte dei Conti che avverra' nei prossimi 15 giorni. ''Sono particolarmente soddisfatto þ ha dichiarato Baccini- per l'approvazione del contratto dei dirigenti delle regioni e degli enti locali che sblocca una vertenza contrattuale lunga e difficile. Rinnovo þ prosegue Baccini - il mio impegno costante per la definizione, nei prossimi giorni di tutti i contratti ancora in corso''. (ANSA).
(AGI) - Roma, 7 nov. - Per abbreviare i tempi di concessione dell'indennita' ordinaria di disoccupazione, l'INPS ha predisposto un modello di dichiarazione sostitutiva , da presentare insieme alla domanda di indennita', nel quale il lavoratore interessato puo' autocertificare i dati relativi all'ultimo rapporto di lavoro. Queste informazioni, indispensabili per la liquidazione dell'indennita', erano fino ad oggi comunicate all'INPS esclusivamente dal datore di lavoro, tramite un apposito modello (Ds.22), con allungamento dei tempi di liquidazione. L'autocertificazione consente invece all'INPS di disporre di tutti i dati necessari alla liquidazione immediata della prestazione. In alternativa all'autocertificazione, e' possibile continuare a presentare ancora il mod. Ds.22. In sostanza, d'ora in poi il lavoratore, per ottenere l'indennita' ordinaria di disoccupazione, dovra' iscriversi nelle liste dei disoccupati presso il Centro per l'impiego e presentare domanda di indennita' all'INPS entro 68 giorni dalla cessazione del rapporto di lavoro. La domanda va consegnata direttamente all'Istituto di previdenza o al Centrov per l'impiego competente per residenza oppure tramite gli Enti di Patronato o inviata per posta. Insieme alla domanda devono essere presentati il certificato di iscrizione nelle liste dei disoccupati, la richiesta di detrazioni IRPEF e il nuovo modello di autocertificazione o il mod. Ds 22 compilato dal datore di lavoro. L'indennita' di disoccupazione decorre dall'8° giorno dal licenziamento se la domanda viene presentata entro i primi 7 giorni; dal 5° giorno successivo alla presentazione della domanda negli altri casi. L'indennita' in pagamento nel periodo dal 1° aprile 2005 fino al 31 dicembre 2006 e' calcolata nel seguente modo: - ai lavoratori con eta' inferiore a 50 anni spetta il 50% della retribuzione per i primi 6 mesi ed il 30% per il settimo mese; - ai lavoratori con 50 anni o piu' di eta', spetta il 50% della retribuzione per i primi 6 mesi, il 40% per i tre mesi successivi e il 30% per il decimo mese. L'indennita' di disoccupazione spetta ai lavoratori licenziati che possono far valere almeno due anni di assicurazione contro la disoccupazione e almeno 52 contributi settimanali nel biennio precedente la data di cessazione del rapporto di lavoro. Non viene riconosciuta nei confronti di chi si dimette volontariamente, con la sola eccezione delle lavoratrici in maternita'. L'indennita' viene concessa anche a chi si e' dimesso per giusta causa (ad es., mancato pagamento della retribuzione, molestie sessuali, modifica delle mansioni, mobbing, ecc.). (AGI)
(ANSA) - ROMA, 3 ott - Il fenomeno della tortura in Italia e' piu' vasto e subdolo di quanto possa apparire e, specie per le forme piu' sofisticate, 'viaggia' in modo sommerso. Se infatti forme di violenza come il mobbing o gli abusi nelle carceri sono gia' stati denunciati e studiati, poco si sa della tortura 'politica' o dei maltrattamenti subiti dagli anziani negli ospizi e dagli immigrati nei Cpt. Ora, per la prima volta, una ricerca analizza il fenomeno nella sua globalita', dalle forme piu' evidenti a quelle piu' sottili e avveniristiche come i microchip. La ricerca, effettuata dall'Ares (agenzia di ricerca economico-sociale) basandosi su studi gia' esistenti, sentenze della magistratura e testimonianze, punta il dito sulla mancanza nel codice penale italiano del reato di tortura, nonostante in Parlamento giacciano da tempo ben otto proposte di legge. Anche rispetto al mobbing, sottolinea l'Ares, dal 2001 al 2003 sono stati presentati nove ddl ma nessuno e' andato in porto.
IL MOBBING, TORTURA SOFT - Secondo le ultime stime attendibili, circa 1,5 milioni di lavoratori e' vittima del mobbing e ogni dipendente ha il 25% di possibilita' di trovarsi, nel corso della propria esperienza professionale, in tali condizioni. Il 38% delle vittime proviene dal settore dell'industria e il 21% dalla pubblica amministrazione. Le persone piu' colpite dal fenomeno hanno generalmente superato i 45 anni e svolgono lavori 'semplici'. IL CARCERE DELLA
VERGOGNA - Secondo un dossier dell'associazione 'Antigone', le condizioni stesse degli istituti penitenziari sono una forma di tortura: 59.649 detenuti a fronte di una capienza di 42.959. Di questi il 28% sono tossicodipendenti, il 2,4% alcoldipendenti, il 2,6% sieropositivi. L'89% dei carcerati non ha una doccia nella propria cella; il 69% non ha l'acqua calda; il 18,4% vive in celle dove anche durante la notte vi e' luce intensa. In questa situazione, ci sono i casi di tortura vera e propria: quelli denunciati negli ultimi dieci anni sono piu' di 900, ma considerando quelli non denunciati secondo l'Ares si puo' ipotizzare una cifra che va da 2.000 a 3.000.
CLANDESTINI, LA TORTURA INDIRETTA - La ricerca denuncia la situazione di ''incertezza e disinformazione'' e le ''terribili condizioni sanitarie e di sovraffollamento'' che vivono gli immigrati rinchiusi nei Centri di permanenza temporanea, il ricorso alla violenza e ai tranquillanti. Tra i casi citati quello di Abdeleh Saber, di 25 anni, detenuto nel cpt di Lampedusa e ''morto in circostanze sospette dopo essere stato trasferito nel carcere di Agrigento e dopo che gli erano state iniettate massicce dosi di Narcan''. Ma il problema piu' grave e' quello di oltre 250.000 persone che vivono e lavorano in Italia irregolarmente, e che rischiano di essere rimpatriate nei paesi di provenienza, dove spesso devono subire il carcere e le botte della polizia. Questi casi di 'tortura indiretta', secondo Ares, negli ultimi 5 anni sono stati piu' di 2.000.
I LAGER DELL'ASSISTENZA - Si moltiplicano le denunce di drammatici casi di abbandono e maltrattamenti di anziani non autosufficienti ricoverati in strutture di assistenza. Gli ospiti vengono lasciati spesso in pessime condizioni igieniche personali, a volte percossi e trattati con crudelta', pur pagando salate rette mensili. La stima dei casi di tortura in questo campo non e' facile data la vasta area del sommerso, avverte l'Ares, che comunque, sulla base delle denunce, calcola in 400 il numero di anziani 'torturati' negli ultimi 5 anni; tenendo conto del sommerso, si puo' arrivare al migliaio.
LA TORTURA POLITICA - L'Ares cita i fatti avvenuti a Genova nel luglio 2000, oggetto di inchieste tuttora in corso, ma anche casi che risalgono agli anni '70 e '80, nel periodo della contestazione e del terrorismo. In tutto, secondo le stime dell'agenzia, i casi sarebbero circa 500, di cui 240 di gruppo (come a Genova).
LA TORTURA ELETTRONICA - E' la forma piu' sfumata e tecnologica, e Ares la annovera tra i tipi di tortura politica o di Stato. Le persone che la subiscono si definiscono 'vittime di armi elettroniche mentali'. Tra i casi rilevati dalla ricerca, il controllo mentale tramite microchip, torture effettuate con ultrasuoni o altri strumenti elettronici a distanza. Alcune inchieste giudiziarie in corso sarebbero appunto collegate ai trattamenti di questo tipo subiti. Per gli interessati il fine perseguito dai torturatori (che restano ignoti ma sono ipotizzati tra i servizi speciali di sicurezza) sarebbe quello di annullare la personalita' e le capacita' di reazione. La ricerca dell'Ares, arricchita dalle testimonianze, sara' pubblicata nei prossimi mesi in un libro. (ANSA).
(AGI) - Roma, 26 set. - Il TAR del Lazio ha annullato, con una sua recente sentenza la circolare con la quale l'INAIL disciplinava il riconoscimento delle malattie psichiche e psicosomatiche derivanti da disfunzioni dell'organizzazione del lavoro; disciplinava in sostanza il riconoscimento di queste patologie derivanti da "mobbing". L'assunto dell'Istituto, coerente con l'evoluzione dei processi produttivi, e' che la nozione di "causa lavorativa" di una malattia professionale comprende la nocivita' non solo delle lavorazioni effettuate in azienda ma anche quella riconducibile all'organizzazione aziendale delle attivita' lavorative. I disturbi psichici possono quindi essere considerati di origine professionale solo se sono causati da specifiche condizioni incongruenti dell'attivita' e dell'organizzazione del lavoro, che nella circolare sono chiamate di "costrittivita' organizzativa". A titolo puramente esemplificativo, rientrano in questa ipotesi lo svuotamento delle mansioni, la mancata attribuzione di compiti o di strumenti lavorativi, ripetuti trasferimenti ingiustificati, la prolungata attribuzione di compiti dequalificanti o eccessivi, l'impedimento sistematico dell'accesso a notizie o fonti di informazione, l'esercizio esasperato od eccessivo di forme di controllo. Poste queste premesse, la circolare impugnata dettava regole procedurali per l'esame delle domande di riconoscimento di malattia professionale derivante da mobbing. Ora il TAR del Lazio ha contestato all'INAIL di aver ecceduto i limiti della sua discrezionalita', in una materia che e' riserva di legge. Allo stato attuale, benche' siano stati presentati 12 progetti di legge e benche' l'11° Commissione del Senato abbia predisposto un testo unificato, la materia non ha ancora una sua disciplina legislativa. (AGI)
Roma, 17 set. (Adnkronos) - La Corte di Cassazione offre ai > lavoratori un'arma in piu' per tutelarsi dal mobbing in ufficio. Per > denunciare una situazione di sopruso, infatti, i dipendenti possono utilizzare espressioni ''oggettivamente offensive'' nei confronti del datore di lavoro senza incorrere in condanne penali per ingiuria o diffamazione. Beneficiando di questa forma di tutela accordata dalla Suprema Corte, Rita T., impiegata sessantenne di Fermo, si e' vista cancellare le condanne per ingiuria e diffamazione inflitte a lei sia dal Giudice di pace che dal Tribunale di Fermo perche', licenziata in tronco dalla sua azienda, aveva preso carta e penna e aveva scritto alla Commissione provinciale di conciliazione e al datore di lavoro Giuseppe M. denunciando che il suo licenziamento non era giustificato perche' in realta' era stata ''vittima di molestie''.Nella sostanza la signora ''accusava il datore di lavoro di mobbing''. Di qui la condanna per ingiuria e diffamazione inflitta a Rita T. sia dal giudice di Pace di Fermo (ottobre 2002) che dal Tribunale di Fermo (marzo 2003) che condannavano la donna anche a risarcire l'ex datore di lavoro per i danni patiti dalle sue accuse. A fare scattare la condanna dell'impiegata, una denuncia scritta nella quale la donna sosteneva che il suo licenziamento costituiva soltanto un pretesto dal momento che ''la causa reale del licenziamento doveva ravvisarsi nel fatto che, sottoposta a particolari attenzioni dal datore di lavoro, aveva negato la propria disponibilita' a corrispondere tali attenzioni''. E, per inciso dichiarava di avere subito ''azione di mobbing''. Il caso e' finito in Cassazione su sollecitazione della stessa impiegata licenziata ed ora la Quinta sezione penale ha accolto il suo ricorso, annullando la sentenza impugnata ''perche' il fatto non costituisce reato''. Scrive piazza Cavour (sentenza 33656/05) che anche se e' ''fuori di dubbio che la attribuzione di comportamenti certamente censurabili ed infamanti costituisca fatto gravemente offensivo, come hanno giustamente ritenuto i giudici di merito'', l'utilizzo di espressioni ''oggettivamente offensive'' per descrivere una situazione di sopruso, ''se non vengono utilizzate solo allo scopo di aggredire la controparte come persona'' devono essere assolte. A questo punto Rita T., se la vertenza si risolvera' a suo favore, potrebbe anche essere reintegrata. (Dav/Col/Adnkronos)
(AGI) - Roma, 25 lug. - Tra i lavoratori precari e i disoccupati la mortalita' e' piu' alta anche del 250% rispetto alla generalita'. E' quanto emerge dai dati raccolti da epidemiologi dell'Universita' di Torino, in base ai quali le condizioni di salute della popolazione sono strettamente condizionate anche da fattori non fisici o biologici, quali quelli psicologici, e quelli legati alla condizione economica e sociale. Benche' le situazione generale di salute della popolazione italiana sia negli ultimi anni raggiungendo piu' elevati livelli, questa condizione non e' distribuita in maniera molto omogenea tra le diverse fasce sociali. L'analisi ha posto in luce che nelle fasce di popolazione che hanno un lavoro precario si registra un tasso di mortalita' superiore del 50% rispetto a quello esistente tra coloro che hanno un lavoro stabile. Tra i disoccupati, poi, questa differenza diventa ancora piu' eclatante, raggiungendo addirittura il 250%. D'altro canto che l'insorgere delle malattie venga determinato anche da fattori e situazioni non strettamente collegati alle situazioni fisiche e' dimostrato dall'aumento verificatosi negli ultimi anni dalle malattie da stress, alcune delle quali, per le loro caratteristiche, sono addirittura ammesse ad indennizzo dall'INAIL come malattie professionali. Valga per tutte l'esempio delle malattie determinate dal mobbing che determina una condizione di stress generalizzato nell'organismo della vittima. E' evidente che la situazione di insicurezza e la sensazione di precarieta' economica in cui si trova a vivere una persona che non puo' contare su un lavoro stabile - e quindi su un ruolo sociale definito - esplica i suoi effetti negativi anche sulle condizioni organiche. Inoltre, secondo una ricerca condotta recentemente da un gruppo di sanitari a Roma, la collocazione sociale influenza anche la condizione del malato, determinando non solo la frequenza ma anche il decorso e l'esito della malattia. Secondo la ricerca, infatti, benche' le malattie cardiache colpiscano con maggiore frequenza gli appartenenti alle classi sociali piu' deboli, essi hanno il 25% in meno di probabilita' di avere accesso alle unita' coronariche. (AGI)
Milano, 15 set. - (Adnkronos) - Dopo la sentenza del dicembre scorso con la quale il tribunale di Milano aveva condannato un'azienda municipalizzata milanese al reintegro di un ''dipendente'' mobbizzato il 55enne, con una invalidita' del 60%, non era stato riassegnato ai suoi compiti. Cosi' l'uomo, difeso dall'avvocato Valentino Imberti, si e' rivolto nuovamente al Tribunale. Martedi' 13 settembre il giudice del lavoro, riconoscendo un danno alla professionalita', la lesione della dignita' personale e professionale e danni alla salute (che e' peggiorata), ha disposto il reintegro dell'uomo alle sue mansioni di responsabile entro 30 giorni. L'uomo, assunto in azienda dal 1969, a partire dal 1999 era stato ''degradato'' da una dirigente da responsabile della contabilita' a impiegato ''semplice'', gli erano stati tolti i collaboratori, era stato assegnato a una sede distaccata nell'hinterland. Infine, dal 2001, dopo essere tornato a lavorare nella sede centrale era assegnato a compiti ''banali'' e senza nessun apporto concettuale. Per questo l'uomo aveva denunciato l'azienda che nel dicembre scorso era stata condannata al reintegro e a pagare un risarcimento di oltre 35 mila euro. L'altro ieri un altro provvedimento a favore dell'uomo che e' a casa malato anche in conseguenza del mobbing subito in questi anni.
Roma, 17 set. (Adnkronos) - La Corte di Cassazione offre ai lavoratori un'arma in piu' per tutelarsi dal mobbing in ufficio. Per denunciare una situazione di sopruso, infatti, i dipendenti possono utilizzare espressioni ''oggettivamente offensive'' nei confronti del datore di lavoro senza incorrere in condanne penali per ingiuria o diffamazione. Beneficiando di questa forma di tutela accordata dalla Suprema Corte, Rita T., impiegata sessantenne di Fermo, si e' vista cancellare le condanne per ingiuria e diffamazione inflitte a lei sia dal Giudice di pace che dal Tribunale di Fermo perche', licenziata in tronco dalla sua azienda, aveva preso carta e penna e aveva scritto alla Commissione provinciale di conciliazione e al datore di lavoro Giuseppe M. denunciando che il suo licenziamento non era giustificato perche' in realta' era stata ''vittima di molestie''. Nella sostanza la signora ''accusava il datore di lavoro di mobbing''. Di qui la condanna per ingiuria e diffamazione inflitta a Rita T. sia dal giudice di Pace di Fermo (ottobre 2002) che dal Tribunale di Fermo (marzo 2003) che condannavano la donna anche a risarcire l'ex datore di lavoro per i danni patiti dalle sue accuse. A fare scattare la condanna dell'impiegata, una denuncia scritta nella quale la donna sosteneva che il suo licenziamento costituiva soltanto un pretesto dal momento che ''la causa reale del licenziamento doveva ravvisarsi nel fatto che, sottoposta a particolari attenzioni dal datore di lavoro, aveva negato la propria disponibilita' a corrispondere tali attenzioni''. E, per inciso dichiarava di avere subito ''azione di mobbing''. (segue)
(Adnkronos) - Il caso e' finito in Cassazione su sollecitazione della stessa impiegata licenziata ed ora la Quinta sezione penale ha accolto il suo ricorso, annullando la sentenza impugnata ''perche' il fatto non costituisce reato''. Scrive piazza Cavour (sentenza 33656/05) che anche se e' ''fuori di dubbio che la attribuzione di comportamenti certamente censurabili ed infamanti costituisca fatto gravemente offensivo, come hanno giustamente ritenuto i giudici di merito'', l'utilizzo di espressioni ''oggettivamente offensive'' per descrivere una situazione di sopruso, ''se non vengono utilizzate solo allo scopo di aggredire la controparte come persona'' devono essere assolte. A questo punto Rita T., se la vertenza si risolvera' a suo favore, potrebbe anche essere reintegrata.
(AGI) - Roma, 25 lug. - Tra i lavoratori precari e i disoccupati la mortalita' e' piu' alta anche del 250% rispetto alla generalita'. E' quanto emerge dai dati raccolti da epidemiologi dell'Universita' di Torino, in base ai quali le condizioni di salute della popolazione sono strettamente condizionate anche da fattori non fisici o biologici, quali quelli psicologici, e quelli legati alla condizione economica e sociale. Benche' le situazione generale di salute dellapopolazione italiana sia negli ultimi anni raggiungendo piu' elevati livelli, questa condizione non e' distribuita in maniera molto omogenea tra le diverse fasce sociali. L'analisi ha posto in luce che nelle fasce di popolazione che hanno un lavoro precario si registra un tasso di mortalita' superiore del 50% rispetto a quello esistente tra coloro che hanno un lavoro stabile. Tra i disoccupati, poi, questa differenza diventa ancora piu' eclatante, raggiungendo addirittura il 250%. D'altro canto che l'insorgere delle malattie venga determinato anche da fattori e situazioni non strettamente collegati alle situazioni fisiche e' dimostrato dall'aumentoverificatosi negli ultimi anni dalle malattie da stress, alcune delle quali, per le loro caratteristiche, sono addirittura ammesse ad indennizzo dall'INAIL come malattie professionali. Valga per tutte l'esempio delle malattie determinate dal mobbing che determina una condizione di stress generalizzato nell'organismo della vittima. E' evidente che la situazione di insicurezza e la sensazione di precarieta' economica in cui si trova a vivere una persona che non puo' contare su un lavoro stabile - e quindi su un ruolo sociale definito - esplica i suoi effetti negativi anche sulle condizioni organiche. Inoltre, secondo una ricerca condotta recentemente da un gruppo di sanitari a Roma, la collocazione sociale influenza anche la condizione del malato, determinando non solo la frequenza ma anche il decorso e l'esito della malattia. Secondo la ricerca, infatti, benche' le malattie cardiache colpiscano con maggiore frequenza gli appartenenti alle classi sociali piu' deboli, essi hanno il 25% in meno di probabilita' di avere accesso alle unita' coronariche. (AGI)
Roma, 28 lug. (Adnkronos) - All'universita' ''La Sapienza'' di Roma nuove regole contro mobbing, discriminazione e molestie sessuali.Il Senato Accademico ha infatti approvato il regolamento per l'istituzione e il funzionamento del 'Comitato paritetico sul fenomeno del mobbing', il 'Regolamento per l'istituzione e il funzionamento del Comitato pari opportunita'' e il 'Codice di condotta nella lotta contro le molestie sessuali'. Ecco alcune delle misure adottate per combattere questi fenomeni.Per monitorare e combattere eventuali episodi di mobbing e' prevista, oltre alla costituzione di un apposito 'Comitato paritetico', anche la creazione di sportelli di ascolto, l'istituzione di un 'Consigliere di fiducia', e la definizione di codici di condotta specifici sul fenomeno. Il 'Comitato pari opportunita'' avra' invece il compito di promuovere giornate di studio e corsi di formazione per sensibilizzare alla necessita' delle pari opportunita' tra i sessi. Garante dei diritti di studentesse e di lavoratrici sara' una 'Consigliere di fiducia' scelto dal Comitato tra il personale femminile dell'Ateneo.
(Adnkronos) - Per quanto riguarda il delicato capitolo delle molestie sessuali, il 'Codice di condotta' prevede l'istituzione della figura di un Consigliere di fiducia con il compito d'intervenire, se la persona oggetto di molestie lo riterra' opportuno, per far cessare il comportamento scorretto e ripristinare un sereno ambiente di studio o di lavoro. Sara' sempre e comunque possibile sporgere denuncia all'Amministrazione che potra' avviare procedimenti disciplinari, fermo restando l'obbligo di trasmettere gli atti all'Autorita' giudiziaria.
(ANSA) - WASHINGTON, 12 AGO - Non essere ''sufficientemente bella'' per gli standard del datore di lavoro, anche quando e' una casa di cosmetici che fa della bellezza un mito, non puo' essere motivo di licenziamento.Lo ha affermato la Corte Suprema della California, dando ragione a una manager che si era rifiutata di licenziare una dipendente de L'Oreal che il capo dell'azienda non riteneva esteticamente adeguata. La sentenza della Corte di Sacramento significa, come corollario, che un ordine del capo puo' essere trasgredito, in un'azienda, se e' discriminatorio. Il capo in questione, che rischia ora di trovarsi in un mare di guai, aveva anche dato alla sua manager indicazioni ben precise del tipo di bellezza che l'azienda andava cercando: bionda, quindi bianca, alta e magra, mentre la dipendente da licenziare era con i capelli scuri e di colore.''E' una decisione unica nel suo genere'', ha sostenuto Joseph Gordin ex giudice della Corte Suprema californiana, ora docente di legge, che ha commentato la sentenza sul Los Angeles Times.La sentenza della Corte di Sacramento estende la tutela dei lavoratori che si rifiutano di eseguire ordini che ritengono discriminatori e li mette al riparo da eventuali ritorsioni o azioni di mobbing cui i datori di lavoro potrebbero ricorrere. Il caso di Elysa J. Yanowitz e', in questo senso, esemplare.La donna , 59 anni, da 17 manager de L'Oreal, si rifiuto' di licenziare la collega mora e di colore, mentre il capo le voleva diverse, e divenne, percio', oggetto di tutta una serie di angherie e ripicche da parte del datore di lavoro: le furono assegnate mansioni meno importanti e veniva spesso rimproverata in modo specioso.Non riuscendo piu' a tollerare una situazione del genere, la Yanowitz si licenzio', ma denuncio' l'azienda. La causa e' tuttora aperta, ma la Yanowitz, adesso, ha dalla sua la sentenza della Corte Suprema californiana. E' probabile che, secondo gli standard americani, piu' che a una reintegrazione punti a un sostanzioso indennizzo: di che vivere una pensione senza ristrettezze, con la soddisfazione di averla spuntata.
(AGI) - Roma, 11 lug. - In Italia il mobbing, nonostante il diffondersi del fenomeno, non ha ancora una precisa connotazione giuridica e neanche definizioni certe e determinate, in quanto nessuno dei vari disegni di legge presentati in proposito ÃÐ stato portato a conclusione. In mancanza di una definizione legislativa, per mobbing si intende " un'azione che si ripete per un periodo di tempo, compiuta da uno o più mobber (colleghi o datore di lavoro) per danneggiare qualcuno in modo sistematico e con uno scopo preciso". Il mobbizzato viene accerchiato ed aggredito intenzionalmente mettendo in atto strategie comportamentali volte alla distruzione psicologica e professionale. In Italia ÃÐ la giurisprudenza del lavoro che si ÃÐ assunta il compito di dare una classificazione ad alcune ipotesi del fenomeno della persecuzione in azienda. Sono quindi stati classificati come illeciti una serie di atti capaci di produrre al lavoratore un danno psicologico ( che si ripercuote sul piano fisico) risarcibile. Fanno parte dell'elenco il disconoscimento sistematico dei meriti del dipendente e la reiterata comminazione di procedimenti disciplinari, l'invio di ripetute visite domiciliari di controllo della malattia che assume finalità vessatorie, l'attribuzione di mansioni dequalificanti, il graduale svuotamento delle mansioni, la reintegrazione del lavoratore licenziato in mansioni non equivalenti, gli ingiustificati trasferimenti ad altre sedi, le molestie sessuali. Nel nostro ordinamento giuridico già esiste una norma, l'art. 15 dello Statuto dei lavoratori, che prevede misure a difesa della parità di trattamento tra i lavoratori; inoltre, se il fenomeno assume carattere di diffamazione o di ingiuria è possibile percorrere la strada del procedimento penale, oltre che l'azione civile del risarcimento. Comunque, i giudici del lavoro hanno stabilito il principio che esiste una precisa responsabilità del datore di lavoro nel caso in cui sia accertato un nesso causale tra il comportamento datoriale, il pregiudizio arrecato al lavoratore e la natura collettiva del mobbing. Occorre infine che sia stato effettivamente verificato che nel caso in questione si tratti di mobbing e non piuttosto di mero conflitto tra colleghi o superiori gerarchici. (AGI)
(Adnkronos) Milano, 30 giu - Aspetto' il suo dirigente superiore nel garage dell'azienda in cui entrambi lavoravano e gli sparo' alla tempia con una pistola calibro 9. Un solo colpo che pero' non uccise Antonio Politi che fu ricoverato in ospedale per poi uscirne vivo ma menomato. Il fatto avvenne a Milano nel novembre scorso e oggi il pm Tiziana Siciliano ha chiesto per Luciano Migliavacca 10 anni di reclusione. Il processo si svolge davanti al gup Giovanna Verga con il rito abbreviato. Dopo gli interventi delle difese e degli avvocati di parte civile il giudice potrebbe emettere sentenza l'8 luglio prossimo.Migliavacca aveva poi confessato l'omivi'cidio dicendo di ritenersi vittima di un caso di mobbing e ha dichiarato che Politi gli aveva rovinato la vita. (Gio/Lr/Adnkronos)
(AGI) Roma, 13 giu - Sono oltre 95.000 le ispezioni che il Ministero del Lavoro ha programmato di svolgere nel corso del 2005 con l'obiettivo primario di combattere il lavoro nero e l'evasione/elusione contributiva. 34.000 controlli saranno in particolare rivolti al settore dell'edilizia dove il fenomeno infortunistico, ancora troppo frequente sia per numero che per gravita' di conseguenze, spesso si accompagna a quello del lavoro sommerso da parte di lavoratori extracomunitari. In questo settore particolare attenzione verra' dedicata dagli Ispettori del lavoro alle piccole e medie aziende non iscritte alle Casse edili ed alle imprese che operano con appalti pubblici. Le ispezioni, che avranno cura di non sovrapporsi alle analoghe attivita' di vigilanza svolte dagli Enti previdenziali (INPS e INAIL) tenderanno non solo a verificare la regolarita' del rapporto di lavoro ma anche l'osservanza delle norme in materia di salute e sicurezza sul lavoro. Altri settori su cui si incentrera' prevalentemente l'attivita' di vigilanza del Ministero nel corso del 2005 sono quelli dell'agricoltura, con particolare riferimento al contrasto del fenomeno del caporalato, e dei pubblici esercizi dove si tendera' a verificare la corretta applicazione delle norme sul lavoro flessibile. Altra nutrita serie di controlli tendera' a combattere il lavoro minorile e il mobbing e ad accertare il rispetto delle norme sulle pari opportunita' e sul collocamento al lavoro dei soggetti disabili. (AGI)
(ANSA) ROMA, 4 giu - Il grido d'allarme sull'assenteismo nel pubblico impiego e' ingiustificato, il fenomeno e' molto complesso e i dati che lo riguardano vanno studiati con una lente precisa e imparziale, con un occhio attento alle cause. A buttare acqua sul fuoco sull'aumento delle assenze nel settore pubblico sono i sindacati di categoria, replicando cosi' ai dati del rapporto della Ragioneria dello Stato targato 2003. Secondo i rappresentanti dei lavoratori, i numeri forniti dalla Ragioneria vanno depurati dalle ferie, in linea con il settore privato, dalle assenze per maternita', e dagli altri congedi previsti per legge. ''L'allarme non mi risulta - commenta Carlo Podda, segretario generale della Fp-Cgil - lo trovo strumentale nei confronti del settore pubblico''. Una media di 51 giorni l'anno per dipendente, per un totale di 172 milioni di giorni 'persi' all'anno nel 2003, oltre cinque milioni in piu' rispetto all'anno precedente: e' questa secondo la Ragioneria dello Stato, la fotografia del calendario assenze nella pubblica amministrazione. La 'maglia nera' spetta alle donne che, tra ferie e malattie, hanno totalizzato 101 milioni di giorni d'assenza. Tra le categorie meno ligie al dovere si contano la scuola e il ministero per l'Istruzione. ''Se depuriamo i dati dalle ferie e dalle assenze per maternita', il fenomeno non esiste'', rincara Antonio Foccillo, segretario confederale della Uil. ''Chi conta le ferie nel numero di ore non lavorate - aggiunge Nino Sorgi, segretario confederale della Cisl - sbaglia''. Secondo Podda le molte ore di lavoro 'perse' probabilmente sono da collegare all'alto tasso di conflittualita' per il mancato rinnovo dei contratti e all'azione di contrasto nei confronti della riforma Moratti: ''il che - aggiunge il sindacalista - spiegherebbe anche che la categoria meno presente al lavoro e' stata quella della scuola''. Tirando le somme, secondo i sindacati, l'assenteismo non preoccupa. In ogni caso, anche ammesso che il fenomeno esista, la pubblica amministrazione - spiegano - ha in mano le armi per combatterlo e per studiarne le cause, mobbing e stress in testa. ''Gia' dal primo giorno di malattia - ricorda Foccillo - si puo' mandare una visita fiscale, e in alcuni casi sono anche previste delle penalizzazioni economiche''. Per Sorgi, ''prima bisogna leggere i dati, ma qualora si riscontrasse il problema, l'unica soluzione sarebbe quella di sedersi attorno a un tavolo con rappresentanti politici e delle aziende. E cosi' trovare i rimedi piu' adatti''. (ANSA)