COMUNICATI STAMPA E INTERVISTE
Nuovo slancio dal Congresso all'Istituto di Studi Sindacali
Intervista con Gianni Salvarani su alcuni aspetti dell’ultima assise Uil e sulle iniziative che riguardano la biblioteca Artuto Chiari e il rinato Ufficio studi: il sindacato rinnova se stesso per rinnovare la società.
di Piero Nenci
Il mio primo congresso è stato quello di Firenze del 1958, ricorda Gianni Salvarani. Le differenze tra i primi congressi Uil e quelli più recenti sono parecchie: intanto l’uso delle tecnologie che nel ’58 non erano ancora arrivate e l’utilizzo degli effetti speciali che allora non conoscevamo, come d’altronde è avvenuto in tutti gli avvenimenti del Paese. Ma le differenze sono notevoli anche dal punto di vista dei contenuti, dell’impegno e della partecipazione: i primi congressi coinvolgevano un minor numero di persone, un minor numero di partecipanti e anche i congressi periferici preparatori erano meno. Viceversa la mole di partecipazione dell’ultimo congresso è stata notevolissima, si può considerare che oltre il sessanta per cento degli iscritti alla Uil vi hanno, direttamente o indirettamente, partecipato. Quindi una partecipazione talmente vasta da poter dire che la manifestazione di democrazia che dà il sindacato coi suoi congressi è quella di maggior portata tra tutte le organizzazioni del nostro Paese. Oltre a queste differenze quantitative c’è poi una grande differenza qualitativa perché in questi decenni c’è stato un notevole progresso di letture, di conoscenze e di capacità di espressione che fa parte ormai del bagaglio culturale dalle nuove generazioni, molto più preparate di quelle che hanno gestito i primi congressi. Quelle, pur sapendo il fatto loro sul piano politico e sindacale, lasciavano tuttavia trapelare la loro minor preparazione culturale.
Qualche appunto da muovere al congresso che abbiamo appena chiuso?
Trovo che, per forza di cose, la grande espansione raggiunta dal sindacato presenti anche qualche punto di debolezza. Dovendosi occupare di una miriade di problemi, se non vuol strangolare il dibattito e limitare gli approfondimenti, il congresso dovrebbe poter disporre di molto più tempo. Perché è evidente che la carne sul fuoco è parecchia ed ospitando tanti illustri personaggi – che da una parte si è obbligati ad invitare e dall’altra ci si tiene ad invitare – il tempo che viene poi dedicato al dibattito viene sacrificato. Il sindacato è diventato un soggetto molto importante nella società e si ritrova ad avere meno tempo per se stesso e per la discussione al suo interno rispetto a quanto succedeva per i congressi di un tempo.
Ma in una società di immagine come la attuale, il sindacato non deve ritagliarsi il suo spazio ed evidenziarsi al Paese?
Non c’è dubbio. E questo intento viene raggiunto in maniera piena: il sindacato si trova sulla scena dall’inizio alla fine del suo congresso. I mass media nazionali sono costantemente presenti e non solo loro, tutta la stampa, le radio e le tv locali, da dove sono partite le varie delegazioni, seguono giorno per giorno i lavori del congresso e gli interventi dei segretari delle altre organizzazioni, dei politici, dei rappresentanti dei sindacati esteri, degli uomini del governo. Dunque il congresso Uil è stato ben esposto nella vetrina del sistema di comunicazione di massa. Dal punto di vista dell’immagine e della presenza il momento congressuale è un grande successo del sindacato. Ma questo paga un prezzo sul piano del dibattito interno e dell’approfondimento degli argomenti.
Forse questi approfondimenti sono già avvenuti durante i congressi delle Camere sindacali e di categoria.
Non c’è dubbio: in tutto il lavoro preparatorio le tesi congressuali sono state lette e discusse in tutti i loro vari aspetti. E’ tutta una progressiva analisi che viene compiuta e che dovrebbe sfociare in una sintesi complessiva nel congresso confederale. Per cui il congresso dovrebbe durare più giorni o dovrebbe essere limitata la partecipazione degli esterni. E’ forse il caso di fare una vetrina più piccola oppure va allargato il laboratorio.
E sull’impostazione generale del congresso hai qualcosa da sottolineare?
Qualcosa ci sarebbe perché tutti i congressi che si celebrano da sempre nel nostro Paese si svolgono con una anomalia al loro interno. Mi spiego: un congresso si svolge con l’atto iniziale delle dimissioni di tutto il gruppo dirigente che rimette il proprio mandato nelle mani del congresso convocato. Quindi – come si ripete costantemente – l’assemblea congressuale è sovrana e spetta all’assemblea decidere tutto dell’organizzazione. Potrebbe, al limite, decidere anche lo scioglimento dell’organizzazione che rappresenta. E’ l’unico organo deputato per decidere tutto, la vita e la morte dell’organizzazione perché ha tutti i poteri decisionali. Dov’è allora l’anomalia (che è particolarmente italiana)? Sta nel fatto che il gruppo dirigente uscente continua ad essere il gestore del congresso e continua a recitare un ruolo come se il congresso fosse semplicemente un atto di transizione tra il momento terminale di una gestione e la ripresa della gestione seguente. Invece, una volta assunti tutti i poteri decisionali, il congresso stesso dovrebbe decidere i propri lavori, il loro sviluppo, le loro conclusioni. In altri Paesi ci si comporta diversamente: chi ha guidato l’organizzazione riunita a congresso si presenta all’assemblea facendo una relazione delle proprie attività, in pratica la storia del periodo intercorso dal congresso precedente, e lì finisce. Inizia quindi un dibattito su quanto è stato riferito e su quanto il congresso vorrà fare dell’organizzazione nel periodo successivo. Al termine di questo dibattito si svolgono le elezioni per il nuovo gruppo dirigente e allora chi viene eletto – segretario generale o presidente che sia – si presenta alla tribuna a leggere il programma che vuol attuare in base agli indirizzi dati dal congresso. Non ci sono repliche, ma la presentazione di un programma. Da noi invece non si fa così, si opera in una maniera anomala (lo dico in senso buono) che è frutto di tutta la storia del nostro Paese. E come lo fa il sindacato lo fanno tutte le altre organizzazioni e spesso anche qualche istituzione cade in questa anomalia. La replica al dibattito congressuale, come si usa da noi, è sostanzialmente un’opera di autodifesa e di autopromozione.
Dici che questo modo di fare un congresso è frutto della nostra storia e della nostra mentalità. Sarà facile per il sindacato fare un congresso in modo diverso evitando tale anomalia?
Credo che non sarà facile perché dovrebbe investirne tutta l’organizzazione cominciando dai congressi di base. Tuttavia, vista una certa forma di stanchezza che si nota nelle forme organizzative del nostro Paese e vista anche la necessità di creare maggior interesse per i lavori di un congresso, credo che sarebbe opportuno cominciare a studiare un nuovo modo di realizzare i congressi, inserendovi anche questo aspetto del quale ho parlato. Credo che ciò sarebbe molto utile. Credo che il sindacato potrebbe essere in grado di dimostrare di essere capace di cambiare se stesso e il proprio modo di lavorare per cambiare il Paese.
L’ultimo congresso è stato anche un’occasione per dare risonanza all’Istituto di studi sindacali che la Uil ha rivitalizzato presentando al pubblico la biblioteca Arturo Chiari il 5 marzo scorso.
Sì, l’Istituto è nato sulle ceneri di tante iniziative fatte dall’organizzazione sia interne che collaterali: i vari uffici studi, il Crel e altri collegamenti esterni. Ora, percepita la mancanza di un organismo interno alla confederazione in grado di offrire un contributo di elaborazione, di idee, di suggerimenti si è fatta una riedizione dell’ Ufficio studi sindacali. Lo si è rimesso in piedi rigenerato. La sua data di nascita è il 1998 (XII congresso). Il primo atto è stato, l’anno dopo, la riorganizzazione dell’Archivio. Con l’avvio della fase congressuale di quest’anno, il meccanismo ha ripreso a girare con nuove iniziative che hanno riguardato la riscoperta delle radici politiche e ideali della Uil: cogliendo anche l’occasione di alcune circostanze di momenti particolari che si sono verificati, siamo andati alla ricerca di come quelle radici e quegli ideali hanno contribuito alla formazione della Uil. Siamo partiti con la triade Camillo Trampolini, Pietro Chiesa e Nicola Badaloni, abbiamo sviscerato il pensiero ideale di questi riformisti, stabilendo un filo di congiunzione con quelle che poi sono diventate le idealità da sempre presenti all’interno della nostra organizzazione riformista, laica, socialista. Questo è stato un primo passo. Adesso intendiamo proseguire in questa direzione con ulteriori approfondimenti cercando di capire i diversi aspetti del socialismo riformista al quale le persone impegnate nella Uil hanno sempre fatto riferimento per attingerne le idee da praticare nell’azione sindacale di oggi.
E della biblioteca che dici?
Da pochi mesi siamo riusciti a varare una biblioteca che mancava all’interno dell’organizzazione. Era un vuoto che ci pesava come un masso perché dopo l’archivio, deputato alla conservazione della documentazione confederale, era necessario procedere oltre nella conservazione della memoria e della cultura non solo storico politica della Uil ma anche di tutto il mondo sindacale e politico sviluppata nel nostro Paese. Qualcosa che ci mancava e che ora abbiamo realizzato. Di questa mancanza pagavamo uno scotto pesante nei confronti degli studenti e degli studiosi, nei confronti dei ricercatori e del mondo universitario. La Uil era assente dal mercato culturale. Con la biblioteca, intitolata ad Arturo Chiari – uno degli storici fondatori della Uil, stretto collaboratore di Bruno Buozzi e che gli è succeduto all’interno della Fiom, quindi personaggio importante per tutto il movimento sindacale - abbiamo colmato anche questo vuoto.
A che punto sono i lavori per renderla accessibile al pubblico?
Ci stiamo lavorando. Si sta completando la catalogazione di circa 12 mila volumi e la redazione del catalogo e quanto prima la biblioteca sarà fruibile. Ma siamo contenti perché da questo congresso abbiamo avuto due grandi riconoscimenti: gli amici e i compagni di tutta l’organizzazione lo devono sapere. Il primo riconoscimento lo abbiamo avuto da parte del Tesoriere. Nella sua relazione sulla situazione patrimoniale dell’organizzazione ha messo in risalto il fatto che la Uil ha trovato gli spazi adeguati per la biblioteca. Questo è un riconoscimento che noi ricambiamo al Tesoriere per l’impegno che ha avuto nei confronti dell’Istituto, è un riconoscimento di tutta l’organizzazione. Il secondo riconoscimento che ci ha fatto molto piacere è stato quando nella replica il segretario generale della Uil ha richiamato espressamente non solo il rilancio dell’Istituto di studi sindacali ma anche l’insediamento del Comitato scientifico dell’Istituto stesso avvenuto pochi giorni prima. Di tale Comitato fanno parte dodici illustri personalità del mondo della cultura, della politica, del sociale che si sono dichiarati entusiasti di partecipare all’attività dell’Istituto. E questo sta, da un lato, a dimostrare l’importanza del ruolo che l’Istituto di studi sindacali può avere per l’organizzazione e, dall’altro, avalla il ruolo che può assumere all’esterno.
Con quali iniziative si metterà la lavoro l’Istituto di studi?
Con una serie di iniziative cadenzate anno per anno
con degli approfondimenti che di volta in volta diventino elementi storico
politici e riescano, concatenandosi, a completare un percorso di studio,
di attualizzazione di tutti quegli apporti - diretti o indiretti - che il
mondo sindacale ha avuto dal più grande movimento che è quello
laico riformista socialista di cui la Uil ritiene di aver ereditato il patrimonio.
Potremmo concretizzare questo programma con una serie di seminari o di convegni,
forse sei o sette volte in un anno. Questi sono approfondimenti di carattere
storico politico delle idealità che stanno alla base dell’organizzazione:
la Uil torna alle proprie radici e agli uomini che le hanno fatte crescere
e vede come renderle attuali anche oggi, offrendo spunti soprattutto alle
giovani generazioni. Una seconda idea è quella di organizzare un
paio di volte l’anno dei seminari interni all’organizzazione
per creare l’occasione perché la Uil si interroghi, approfondisca,
studi, elabori, proponga. Vorremmo cioè stabilire una periodicità
di momenti nei quali l’organizzazione sceglie un tema o un problema
della società in cui opera e comincia – lei per prima - a studiarci
sopra e a indicare delle soluzioni. Questi appuntamenti – un paio
all’anno - si riferiscono alle grandi tematiche del momento che devono
essere capite e approfondite e studiate nelle loro conseguenze. Faccio un
esempio: si parla tanto di riforma della contrattazione, perché non
dedicare a questo tema un apposito seminario chiamando a discuterne studiosi
ed esperti, redigendo materiali, apporti, idee suggerimenti? Pensiamo di
poter dare alla Confederazione questo tipo di contributo e la Confederazione
poi se ne potrà appropriare, discuterlo nei propri organismi e se
crede opportuno farne cosa sua, proporlo alle altre organizzazioni, porlo
alla base di scelte delle proprie politiche.
STORIA VALORI CULTURA E AGIRE DEL SINDACATO
Riflettere
sul Passato,
approfondire il Presente,
anticipare il Futuro