DOCUMENTI
Intervento di Gianni Salvarani alla Tavola
Rotonda sulla Legge 30
“Lavoro a tempo determinato è possibile un nuovo welfare?”
Roma, 19 aprile 2005 Camera dei deputati, Palazzo Marini
Prima di fare alcune considerazione sulla legge è necessaria una premessa, che accantonerò immediatamente dopo averla fatta volendo continuare il ragionamento sulla legge, in quanto è mia convinzione che questa legge sia uguale alle altre leggi fatte da questo governo, cioè prodotte al solo scopo di favorire interessi personali, di gruppi o esclusivamente funzionali al rafforzamento della scelta ultraliberista, ma che nulla hanno a che fare con l’interesse del Paese e pertanto non meritevole di nessuna attenzione.
Accantonata la premessa, ma non dimenticato il giudizio di fondo in essa contenuto, vi è innanzi tutto da precisare che la pomposità e presuntuosità con la quale continuamente viene riproposta la legge 30 quella di essere la legge di riforma “epocale” del mercato del lavoro, è totalmente falsa, in quanto non solo perché è una forma di “pubblicità ingannevole”, ma soprattutto perché è molto lontana dall’essere la legge di riforma “generale” del mercato. Il provvedimento, infatti, non può esserlo in quanto sono stati ignorati molti degli strumenti che interagiscono sul mercato e come tali indispensabili per la creazione di una reale riforma complessiva capace di realizzare un vero nuovo mercato del lavoro.
Questo chiarimento fatto sul tipo di legge e quanto realmente la si possa definire di riforma, fa comprendere quale fosse il vero risultato che il governo voleva ottenere con la sua approvazione, uno solo: quello di liberalizzare il più possibile il mercato, non curandosi più di tanto d’eventuali effetti distorsivi, di pericolosi vuoti, di scollegamenti e/o dannose sovrapposizioni che con la legge si sarebbero potuti determinare.
Questo ragionamento è stato sicuramente alla base delle indicazioni fornite ai tecnici per l’elaborazione del progetto di legge.
Una legge avulsa, ma con un disegno ben chiaro ed una altrettanto chiara finalizzazione, una legge che per dirla con il prof. Gallino “ ha dato veste legale alla precarietà, mantenendo e complicando la vita alle imprese” ovviamente vi è da aggiungere ed ancor di più ai lavoratori.
Qualcuno, esagerando in comprensione e buonismo, si è posto il dilemma se la legge 30 rappresenta la conquista della flessibilità, oppure se più semplicemente ha codificato la precarietà facendola divenire una presenza permanente. Sia per i suoi contenuti, sia per gli effetti fin qui prodotti, la risposta non può che essere che è ancor più negativa della precarietà permanente paventata. Ciò è dovuto ai suoi effetti dirompenti sulla condizione dei lavoratori, in quanto attraverso la sua applicazione si sta andando verso la via legale per aumentare lo sfruttamento e per contribuire a demolire il sistema di welfare esistente.
Per quanti hanno sempre creduto nella fondamentale importanza del lavoro e nella sua dignità, senza voler scomodare la Costituzione, è inaccettabile il risultato di una legge che ha ridotto il lavoro a semplice oggetto di scambio commerciale. E’ questo un giudizio tra i più ricorrenti fra i profondi conoscitori ed esperti della materia.
Cercando di capire meglio la filosofia che ha ispirato la legge e quello che in essa è stato trasfuso vi è da aggiungere che mentre l’obiettivo da conseguire che appare è quello di demolire ogni forma di rigidità presente nel mercato, quello che si sottende è di eliminare i vincoli derivanti dal confronto sociale. Raggiungere in questo modo il traguardo della liberalizzazione più selvaggia per arrivare più facilmente al massimo dello sfruttamento dei lavoratori. Con ciò si vuole conseguire, attraverso questa via, il folle risultato di ridurre il costo del lavoro al punto da fermare la concorrenza che i paesi in via di sviluppo e dell’est, Cina in primis, stanno conducendo nei confronti dell’Europa e del nostro Paese.
Ci vuole molto coraggio, per non dire altro, a portare avanti un tale disegno. Così come ricercare sostegni nei dati e nelle elaborazioni “amicali”, diffondendo giudizi positivi sull’andamento della legge e sui risultati eclatanti che ha provocato sull’aumento dell’occupazione. Quando ciò non riesce si fa come il Censis che attribuisce alla responsabilità delle parti sociali, laddove ancora avviene, la mancata funzionalità della legge, salvo entrare in contraddizione con se stesso, quando afferma “La crescita occupazionale (da dove è presa sarebbe interessante saperlo e soprattutto spiegarlo ai milioni di lavoratori che non trovano occupazione) che si accompagna al perdurante stato di stagnazione economica del paese alimenta sempre più la sensazione che qualcosa del complesso ingranaggio che fino a qualche anno fa legava dimensione economica e sociale, crescita e sviluppo si sia inceppato. e che a farne le spese sia stato innanzi tutto il lavoro, da sempre anello di congiunzione tra l’una e l’altra sfera.” Ammettendo poi che i dati sulla nuova occupazione relativi al 2003 danno come risultato che il 66% delle assunzioni è rappresentato da lavoro precario e il 34% da lavoro a tempo indeterminato, con gli effetti disastrosi che un tale dato ha sul welfare e sulle prospettive di ripresa economica.
E’ su queste valutazioni che ritornano ancor più forti le critiche rivolte alla politica di sviluppo del governo basata, da un lato sulla fantomatica riduzione delle tasse e dall’altra sul far decollare il sistema produttivo facendo leva sulla riduzione del costo del lavoro anche, ma per alcuni solo, attraverso la legge 30.
In un’attenta e molto interessante analisi, pubblicata su uno degli ultimi numeri di Ragionamenti, Fara poneva l’accento su come “Governo e imprenditori cercassero di operare solo su flessibilità e costo del lavoro per ridare la competitività alle nostre imprese, domandandosi, giustamente, chissà cosa sono gli investimenti, la ricerca, le innovazioni tecnologiche, la formazione professionale. Cioè tutto quello che i sistemi economici più avanzati hanno come imperativo di fare se vogliono continuare ad essere tali” ad ulteriore dimostrazione di quanto siano distanti le logiche del governo italiano da quelle che presiedono quelle di quanti hanno a cuore l’interesse primario e prioritario del Paese..
Per concludere questa breve riflessione e dimostrare quanto anche chi è vicino al Potere sia in difficoltà ad esprimere note positive, basta leggere come il Censis apra prudentemente il suo rapporto affermando che non è ancora possibile fare un bilancio della legge 30, ma solo esprimere delle ipotesi di valutazioni, cercando, faticosamente, poi di dimostrarne la positività anche e soprattutto quale valido supporto della politica economica e di sviluppo impostata dal governo. Resta un generoso quanto vano ed in alcuni aspetti impossibile esercizio d’analisi e di fornitura d’argomentazioni tecnico-scientifiche giustificatrici della giustezza del provvedimento in essere.
Da questa panoramica assume ancora maggior forza e ragion d’essere quanto affermato in premessa e soprattutto l’indispensabilità di porre al più presto mano ad una riforma seria del mercato del lavoro salvando quel poco, anzi pochissimo, che c’è da salvare della legge 30 e soprattutto dell’esperienza applicativa che né è stata fatta..
Ma questo è tutto un altro discorso.
STORIA VALORI CULTURA E AGIRE DEL SINDACATO
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