DOCUMENTI
Il primo Primo Maggio nell'Italia nata dalla
Resistenza
di Gianni Salvarani, Vice Presidente
dell'Istituto di Studi Sindacali della UIL
Ricordare il primo 1° maggio nuovamente “liberamente” celebrato in Italia è imprescindibile partire dal 25 aprile 1945, giornata che aveva segnato la fine della dittatura fascista e la sconfitta dell’occupante nazista, anche se non vi era stata la definitiva cessazione della guerra. In Europa, infatti, il conflitto si sarebbe concluso, pochi giorni dopo, il 30 aprile, con il suicidio di Hitler, nel suo bunker, in una Berlino totalmente controllata dalle truppe russe e da quelle alleate, cancellando definitivamente dal continente il nazifascismo, ma trasmettendone la memoria, affinché il mondo mai potesse dimenticare, della sua lunga, troppo lunga, scia di sofferenze e di lutti. Purtroppo, per porre la parola fine alla seconda guerra mondiale si sarebbe però dovuto attendere l’agosto del 1945, dopo il lancio delle due bombe atomiche su Hiroshima, il sei, e su Nagasaki, il nove agosto, con i loro devastanti effetti di morte.
Il 25 aprile fu il coronamento di un sogno cullato e ostinatamente perseguito, con tutti i mezzi e a costo di tante sofferenze, dall’Italia democratica, fu la storica giornata nella quale il Paese ritrovò finalmente con la dignità del suo popolo, la libertà e fu degna vigilia del primo 1° maggio, giorno che ritornava ad essere la festa dei lavoratori. Quella festa tanto attesa e desiderata e che, da quel momento in avanti, resterà scritta, in maniera indelebile, non solo nella storia del vecchio continente, ma nei cuori dei lavoratori di tutto il mondo.
Con il 1° maggio 1945 riprendeva a vivere quella che era stata la ricorrenza più sentita e partecipata dai lavoratori e per il rinato unitario movimento sindacale italiano, ancora in piena fase ricostruttiva, l’occasione per finalmente gioire dell’esplodente entusiasmo partecipativo, e assaporarne gli intensi profumi della prima primavera di riconquistata libertà.
Il 1° maggio, evento carico di storia e di significato per tutti i lavoratori, è la pietra miliare, il punto di partenza, della rivendicazione che più d’ogni altra aveva rappresentato il fondamentale diritto della dignità del lavoratore: la giornata lavorativa di otto ore, e con la sua celebrazione il ricordo dei martiri di Chicago del 1 maggio 1886. Di quel giorno fissato quale data limite dalle organizzazioni americane nel 1884, ispiratesi alla proposta avanzata dalla Prima Internazionale riunitasi a Ginevra nel 1866 che prevedeva: otto ore di lavoro, otto ore di riposo, otto ore di svago, per l’attuazione della giornata lavorativa di otto ore. L’importante manifestazione di Chicago fu prima provocatoriamente fatta degenerare e poi repressa nel sangue. Dopo l’eccidio e l’esecuzione, nel 1887, degli ultimi quattro lavoratori ancora carcerati e ingiustamente condannati, quali responsabili degli incidenti con la polizia e dei morti rimasti sul terreno dello scontro, il congresso di Parigi dell’Internazionale dei partiti socialisti e dei lavoratori proclamò la giornata del 1° maggio, a partire da quella del 1890, quale giornata simbolo per il riscatto della classe lavoratrice dallo sfruttamento e di lotta per la conquista delle otto ore di lavoro.
Dal 1891 la giornata diventerà per tutti i lavoratori e le loro organizzazioni la festa permanente del mondo del lavoro, ma non sarà riconosciuta dai detentori del potere costituito. Proprio in quel 1° maggio a Roma, in piazza Santa Croce in Gerusalemme, si verificò una delle più cruente repressioni che delle manifestazioni di lavoratori furono fatte in Italia; negli scontri con l’esercito quattro operai furono uccisi e oltre 200 arrestati.
Dalla fine dell’ottocento, fino all’avvento del fascismo, il 1° maggio fu tenacemente festeggiato contro tutte le angherie e repressioni che i vari governi posero in atto pur di scoraggiarne e impedirne la celebrazione, imponendo ai lavoratori di non interrompere il lavoro e impedendone anche di festeggiarlo organizzando manifestazioni o adunanze dopo il lavoro. Di quel periodo si possono citare e richiamare alla memoria un’infinità di episodi, circostanze e interventi di grandi uomini di pensiero e politici di notevole autorevolezza, interventi che purtroppo si ripetevano tanto quanto le situazioni di tirannica repressione che contro i lavoratori venivano continuamente e barbaramente esercitate. Per tutti vale ricordare l’uomo, forse il più mite, ma senz’altro tra i più puri di animo e di grande umanità che fu Edmondo De Amicis, tanto partecipe della causa dei lavoratori e di quella socialista che volle dedicare un suo romanzo al 1° Maggio, alla sua storia e al suo significato.
Come vale la pena scegliere fra i tantissimi giornali indipendenti e organi ufficiali di partito, quotidiani e periodici di importanti testate, una delle pubblicazioni minori che sfuggì, forse per puro caso alla repressione fascista, il giornaletto illustrato per ragazzi “Cuore” uscito a Milano il 22 aprile 1922 nel quale il 1° maggio era così definito: “è la data in cui i lavoratori di tutto il mondo affermano il proposito e la speranza di affrettare il giorno in cui gli uomini saranno fratelli, e la terra suonerà del canto del lavoro lieto, e tutti i suoi beni saranno il bene di tutti, e nei campi e nelle officine, nelle scuole e nelle aule di scienza, lavoreranno uomini divisi nell’opera, ma umili nel dovere ed eguali nei diritti” era la pedagogia del socialismo sentimentale ed umanitario, ma anche il modo per far conoscere e diffondere l’alto valore morale della dignità e dei diritti di chi lavora.
Nell’Italia liberata si tentò di organizzare la celebrazione del primo maggio già nel 1944. Nell’occasione si verificò uno scontro all’interno dei partiti e fra questi e il sindacato, per altro ancora diviso, fra il PCI con i socialisti da una parte e la CGL con la CIL dall’altra, in quanto mentre alcuni esponenti dei partiti ritenevano di festeggiare il 1° maggio tutti insieme senza distinzione fra partiti e sindacati, il sindacato si opponeva rivendicandone la paternità e il diritto di festeggiarlo al solo sindacato. A ciò si aggiungeva la differente posizione, esistente all’interno dei partiti, fra chi proponeva che la festa dei lavoratori si dovesse tenere non il 1° ma il 15 maggio e chi era per il ripristino della tradizione.
Polemiche e diverse valutazioni che alimentarono ulteriormente le divisioni esistenti fra i sindacalisti napoletani e di parte del sud liberato, promotori del congresso di Bari, con i vertici romani impegnati nella realizzazione dell’unità sindacale sfociata poi con il patto di Roma. Nonostante tutto ciò in alcune delle principali località del mezzogiorno fu trovato un accordo e il 1° maggio vi si svolsero manifestazioni, con presenze politiche e sindacali molto diversificate fra località e località, ad esempio a Napoli parlarono i rappresentanti del P.d.A, del PCI, del PSI e della CGL, mentre in altre province parlarono anche i rappresentanti del Partito Popolare e della CIL ed in altre ancora solo rappresentanti politici.
Era ovvio che con mezza nazione ancora in piena guerra e con i massimi esponenti sindacali e politici impegnati nella lotta di Liberazione e nella costruzione dello stato democratico il 1944 non poteva ancora essere quel primo 1° maggio che tanto i lavoratori anelavano di poter festeggiare.
Fu, quindi, quello del 1945 il primo 1° maggio che dopo 24 anni, l’ultimo fu quello del 1921, veniva nuovamente e liberamente festeggiato.
Durante il vent’ennio, nel 1922, la festa dei lavoratori, fu sostituita con il 21 aprile “natale di Roma”, mentre in Germania Hitler l’aveva mantenuta ma inglobandola nella propaganda nazista, in parole povere appropriandosene.
Quel primo 1° maggio fu straordinario perché in tantissime città e paesi i lavoratori e le loro organizzazioni scesero in piazza manifestando per la loro festa. la caduta della dittatura, la fine della guerra e la riconquistata libertà.
Purtroppo non ovunque fu possibile festeggiarlo, in particolare nel Friuli e nella Venezia Giulia dove i partigiani combattevano contro le ultime sacche di resistenza nazifasciste. Infatti, Udine fu definitivamente liberata il 1° maggio e per i cittadini friulani fu quello il loro 25 aprile. Non fu possibile a Trieste, militarmente occupata dai partigiani di Tito nella notte fra il 30 aprile e il 1° maggio, mentre le truppe alleate giunsero in città fra il 2 e 3 maggio con i reparti neozelandesi e i partigiani della Osoppo.
Avvenne così in alcune altre zone nelle quali resistevano gli ultimi reparti nazifascisti, di quei gruppi che ancora non si erano arresi o non erano riusciti ad abbandonare il terreno dello scontro.
Tutti i giornali uscirono con grandi titoli e importanti
articoli dedicati al 1° maggio, naturalmente i più significativi
erano quelli di partito:
L’Avanti! titolò PRIMO MAGGIO DI LIBERTA’
l’Unità VIVA IL PRIMO MAGGIO DI LIBERAZIONE E VITTORIA!
L’Italia libera, il giornale del Partito d’Azione,
titolò PRIMO MAGGIO DELLA RIVOLUZIONE DEMOCRATICA
e in un occhiello PRIMO GIORNO DI MAGGIO ULTIMO DEL FASCISMO,
anche il Popolo dedicò la testata al PRIMO MAGGIO con sottotitolo
“Da lunghi anni gli italiani aspettavano che la festa del lavoro celebrasse
il suo luminoso ritorno. Ora è facile prospettarne l’immenso
significato”
Tutti i partiti lanciarono appelli e fecero commenti sul 1° maggio,
comunisti e socialisti scrissero su un manifesto comune: ”Nel momento
in cui gli eroici partigiani del nord mostravano al mondo come un paese
asservito ed oppresso possa risorgere per virtù e volontà
del popolo partecipano alla celebrazione della festa dei lavoratori”
La partecipazione fu delle più varie, si mescolavano lavoratori, partigiani, militari, anziani, donne e bambini, ognuno manifestando la propria gioia sventolando quello che disponeva: un fazzoletto, una camicia, un cappello, etc. e tante bandiere di ogni tipo e colore. Considerato che le bandiere nuove o “rimodernate” erano poche, sfilavano soprattutto quelle del periodo di prima dell’avvento del fascismo, sicuramente gelosamente conservate, alcune portavano i segni dell’aver partecipato alla lotta partigiana, con buona parte di quelle sindacali, vecchie e gloriose, ma superate dall’avvento della ritrovata unità del movimento operaio.
Anche i lavoratori facevano fatica a ritrovarsi sotto le insegne delle proprie categorie di mestiere o di lavoro tenuto conto che, salvo coloro che anche durante il fascismo avevano continuato a lavorare per tutti gli altri, si trattava di ricollegarsi con l’attività che avevano svolto prima di essere arrestati, deportati, o aver combattuto nelle brigate partigiane o nelle forze armate del rinato esercito italiano.
Il 1° maggio 1945 fu la ricorrenza di straordinaria importanza per tutti i lavoratori e nella quale si manifestava anche per l’unità sindacale da poco conseguita con il patto di Roma.
Una festa del lavoro che ebbe come epicentro la manifestazione di Roma, piazza del Popolo, dove parlarono i massimi leader sindacali del momento, come riportato dalle cronache di stampa dell’epoca:
La manifestazione si svolse alle 10 del mattino in piazza del Popolo in una giornata grigia, ma non piovosa, con la partecipazione di decine di migliaia di lavoratori, arrivati con ogni mezzo, soprattutto in bicicletta ed i più a piedi, delle bande musicali dei Tranvieri, dei Ferrovieri e della parrocchia della Madonna della Strada con il proprio gonfalone. Tra i partecipanti vi era un nutrito gruppo di soldati e marinai i quali gridavano continuamente “siamo lavoratori anche noi”.
I lavoratori confluirono in piazza del Popolo, con cortei composti dalle diverse categorie, provenienti dai concentramenti: di piazza Santi Apostoli con gli statali, i parastatali e i comunali; di piazza Montecitorio quello con i metalmeccanici; di piazza San Silvestro dove si erano radunati i postelegrafonici; di piazza del Parlamento dove si ritrovarono i tranvieri e di piazza San Lorenzo in Lucina gli edili.
Dalla via Flaminia e dalla discesa del Pincio confluirono i lavoratori di tutte le altre categorie e tanto, tantissimo, popolo di Roma e della Provincia.
Una manifestazione entusiasmante che travolse emotivamente anche gli uomini più abituati all’incontro con le masse
Parlarono il democristiano PASTORE, che sostituiva l’ammalato Grandi, il quale nel suo discorso sottolineò il grande valore dell’unità sindacale raggiunta; il socialista BUSCHI, che rappresentava la componente socialista ancora sofferente per la perdita della guida di Buozzi, che illustrò gli obiettivi rivendicativi immediati che il movimento sindacale si poneva; il comunista DI VITTORIO, unico presente dei tre sottoscrittori del Patto di Roma, che sollecitò la formazione di un governo con la partecipazione di tutte le forze della Resistenza per dare avvio alla ripresa del Paese. Prese anche la parola una lavoratrice Maddalena SECCO, arrestata e condannata il 18 luglio 1938, nel giorno del suo compleanno essendo nata ad Airasca (To) il 18/7/1902, dal Tribunale Speciale Fascista a 10 anni di carcere per aver svolto attività antifascista tramite i sindacati in vari stabilimenti genovesi, per spiegare l’importanza della partecipazione delle donne alla Resistenza. Gli interventi furono continuamente interrotti da applausi, accompagnati da un grande sventolio di bandiere e dal canto dell’inno dei lavoratori.
Il tempo fu clemente anche per la scampagnata che fece seguito alla celebrazione sindacale, per il pranzo al sacco e i giochi del pomeriggio, le mete furono villa Borghese, passeggiata Archeologica, pineta Sacchetti e pineta di Monte Mario. Verso sera iniziò a piovere, ma i lavoratori e le loro famiglie avevano già finito di festeggiare il loro primo 1° maggio da uomini e donne liberi.
La manifestazione, al di là della notevole riuscita, ha avuto il merito di essere stata capace di promuovere tra i lavoratori la celebrazione del 1° maggio “da subito”, cioè nell’immediatezza, come era stato per l’appena trascorso 25 aprile, in modo da riscriverla indelebilmente nel calendario. Anche se guardando quegli avvenimenti, con gli occhi di oggi, tenendo conto di tutto quello che ancora succedeva in Europa e nel mondo, se per la prima celebrazione si fosse atteso il 1° maggio del 1946 nessuno avrebbe avuto da ridire o ancor meno potuto accusare il sindacato di essere in ritardo all’appuntamento con la storia. C’erano tutte le condizioni interne e soprattutto esterne che potevano giustificare di organizzarlo a un anno data. La scelta assunse, quindi, anche valore simbolico e la gente lo capì al punto che, dopo aver manifestato con tutta la gioia e il tripudio di cui fu capace il 25 aprile per la Liberazione del Paese, ebbe ancora la forte carica emotiva e grande l’impulso unitario, da partecipare con altrettanta intensità anche alle manifestazioni del 1° maggio per la sua affermazione.
Nelle città, dove si sono organizzate le manifestazioni con il comizio in genere prendevano la parola tre o più oratori come nella manifestazione di Roma. In alcune occasioni parlarono anche o solo gli uomini della Resistenza: i rappresentanti dei partiti e dei comitati di liberazione, a conferma dell’alto grado di unità di azione che in quel momento attraversava tutto il paese.
Quell’unità di popolo che non solo era stata in grado di battere la dittatura e sconfiggere militarmente il nazifascismo, ma intesa anche come volano capace di dare un’ulteriore importante spinta per il perseguimento e l’affermazione dell’unità sindacale sorta con il patto di Roma. Era anche la risposta a quanti interpretavano criticamente il tipo di unità raggiunta, vedendola come unità di vertice voluta dai politici a completamento di quell’unità tra i partiti che stava cercando di gestire la ricostruzione del Paese uscito dalle rovine della guerra.
Mentre, invece, si faceva sentire forte il richiamo unitario della base, dove prevaleva la volontà di non avere più contrapposizioni, il bisogno di affrontare un periodo di tranquillità e di serenità che permettesse di dedicarsi alla ricostruzione delle situazioni dei singoli come della collettività, di lavorare finalmente per un Paese libero e per la propria famiglia.
Il primo 1° maggio libero dopo 24 anni di persecuzioni e tante sofferenze non poteva essere solo un 1° maggio di festa, di ritrovata libertà, di ritrovata e unitaria organizzazione sindacale, ma anche di rivendicazione e comunque di riaffermazione dei diritti dei lavoratori dei quali finalmente si poteva riparlare, riparlarne da subito, dal momento della rioccupazione del proprio posto nel Paese, fin dall’inizio della costruzione dello stato democratico, in quanto non esiste uno stato veramente democratico se al suo interno non vi è un sindacato libero, autonomo, democratico e protagonista di tutte le fasi della vita del Paese. Questa differenza la notiamo ancora oggi quando guardando quei paesi nei quali non esiste un sindacato libero e indipendente si riscontra la totale assenza di democrazia.
In quel 1° maggio furono numerose le grandi manifestazioni organizzate in Italia, oltre quella di Roma. Non furono da meno quelle di Milano, Torino, Genova, ma anche al sud con Bari, Napoli, Palermo etc., tutte, grandi e piccole, diedero al gruppo dirigente del sindacato il polso della situazione organizzativa e soprattutto di come e quanto spontaneamente le strutture si stessero ricostruendo nelle rappresentanze di base, nelle categorie e in quelle orizzontali territoriali.
Milano fu l’altro grande epicentro delle manifestazioni con un’imponente affluenza di popolo che formò un lunghissimo corteo che, dopo aver reso omaggio alle 38 bare di combattenti partigiani esposte in corso di porta Vittoria presso la sede della riconquistata Camera del Lavoro, attraverso piazza del Duomo ed unitamente alle brigate partigiane arrivò all’arco della Pace ed in piazza Sempione dove si tennero i comizi. Comizi inizialmente previsti che si dovessero tenere all’Arena, ma lo stadio non era stato ancora bonificato dalle mine sistemate al suo interno dai tedeschi. I comizi furono tenuti dai rappresentanti del CLNAI, Magni per il PRI, Pertini per il PS, Marazza per la DC, Valiani per il PdA, Cattaneo per il PLI e Longo per il PCI.
L’entusiasmo per la riconquistata festa, della ritrovata unità, della costruzione del sindacato unitario da sole non potevano bastare per far riprendere un cammino interrottosi 24 anni prima, ad organizzazioni divise, così come non sarebbe bastato l’affidare incarichi di responsabilità ad esponenti della “vecchia guardia “ del sindacato pre fascista sia perché si doveva tener conto delle provenienze e degli equilibri politico-sindacali che il nuovo assetto unitario poneva a tutta la costruenda organizzazione, sia perché vi era bisogno di nuovi quadri, di nuove energie.
Purtroppo si era già verificato un ricambio generazionale, non naturale, determinato dai lutti della guerra, con la perdita di importanti dirigenti nazionali e periferici del sindacato, primo fra tutti e sicuramente la più grave quella del grande dirigente socialista della CGL Bruno Buozzi, barbaramente ucciso dai tedeschi in fuga da Roma mentre stavano entrando in città le truppe alleate, ma vi era anche la necessità di affrancarsi dal tentativo di egemonia partitica che sul sindacato era posta in essere da quei esponenti di partito che ritenevano il movimento ancora “sotto tutela”. Dopo poco tempo il sindacato avrebbe perso un altro grande protagonista della ritrovata unità, Achille Grandi, spentosi il 28 settembre 1946. Grandi fece appena in tempo ad apprendere che finalmente, dal 1° maggio 1946, la celebrazione della festa dei lavoratori sarebbe stata, con decreto luogotenenziale emanato il 22 aprile 1946, riconosciuta come giornata festiva
La perdita di Buozzi e Grandi ha, senza dubbio alcuno, pesato e negativamente influito sull’andamento del progetto unitario, con la loro presenza per l’indiscusso carisma e la riconosciuta fede unitaria avrebbero potuto far compiere un percorso diverso alla storia sindacale italiana
I lavoratori e il loro sindacato, nonostante le gravi difficoltà che il Paese stava attraversando per essere uscito dalla guerra mutilato nei beni materiali e morali, chiamato a prove durissime per recuperare dignità e gravi problemi di sopravivenza, riuscì a dare un contributo tra i più significativi per l’avvio della ricostruzione, così come lo aveva dato con partecipazione alla Resistenza alla salvaguardia degli impianti durante le lotte e gli scioperi del 1943 – 1944.
Un impegno non solo per raggiungere al più presto il godimento pieno dei diritti dei lavoratori, ma anche per superare le difficoltà di avviare lo stato democratico il quale continuava ad essere regolato dalle leggi fasciste, non avendole ancora abrogate. Un difetto questo che condizionerà ancora per molti anni la democrazia italiana.
Un sindacato che, purtroppo, ricominciò da subito a pagare alti prezzi per il suo impegno democratico e per la rinascita del Paese, come quando nel 1947 la celebrazione del 1° maggio a Portella della Ginestra fu bagnata da tanto sangue innocente per mano della banda Giuliano. Eventi che continueranno a segnare la vita futura del sindacato.
Quel 1° maggio riportò indietro l’orologio del sindacato e dei lavoratori di sessantun anni, ai caduti sotto il fuoco dei militari di Chicago del 1 maggio 1886.
La valutazione sul 1° maggio su se e quanto la festa dei lavoratori abbia ancora oggi significato, se si debba o no trasformare, o ammodernare? come qualcuno sostiene, oppure considerarla definitivamente tramontata secondo i più spericolati assertori del nuovo, ma di quale nuovo? sono ambedue lontane dalla realtà da quella realtà che se non sta proprio nelle parole di Prampolini vi è comunque molto vicino, quando in un articolo dedicato al primo 1° maggio della storia del movimento dei lavoratori, quello del 1890 scrisse: “auguriamoci che la dimostrazione del primo maggio riesca imponente al punto da far ritenere che la società stia realmente per entrare in un periodo di vita nuova, di pace, di lavoro libero, gradito e enumerato di vera civiltà.” E Turati pochi anni dopo auspicava che il primo maggio doveva assumere ogni anno “un significato e un carattere più speciale, agitando, in ogni nazione, la bandiera di quella rivendicazione che è per essa, in quel momento la più sentita e la più urgente”. Quanta lungimiranza in quelle parole, quanta validità ancora oggi a distanza di 105 anni da Prampolini e 100 anni da Turati, sul significato del 1° maggio e come parole d’ordine per il sindacato di questi anni e per il futuro.
Resta in ogni caso un’indelebile ricorrenza il cui significato non può essere corroso né dal tempo, né dal cambiamento dei contenuti.
STORIA VALORI CULTURA E AGIRE DEL SINDACATO
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