di Alfredo Carpentieri
(pubblicato su Lavoro Italiano di marzo 2007)
A poche settimane dall’annunciato avvio delle trattative per un Accordo di associazione tra la Unione Europea e la Comunità Andina approfondiamo la realtà sindacale del Perù, uno dei più importanti paesi dell’area. Allo scopo di raffreddare entusiasmi probabilmente inopportuni sull’avvio del negoziato, ricordiamo che quello da tempo avviato tra UE e Mercosur continua ad essere bloccato. La CES e le centrali latinoamericane ne sollecitano senza molto successo lo sblocco, puntando in particolare agli aspetti sociali che si vorrebbe inserire nel testo di un accordo che non deve limitarsi ad assolvere le funzioni di un mero trattato di libero commercio. Queste considerazioni, valide per il negoziato con il Mercosur, assumono ancora più significato per la realtà della Comunità Andina, formata dai paesi più poveri del Sud America, Bolivia, Ecuador e Perù e dalla martoriata Colombia, che detiene il triste primato di sindacalisti uccisi. La possibilità di prevedere un accordo di tipo non solo commerciale tra UE e Comunità Andina rappresenta pertanto una forte speranza per tutta la regione poiché i paesi andini, nonostante una discreta performance macroeconomica, registrano tuttora elevati indici di povertà e di conseguenza disastrose condizioni per il mondo del lavoro.
In Perù è all’ordine del giorno il dibattito sulla nuova Legge Generale del lavoro. Un momento importante per molti motivi. Lo smantellamento del diritto del lavoro, operato negli anni novanta, ha avuto tra le altre conseguenze quello di una elevata informalità del lavoro, con l’annullamento di protezione sociale e dei diritti contrattuali. Nel 2006 Perù e Stati Uniti hanno firmato un trattato di libero commercio che però il Congresso statunitense, dopo la vittoria democratica alle recenti elezioni, non ha ratificato, anche per le pressioni dell’AFL-CIO che sottolineò come la legislazione lavorativa peruviana non corrispondesse agli standard della OIL (la stessa cosa è avvenuta anche per la Colombia). Il Presidente Bush, alla ricerca del consenso perduto nel continente, ha comunque ammesso che questo tema non è affatto semplice. Paradossalmente è così venuto dagli USA l’input per riprendere la discussione sulla legislazione lavorativa. Il governo del socialdemocratico Alan Garcìa ha rilanciato l’iniziativa per una nuova legge, da anni in discussione, ma le cose hanno preso una piega imprevista. Il Congresso dei deputati ha intensificato i lavori anche con audizioni di sindacalisti e datori di lavoro e, prima ancora dell’approvazione del testo, il governo ha dato alcune indicazioni di merito che hanno raccolto il consenso degli imprenditori e il dissenso dei sindacalisti. L’argomento più delicato è la stabilità del posto di lavoro e il licenziamento arbitrario. Julio Cesar Bàzan Figueroa, presidente della CUT Perù, ha chiaramente affermato che la nuova legge non può conservare il licenziamento arbitrario con indennizzo, che il governo vorrebbe solo maggiorare, bensì deve prevedere la riammissione nel posto di lavoro. Più in generale la ministra del lavoro, Susana Pinilla, alla vigilia di un viaggio negli USA per sostenere la politica lavorativa del governo, con l’obiettivo di risolvere i dubbi del Congresso americano, ha polemicamente affermato di vedere più apertura negli imprenditori che nei sindacalisti, in un dibattito che dovrebbe essere finalizzato alla progressiva estensione dei diritti a milioni di lavoratori, poiché è impossibile pensare di stravolgere completamente la legislazione vigente. Alcuni osservano che uno stravolgimento del genere avvenne, negli anni novanta, quando seguendo i dettami del neoliberismo dalla mattina alla sera furono cancellati i diritti dei lavoratori e il dittatore Fujimori diede mano libera ai datori di lavoro. Si tratterebbe, a giudizio dei critici del neoliberismo, di ripristinare ciò che già esisteva.
Una situazione complessa, che rappresenta bene gli scenari disegnati dalle politiche economiche neoliberiste in America Latina e non solo. Il sindacato peruviano, con decisione, prova a far valere i diritti del lavoro, ma deve scontare anche la propria difficile situazione organizzativa. Il principale sindacato è la CGTP, di orientamento comunista, che dopo un serrato dibattito ha deciso di non affiliarsi alla CSI, cosa che sembrava quasi fatta. La decisione ha provocato anche un cambiamento al vertice con l’elezione del “duro” Mario Huamàn a segretario generale. Aderisce da sempre alla ORIT, l’organizzazione regionale della ex ICFTU, la CUT che pertanto ora è affiliata alla CSI, insieme al poco rappresentativo sindacato cattolico CATP. Il presidente della CUT, Bàzan, ci ha descritto la realtà della sua organizzazione. Una realtà, quella della CUT, che è la conseguenza dello smantellamento dei diritti del lavoro, per cui pochissimi lavoratori hanno la possibilità e la libertà di iscriversi al sindacato. La CUT ha dichiarato 25.000 iscritti alla CSI, ma Bàzan, evidenzia come i lavoratori che organizza sono molti di più, il problema è che moltissimi di questi non hanno la possibilità di pagare una quota associativa e in particolare la vasta e multiforme categoria degli informali, senza un contratto di lavoro, rappresenta la sfida maggiore per il sindacalismo democratico. Milioni di lavoratori non possono essere lasciati a sé stessi e il sindacato deve saper organizzarli, anche investendo strumenti e risorse, poiché trascurare l’asse portante reale dell’economia nazionale, sarebbe un suicidio politico. L’organizzazione degli informali è una sfida che, con le dovute differenze, ricorda quella che il sindacato italiano vive con i lavoratori atipici, solo che qui gli “atipici” sono i lavoratori con un contratto regolare. Il sindacato peruviano, favorevole a politiche di integrazione latinoamericana, si è battuto contro il trattato di libero commercio con gli USA e ha trovato nell’AFL-CIO un alleato. Sebbene al sindacato statunitense interessi tutelare i suoi affiliati dalla concorrenza di un mercato del lavoro a prezzi stracciati, è certo che anche i lavoratori peruviani potrebbero ricevere un beneficio da questa situazione. La CUT ha previsto di incontrare l’AFL-CIO proprio per discutere di questi temi. Analoga situazione potrebbe verificarsi in occasione della discussione tra UE e Comunità Andina (e del resto ad ottobre 2006 è già stata siglata una dichiarazione congiunta CES e Consiglio consultivo lavorativo andino in materia) a conferma delle opportunità che possono aprirsi anche per il movimento sindacale quando si discutono accordi internazionali. L’integrazione continentale e poi quella multilaterale sono, per i sindacati latinoamericani, una opportunità unica e i sindacati europei hanno dichiarato di volerla sostenere, sia per quanto attiene gli aspetti più direttamente sindacali, sia con l’obiettivo di una più corretta politica delle migrazioni. Ma le dichiarazioni si scontrano, spesso, con la complessa realtà. Per esempio in Perù la realtà è che i principali sindacati europei scommisero sull’adesione della CGTP alla costituenda CSI, e sappiamo che hanno perso la scommessa. Bàzan auspica un nuovo corso, che non significa abbandonare a se stessa la CGTP o la rottura dei rapporti che diverse organizzazioni (tra queste la Cgil) hanno con la centrale comunista, ma significa un sostegno più concreto alla centrale che il compianto leader storico del sindacalismo latinoamericano, Luis Anderson, volle organizzare proprio per dar voce in Perù a un sindacalismo moderno, laico e democratico. A fine anno la CUT dovrebbe tenere il congresso nazionale. Tra un anno, invece, a Lima si svolgerà il vertice tra i governi della UE e quelli dei paesi dell’America Latina e dei Caraibi: si ripeterà il fallimento di Vienna 2005? Per evitare un nuovo fallimento e per dare valore all’avvio dei negoziati tra UE e Comunità Andina (nonché per riavviare il confronto UE – Mercosur) il sindacato europeo deve stringere concrete alleanze con i sindacati latinoamericani, puntando ovviamente su quelle organizzazioni che storicamente rappresentano il sindacalismo laico e democratico. Sono queste le organizzazioni che, una volta rafforzatesi, possono anche costringere, sul piano culturale e della prassi sindacale, le altre organizzazioni sindacali a ripensare la propria strategia e avvicinarsi veramente al sindacalismo democratico internazionale. È indubbio che la scomparsa di uomini come Anderson, dotati di lucidità e lungimiranza, ha rallentato un processo che invece deve essere implementato, se si vuole contribuire a correggere in maniera democratica le storture di venti anni di liberismo sfrenato. Al momento i sindacati dei paesi andini vivono situazioni difficili. Del Perù abbiamo detto, la CUT Colombia ha recentemente denunciato l’assassinio impunito di ben 69 suoi dirigenti nel 2006 e ciò rende superfluo qualsiasi commento, Ecuador e soprattutto Bolivia conoscono realtà poco organizzate. Per favorire uno sviluppo democratico delle relazioni economiche e sociali è indispensabile favorire lo sviluppo di organizzazioni sindacali che guardano al nostro modello sociale come punto di riferimento. In realtà il maggior tipo di sostegno internazionale in questi paesi arriva ed è gestito prevalentemente da organizzazioni religiose, in misura minore arriva anche da poco rappresentative organizzazioni della sinistra radicale. Le prime non puntano al cambiamento di modello sociale ma solo all’assistenza verso i bisognosi, attività legittime e meritorie, ma che non risolvono la struttura dei problemi e che piuttosto spesso, con interventi limitati, ottengono solo il risultato di minare l’unità delle potenziali basi delle organizzazioni dei lavoratori. Le seconde, invece, sono attratte da prospettive dalla dubbia efficacia democratica e rischiano di contribuire anch’esse alla frammentazione della società, puntando spesso come obiettivo prioritario all’egemonia tra i lavoratori, per cui il sindacalismo democratico diventa un concorrente da superare. A Lima, ma anche a Bogotà, La Paz e Quito, ci si augura che i prossimi appuntamenti multilaterali contribuiscano invece a favorire un contesto in cui la realizzazione delle dichiarazioni d’intenti, anche da parte del sindacalismo democratico europeo, permetta finalmente al sindacalismo democratico dell’America Latina di svolgere un ruolo autentico di promozione dello sviluppo di un modello più giusto di società. Una società dove i diritti del lavoro siano riconosciuti sulla base, innanzitutto, delle convenzioni della OIL e una società coesa, dove si possa pensare di iniziare seriamente a ridurre lo squilibrio della forbice sociale, tra una esigua minoranza di ricchi e una enorme maggioranza di poveri, più grande al mondo.