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AMERICA LATINA

Obiettivo sull’America Latina

di Alfredo Carpentieri (pubblicato su Lavoro Italiano dic. 2006/ gen. 2007)

L’America Latina ha confermato il pronostico che la indicava come un possibile laboratorio per la nuova sinistra dopo gli eccessi neoliberisti. Addirittura questi laboratori sembrano essere diventati due. Infatti il 2006 si è chiuso con la conferma, da un lato, dell’esistenza dell’asse “bolivariano”, che noi definiremmo di sinistra radicale, dall’altro di un vasto gruppo di paesi guidati da governi di sinistra o centro-sinistra, riformisti. All’insediamento di Lula in Brasile per il secondo mandato ha partecipato anche il ministro degli esteri Massimo D’Alema, a voler dare un profondo significato all’attenzione che l’Italia, e l’Europa, devono riservare al continente. D’Alema è poi andato in Perú, per firmare un nuovo accordo sulla riconversione del debito (un problema che sussiste ma, anche grazie alla cooperazione, in maniera sempre più gestibile da parte dei paesi latinoamericani) e per incontrare un altro presidente “riformista”, Alan García. D’Alema ha sottolineato l’esistenza di due sinistre in America Latina, quella che “concilia la ricerca della giustizia sociale con il mercato” e quella a suo giudizio “populista” più ancora che radicale. Al primo gruppo apparterrebbero Brasile, Argentina, Uruguay, Cile e Perù, al secondo il  Venezuela del rieletto Chàvez, la Bolivia e l’Ecuador del neopresidente Rafael Correa. Costoro – secondo l’analisi di D’Alema – punterebbero sulla divisione della società, attraverso la mobilitazione della fascia più numerosa, costituita dai poveri e gli emarginati (con le popolazioni originarie alla testa dei movimenti), contro l’elite per lo più bianca tradizionalmente al potere, mentre Lula e gli altri punterebbero alla redistribuzione del reddito in una società articolata ma coesa. Analisi piuttosto condivisibile, con tutte le precisazioni del caso. Ad esempio proprio García, un leader dell’Internazionale socialista, per vincere le elezioni contro il candidato nazionalista Humala, si è alleato e, nei fatti, governa insieme a parte di quella destra peruviana che non si è mai distinta nella ricerca della coesione sociale. In ogni caso è certo che il complesso mosaico dell’America Latina va letto senza pregiudizi eurocentrici e soprattutto facendo riferimento al grande vicino del nord, gli Usa. I paesi dell’Alba, l’alternativa bolivariana, sono quelli che esplicitamente si sono schierati contro l’egemonia culturale ed economica degli Usa in America Latina. Al leader venezuelano Chàvez e al boliviano Morales, si affianca Cuba, unico paese dove non si svolgono libere elezioni e che potrebbe affrontare l’incognita di una transizione politica, l’Ecuador e il Nicaragua sandinista del redivivo Ortega. L’Alba è un progetto nato in contrapposizione al fallito tentativo statunitense di creare l’Alca, un’area di libero scambio americana. A questo progetto, in realtà, si opposero anche e soprattutto i leader riformisti Lula e Kirchner, il presidente protagonista del recupero dell’economia argentina. Senza gli eccessi, anche verbali, di Chàvez, Argentina e Brasile hanno preferito guidare l’America Latina verso un tentativo di integrazione continentale, prima di farsi inglobare nel progetto neoliberista di Washington. A dimostrazione della complessità degli eventi, la firma di trattati di libero commercio con gli Usa (peraltro non ratificati da Washington) da parte di Colombia e Perù, ha provocato l’uscita del Venezuela dalla Comunità Andina e l’adesione al Mercosur. Il Venezuela, dunque, con il suo potenziale energetico, è entrato nel più importante blocco regionale, insieme a Argentina, Brasile, Uruguay e Paraguay. Una realtà che dal punto di vista della geopolitica assume significati profondi. Sebbene il processo d’integrazione continentale non abbia ancora raggiunto i livelli europei, si profila però uno scenario promettente. Al di là dei risultati del secondo vertice della Comunità Sudamericana delle nazioni, tenutosi a dicembre in Bolivia, è infatti aperto un confronto che potrebbe portare all’integrazione tra il Mercosur e ciò che resta della Comunità Andina, con l’aggiunta di altri paesi, come il Cile, e con alla finestra il centro America, a partire dal Messico. Se questo blocco latinoamericano riuscisse realmente a decollare, costituirebbe un valido soggetto di quella politica multipolare verso cui guarda l’Unione Europea. A questo proposito si deve ricordare come, ancora una volta, siano impantanati le relazioni tra Bruxelles e l’America Latina nel suo complesso e il Mercosur in particolare. L’ultimo vertice di Vienna tra UE a paesi dell’America Latina e dei Caraibi si è rivelato una delusione e i negoziati per l’Accordo di associazione tra UE  e Mercosur non avanzano. L’Europa, riflettendo anche sui legami storici e culturali che esistono con l’America Latina, dovrebbe certamente fare uno sforzo per investire maggiormente in questa vasta e importante parte del mondo. In particolare oggi, quando la politica statunitense ha distolto l’attenzione dall’area per concentrarla altrove, conservando pochi baluardi storici: la maggioranza dei paesi centroamericani e la Colombia. Anche il Messico ha in realtà visto la conferma della coalizione di destra alla guida del paese, ma polemiche e diffuse proteste lasciano intravedere un fermento che potrebbe sfociare in un futuro diverso. Washington ha trascurato il suo antico “cortile di casa” e addirittura, nel tentativo disperato di fronteggiare il fenomeno dell’immigrazione clandestina, ha eretto un muro alla frontiera con il Messico, che neanche il governo amico messicano ha gradito. Il vero alleato strategico degli Usa è Uribe, presidente riconfermato della Colombia, fautore del neoliberismo e della lotta alla guerriglia, sebbene con qualche problema per rapporti non sempre chiari con gruppi paramilitari. Il grande assente del vertice di dicembre in Bolivia è stato proprio Uribe. Anche il peruviano García, scottato dalla mancata ratifica da parte del Congresso nordamericano del trattato di libero commercio, ha preso entusiasticamente parte a questa riunione, scambiandosi un caloroso saluto perfino con Chàvez. La vicenda personale dei due presidenti è emblematica della fase storica latinoamericana. In primavera si svolsero le elezioni in Perù e Chàvez intervenne nel dibattito esprimendosi duramente nei confronti di García, dichiarando esplicitamente il suo appoggio al candidato nazionalista Humala. Avrebbe dovuto rappresentare un nuovo Morales, ma non andò così. La realtà peruviana fece sì che dopo venti anni il leader aprista tornasse al potere e che si aprisse quasi una crisi diplomatica tra Lima e Caracas, ma la recente stretta di mano tra i due consente di auspicare una ripresa normale delle relazioni, con l’obiettivo strategico dell’integrazione. Il candidato nazionalista impersonificava l’ala “bolivariana” della sinistra latinoamericana, quella che D’Alema definisce “populista”. Non c’è contraddizione tra il dichiararsi nazionalisti e appartenere al progetto bolivariano di integrazione continentale, poiché il nazionalismo deve essere letto come opposizione al potere delle multinazionali, veri agenti delle politiche neoliberiste, piuttosto che con la nostra chiave di lettura europea. Il fatto realmente positivo è che sia ripreso il dialogo, al fine di portare avanti l’integrazione, scambiandosi sul terreno pragmatico le esperienze che possono essere più moderate, come quella del Cile, o più radicali, come quella del Venezuela, ma che devono portare allo stesso risultato continentale, puntando su democrazia e sviluppo. È innegabile che esistano contraddizioni e criticità, sia all’interno dei singoli stati sia nei rapporti tra essi. Pensiamo da un lato alla minaccia secessionista della parte più sviluppata della Bolivia e dall’altro alle controversie tra Argentina e Uruguay per questioni ambientali o tra Brasile e Bolivia per la nazionalizzazione delle risorse energetiche boliviane. È però altrettanto innegabile che, proprio perché i paesi latinoamericani stanno vivendo, per la prima volta dopo tanti anni, una fase di democrazie che si parlano e discutendo possono arrivare ad un accordo, queste criticità non danno luogo a timori ma a speranze. Mentre in Europa prevale il pessimismo, in America Latina prevale l’ottimismo. Negli ultimi anni si è registrata una ripresa economica, che non ha favorito tutti ed in particolare non ha favorito il mondo del lavoro latinoamericano, ma potrebbero aprirsi nuovi scenari. I nuovi governi, al di là delle diverse impostazioni, vanno tutti nella stessa direzione: dare risposte a chi, da troppo tempo, le attende. Una nuova e più attenta politica dell’Europa, e dell’Italia, verso l’America Latina è auspicabile per tanti motivi. Puntare su relazioni internazionali multipolari, sulle diversità culturali e sullo sviluppo sostenibile darà certamente risultati più apprezzabili su temi come la pace e la sicurezza e le politiche migratorie. Mentre l’attuale politica statunitense punta ancora sull’uso della forza e sull’erezione di muri alle frontiere, l’Europa deve saper dare una risposta diversa, originata da una cultura differente e da una pratica tollerante che deve riprendere vigore. Il Ministero degli Affari esteri italiano ha, del resto, già ridefinito le priorità in America Latina, riaffermando tra l’altro l’importanza che rivestono sia la storica immigrazione italiana in diversi paesi del continente sia la recente ondata migratoria, che riguarda in particolare Ecuador e Perù, e che insieme rappresentano un valore aggiunto nell’ottica della costruzione di un nuovo modello di relazioni internazionali.

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