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America latina

COLOMBIA

Cambia qualcosa in Colombia?

di Alfredo Carpentieri

“Erano più di tremila… “ José Arcadio Segundo lo diceva sempre, l’esercito uccise più di tremila sindacalisti, lavoratori, le loro donne e i loro figli nella piazza della stazione di Macondo. Ma nessuno lo ascoltava… Gabriel García Márquez ha raccontato con la sua fantasia una realtà drammatica che la Colombia continua a vivere anche oggi. La Confederazione sindacale internazionale ha recentemente rilanciato la denuncia degli oltre duemila omicidi di sindacalisti in Colombia tra il 1991 e il 2006, denuncia da tempo fatta dalle confederazioni sindacali colombiane, nell’indifferenza quasi totale della comunità internazionale. Il governo colombiano, uno dei pochi governi di destra al potere nella regione, presieduto da Alvaro Uribe, ha questionato alle Nazioni Unite lo status consultivo della CSI contestando i contenuti del documento redatto per il processo di esame della politica commerciale, nella Organizzazione mondiale del commercio, con riferimento al rispetto delle norme fondamentali del lavoro OIL in Colombia.

La Colombia è, dunque, vista come un paese violento in sé, decenni di guerra civile hanno martoriato intere popolazioni e imbarbarito la società e anche i sindacalisti, inevitabilmente, fanno parte delle vittime della violenza. I sindacati colombiani evidenziano infatti come nel clima di violenza diffusa sia diventato facile perpetrare violenza selettiva finalizzata alla repressione del movimento sindacale, nella completa impunità e con la connivenza di settori delle istituzioni.

Guerriglie, paramilitari, narcotrafficanti ed esercito regolare condividono lutti e violenze che finiscono per perdersi nella nebbia, confondendosi e confondendo a loro volta gli osservatori esterni. Ma è indispensabile penetrare nel labirinto colombiano e cercare di capire come si può uscirne, deve essere una sfida per tutti e anche per il movimento sindacale internazionale. Lo stesso Garcìa Márquez, a quaranta anni dal suo capolavoro e alla soglia dell’ottantesimo compleanno, si è offerto come mediatore in un processo di pace che tutti auspicano e che sembra coinvolgere, per ora, una parte della guerriglia e il governo. L’Esercito di liberazione nazionale (ELN) dopo essersi scontrato, sembra per il controllo di quote di narcotraffico, con le più consistenti Forze armate rivoluzionarie della Colombia (FARC) ha proposto al governo di Alvaro Uribe un cessate il fuoco “temporaneo e sperimentale” nei negoziati che si svolgono a L’Avana, e il governo ha accettato la proposta. Un primo passo nella direzione giusta? Vedremo. Il processo di pace sembra essere la condizione indispensabile per togliere qualsiasi alibi alla violenza in genere, anche quella non direttamente riconducibile alla guerra civile. Certo le FARC non sono coinvolte nel processo ma è probabile che una evoluzione politica dell’ELN, adeguatamente sostenuta, potrebbe favorire una nuova rappresentanza sociale che finisca per togliere non solo l’eventuale consenso ma anche le motivazioni politiche agli irriducibili, sempre più sospettati di vicinanza al narcotraffico. Considerando anche la formazione di un blocco progressista che si propone come alternativo al sistema di potere politico tradizionale colombiano, appare evidente che in Colombia qualcosa potrebbe cambiare. Il presidente Uribe è stato sfiorato da scandali per la vicinanza ai gruppi paramilitari di estrema destra (anche questi più che sospetti di narcotraffico) di membri del governo, ma sembrerebbe essere realmente riuscito nell’operazione di pulizia interna, rilanciando peraltro la sua immagine di deciso alleato degli Usa nella lotta alla droga. Il negoziato dell’Avana, inoltre, lo accrediterebbe come uomo del dialogo e dovrebbe favorire, pertanto, un nuovo corso anche in politica interna, puntando innanzitutto al rispetto dell’accordo tripartito per il diritto di associazione e la democrazia, siglato il 1° giugno del 2006 nella sede dell’OIL di Ginevra, nel quale si faceva esplicito riferimento alle convenzioni dell’OIL e al rispetto dei diritti sindacali. Questo è ovviamente un punto molto importante e delicato che non investe solo il governo colombiano, ma anche molte multinazionali che sono state protagoniste direttamente o indirettamente di violente e criminali politiche antisindacali, ma è chiaro che un nuovo modo di portare avanti la politica lavorativa del parte del governo costituirebbe un significativo punto di svolta che non potrebbe essere ignorato neanche dalle multinazionali più ostinate. Da segnalare peraltro che l’AFL-CIO, attraverso i suoi contatti con il partito democratico che ha la maggioranza al Congresso Usa, ha messo in discussione la ratifica del recente trattato di libero commercio, proprio a causa delle persecuzioni e violenze contro i sindacalisti colombiani.

Al di là delle prospettive c’è comunque la dura realtà che i sindacati colombiani hanno denunciato e che la Csi ha rilanciato. Tra i vari documenti prodotti dalle confederazioni colombiane si segnala il recente rapporto sulle libertà sindacali in Colombia, firmato dalla Centrale unitaria dei lavoratori (CUT), dalla Confederazione dei lavoratori di Colombia (CTC) e dalla Confederazione dei pensionati (CPC).  I sindacati illustrano come la politica antisindacale condotta nel loro paese abbia progressivamente ridotto l’affiliazione al sindacato. Tra i motivi addotti c’è la violenza verso i sindacalisti e la precarizzazione del lavoro. I sindacati colombiani infatti legano i due fattori come strumenti di un’unica strategia volta a favorire lo scarso potere contrattuale dei lavoratori e quindi migliori condizioni per le imprese ed in particolare quelle a capitale straniero che devono essere invogliate ad investire in Colombia. Nel 1965, si legge nel rapporto, gli iscritti al sindacato erano 700.000 e il tasso di sindacalizzazione era al 13,4%. Nel 2005 gli iscritti sono diventati 831.000 e il tasso di sindacalizzazione è crollato al 4,6%, ai livelli del 1947! I sindacati denunciano inoltre l’inesistente ispezione del lavoro, dovuto in particolare all’esiguo numero degli ispettori, ma il capitolo senza dubbio più importante e quello relativo alla violenza sistematica contro il sindacato. Tra il 1991 e il 2006 il rapporto denuncia l’omicidio di 2.245 sindacalisti e una serie di violenze, come sequestri, detenzioni illegali e casi di tortura, che dipingono un quadro estremamente drammatico non solo per il mondo del lavoro, ma per tutta la società colombiana.

La maggioranza delle violazioni dei diritti umani verso i sindacalisti colombiani è motivata da conflitti di lavoro (scioperi, negoziazioni collettive e creazione di nuovi sindacati) e sebbene occorrano nel contesto della guerra e siano commessi, in tanti casi, da alcuni dei protagonisti della guerra, è necessario considerare – affermano CUT, CTC e CPC –  che in Colombia la guerra e gli attori armati funzionano come processi o istituzioni parallele e illegale di regolazione del conflitto lavorativo. In particolare i sindacati puntano il dito contro i gruppi paramilitari, ma non solo, anche le guerriglie sono accusate di omicidi sindacali e tra i presunti responsabili non mancano organismi statali. Per la maggioranza dei casi, comunque, non si conosce neanche il sospetto colpevole. Una situazione drammatica che coinvolge quasi tutto il territorio nazionale, ventinove regioni su trentadue hanno visto almeno un caso di omicidio, sebbene la regione di Antioquia (con 1.078 omicidi) detiene il triste primato di terra più martoriata.

L’America Latina vive una fase di cambiamenti che, in diverse forme, prova a ridurre le disuguaglianze sociali, evitando però il ricorso alla violenza e ai metodi autoritari. La Colombia, da sempre uno dei baluardi statunitensi, prova pur nella propria specificità ad uscire dalla logica dello scontro militare e per farlo seriamente deve rivedere la propria politica del lavoro, sulla base dell’accordo del giugno 2006. Il processo non è semplice e, nella speranza che da L’Avana arrivino altre buone notizie e qualcosa cambi realmente in Colombia, la CSI ha rilanciato l’allarme-Colombia affinché il mondo conosca e i ricordi di José Arcadio Segundo restino solo il frutto della fantasia dell’autore di Cento anni di solitudine.

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