La cittadinanza agli immigrati?
Giovanni Sartori, www.corriere.it
26 gennaio 2012 - Non sappiamo se l'Europa verrà sottoposta nei prossimi anni a migrazioni bibliche a seguito della «primavera araba» che senza dubbio ha rotto le dighe che sinora la frenavano. Il fatto è che l'esplosione demografica dell'Africa è già avviata; e siccome gli affamati non cercano la salvezza tra altri affamati, è piuttosto ovvio che un numero sempre crescente di povera (poverissima) gente cercherà la salvezza in Europa.
È un problema, questo, che sinora abbiamo affrontato in chiave ideologica (di
razzismo o no), che è un modo di renderlo insolubile o comunque mal risolto. Ma
due giorni fa Beppe Grillo lo ha inopinatamente risollevato. Tanto vale, allora,
ricominciare a pensarci. E avrei un'idea, una proposta.
Inghilterra e Francia sono a oggi i Paesi più «invasi» (anche per via della loro
eredità coloniale) e oramai accomodano una terza generazione di immigrati da
tempo accettati come cittadini. La sorpresa è stata che una parte significativa
di questa terza generazione non si è affatto «integrata». Vive in periferie
ribelli e ridiventa, o sempre più diventa, islamica. Si contava di assorbirli e
invece si scopre che i valori etico-politici dell'Occidente sono più che mai
rifiutati.
Che senso ha, allora, trasformare automaticamente in cittadini tutti coloro
che nascono in Italia, oppure, dopo qualche anno, chi risiede in Italia?
Questa è stata, finito il comunismo, la tesi della nostra sinistra, sostenuta
dall'argomento che chi lavora e paga le tasse in un Paese si paga, per ciò
stesso, il diritto di cittadinanza. Ma non è così. Le tasse pagano i servizi (polizia,
pompieri, manutenzione delle strade e simili) dei quali qualsiasi residente
usufruisce e che non paga, o meglio che paga, appunto, pagando le tasse.
E vengo alla mia idea. Da sempre il diritto di cittadinanza è fondato sui due
principi del ius soli (diventi cittadino di dove nasci) oppure del ius sanguinis
(mantieni la cittadinanza dei tuoi genitori). Vorrei proporre un terzo
principio: la concessione della residenza permanente trasferibile ai figli, ma
pur sempre revocabile. Chiunque entri in un Paese legalmente, con le carte in
regola e un posto di lavoro non dico assicurato ma quantomeno promesso o
credibile, diventa residente a vita (senza fastidiosi e inutili rinnovi). In
attesa di scoprire quanti saremo, se li possiamo assorbire o meno, questa
formula dà tempo e non fa danno. Certo, se un residente viene pizzicato per
strada a vendere droga, a rubare, e simili, la residenza viene cancellata e
l'espulsione è automatica (senza entrare nel ginepraio, spesso allucinante,
della nostra giurisprudenza).
Insisto: l'inestimabile vantaggio di questa formula è che dà tempo. Quanti saremo? Quale sarà il punto di saturazione invalicabile? L'unica privazione di questo status è il diritto di voto; il che non mi sembra terribile a meno che i residenti in questione vogliano condizionare e controllare un Paese creando il loro partito (islamico o altro). Se così fosse, è proprio quel che io raccomanderei di impedire.