Di Lorenzo Monasta
La questione dei Rom e dei Sinti nel nostro Paese è tra quelle che suscitano maggiori scontri dentro e fuori di noi. Il loro modo di vivere, di chiedere, la loro sopportazione di situazioni che per noi sarebbero insopportabili... ciò che vediamo o crediamo di vedere e sapere su di loro ci crea un certo fastidio. Vi è un sottile conflitto, a volte non tanto sottile, che porta a vedere gli zingari come liberi, figli del vento o come ladri e sfruttatori di bambini. Ma fermiamoci un attimo: di quale immaginario “loro” stiamo parlando? Questa è la prima domanda da porsi. Prendiamo carta e penna e scriviamo cinque aggettivi che per noi descrivano gli zingari, o i nomadi, o i Rom e i Sinti. Possiamo proprio cominciare con: “Gli zingari sono:” ed elencare gli aggettivi. Poi sostituiamo il termine che abbiamo usato (zingari, nomadi, o rom e sinti, secondo la terminologia da noi usata) con un altro. Possiamo usare il termine “italiani”, “negri”, “ebrei” o “indiani d’America”: questo perché questi termini ci possono aiutare a mettere i piedi per terra. Del razzismo contro ebrei e negri si è finora molto discusso e gli italiani, beh, siamo noi. Gli indiani d’America li conosciamo dai film western e, più o meno, sappiamo che non erano, né sono, selvaggi ubriaconi come volevano farci credere. Se ci rendiamo conto, cambiando soggetto, che quegli aggettivi sono pesanti, vuol dire che si sta sbagliando. Non perdiamo tempo a giustificare il fatto che con un soggetto va bene e con un altro no. Questo ragionamento varrà anche se gli aggettivi sono positivi. Una volta un signore importante, che voleva cacciare gli zingari dalla “sua” città, disse: “Io non sono razzista: penso, per esempio, che i cingalesi siano puliti e grandi lavoratori.” Questa affermazione è anch’essa razzista. Due settimane fa discutevamo con alcune persone importanti che parlavano correntemente di “nomadi”. L’intera impalcatura dei loro discorsi ruotava sul carattere nomadico di queste popolazioni che fa in modo che “loro” non possano avere un lavoro stabile, mandare i bambini a scuola, avere una vita degna. Nessuna di queste persone si è mai resa conto che coloro di cui parlavano, almeno tre gruppi distinti di rom e sinti, non erano nomadi o non lo erano più da molto tempo. Perché allora continuare a chiamarli “nomadi”? La questione del nomadismo è centrale nella costruzione del pregiudizio. I nazisti sostenevano, tra le altre cose, che gli zingari avessero il gene dell’istinto al nomadismo (Wandertrieb) e per questa ragione erano da considerare asociali e quindi andavano sterminati. Il nomadismo, dalla nascita degli stati nazione è sempre stato visto come pericoloso come lo è stata la mancanza del legame tra “razza” e terra per gli ebrei, che non farebbero quindi gli interessi della nazione in cui vivono ma quelli della loro “lobby”. Il fatto che gruppi di rom e sinti siano o meno nomadi non è molto rilevante, ma lo diventa se svela che il pregiudizio è basato su qualcosa che è falso. È certamente difficile essere nomadi nella società italiana moderna, e per questa stessa ragione molti di coloro che praticavano in passato il nomadismo ora sono sedentari. Non bisogna poi confondere il nomadismo con la necessità di spostamento o le migrazioni. Se migliaia di rom sono scappati dall’ex Jugoslavia a causa delle guerre dei Balcani, questo non significa che siano nomadi. Se in questi anni molti rom giungono in Italia dalla Romania non significa che siano nomadi. Questi due flussi migratori sono e sono stati causati da grandi conflitti etnici: la prova di questo è che i flussi migratori di rom provenienti dall’ex Jugoslavia si sono oramai praticamente arrestati.
In Italia ci sono comunità Rom da secoli, mescolate con la
popolazione autoctona. Ma anche “autoctono” significa nato nel luogo in cui si
risiede. Se parliamo di individui, anche questi rom sono autoctoni e se parliamo
di popoli dovremmo discutere cosa significhi la nascita di un popolo per
stabilire se noi stessi siamo autoctoni. Queste persone sono italiane e sono rom,
e non vi è nulla di strano in questo. Anche i sinti sono giunti in Italia da
secoli e vale lo stesso discorso. Non distinguereste queste persone
incontrandole per strada, né sapendo come si chiamano di nome o cognome. Se
alcune famiglie vogliono vivere su ruote, in una comunità, cosa c’è di male?
Perché ci viene subito da chiederci che lavoro fanno, se pagano le tasse e se
mandano i loro figli a scuola? In molte regioni italiane vi sono leggi che
sanciscono il diritto per rom e sinti che lo vogliano di vivere in aree
attrezzate con i loro mezzi mobili. Questo diritto è in grandissima parte
violato dalle amministrazioni locali che non si curano di farlo rispettare.
Spesso questo diritto negato è usato per accusare rom e sinti di essere
irregolari sul “nostro” territorio. In una città del nord, un gruppo di sinti
italiani “autoctoni” tre anni fa è stato sgomberato da un luogo in cui anni
prima la stessa amministrazione gli aveva suggerito di andare. Furono sgomberati
perché non avevano i permessi in regola per sostare in quel luogo. Era vero, ma
non vi era altro luogo nella loro città dove potessero sostare regolarmente.
Cosa avrebbero dovuto fare?
Andare via dalla loro città? Per andare dove? Le autorità scolastiche chiesero
più volte di non mandare via le famiglie di bambini che frequentavano la scuola
fin dalla materna. Di cosa abbiamo paura? Di solito si ha paura di cose che non
si conoscono, e questa mancanza di conoscenza ci porta a diventare auto-referenziali
e quindi ad auto-alimentare le proprie paure. E facendo questo alteriamo i
nostri rapporti con le persone: se mi viene presentata una persona, non mi viene
da pensare se lavora, se paga le tasse o le bollette o se sfrutta i suoi
bambini. Le persone si conoscono dapprima in modo superficiale e nel tempo il
rapporto si approfondisce permettendo anche qualche giudizio che dovrà comunque
essere ben giustificato. Noi invece spesso giudichiamo rom e sinti per quello
che vediamo da lontano. Ci chiediamo perché una madre elemosini con il proprio
bambino senza chiederci dove vada la sera, negando che staremmo meglio non
vedendo e non sapendo. Non ci chiediamo quanti siano i Rom e i Sinti che non
chiedono l’elemosina. Pensiamo che tutte le donne portino fazzoletti sulla testa
e gonne lunghe e di essere bravi per questo ad individuarle. Senza sapere di chi
stiamo parlando, ci chiediamo perché non vogliano integrarsi senza renderci
conto che da questa stessa domanda si comprende come siamo ciechi davanti a ciò
che è minimamente diverso da noi. In una società aperta, ci si integra
facilmente, appena si entra in una rete sociale e si conoscono le poche
necessarie regole di convivenza. Nella mia città io, che sono nato e ho vissuto
molto all’estero, ho fatto fatica ad integrarmi, e sono italiano, bianco e
istruito. Ma ho imparato una cosa preziosa: che in ogni parte del mondo si
incontrano persone che possono farti sentire come a casa, che nei gesti, negli
occhi e nelle parole esprimono qualcosa di familiare e di intimo. In una società
chiusa nel pregiudizio, è facile sentirsi tagliati fuori, come individui e come
gruppo “diverso”. Quando ci si sente “fuori”, spesso le regole che ogni società
produce per la convivenza e la sopravvivenza, diventano valide solo per il “dentro”.
Porsi in ginocchio a chiedere degli spiccioli può diventare una sfida e il
fastidio arrecato diventa la dimostrazione della forza del proprio spirito di
sopravvivenza. Ma queste non sono giustificazioni: sono spunti di riflessione. I
Rom e i Sinti non chiedono l’elemosina. Fare l’elemosina è un comportamento
individuale: l’attribuzione di comportamenti individuali a gruppi etnici si
chiama razzismo.
Davanti a tutto questo può non risultare rilevante sapere che Rom e Sinti giungono in origine dall’India, che da lì i flussi migratori sono partiti più di mille anni fa, che parlano una lingua di derivazione sanscrita, che dai prestiti linguistici si sono potuti ricostruire i vari flussi e percorsi migratori, che in Italia sono giunti nell’arco di 500 anni dall’Africa, dalla Grecia e dal Nord Europa.
Quando saremo liberi dalle lenti del pregiudizio e vedremo le persone come sono, uomini e donne con i loro pregi e difetti, solo allora potremo cominciare ad indagare sulle altrui culture, con il piede felpato del rispetto.
Lorenzo Monasta