Roma, 20 luglio – Lo scorso 10 luglio la radio e la tv ufficiali eritree hanno annunciato che le autorità libiche hanno deciso di espellere tutti i migranti irregolari attualmente nel paese, riferendosi in particolare a quelli di nazionalità eritrea. Non sono stati forniti ulteriori dettagli, tuttavia chiunque di loro venisse espulso si troverebbe a rischio di tortura e altre gravi violazioni dei diritti umani.
Al momento, circa 500 eritrei si troverebbero detenuti in Libia, la maggior parte nei centri di detenzione di Misratah, al-Marj e al-Kufrah. La maggioranza di loro è stata arrestata durante delle retate della polizia. Alcune decine di migranti sono stati invece posti in detenzione dopo essere stati intercettati nel mar Mediterraneo dalle navi libiche. Il 21 maggio scorso 53 persone, probabilmente di origine eritrea, sono state soccorse in mare dopo che l’imbarcazione sulla quale stavano viaggiando si è rovesciata. Negli ultimi mesi numerose persone di nazionalità eritrea arrestate dalle autorità libiche sono state espulse arbitrariamente al confine col Ciad.
Amnesty International teme che, se rinviate in Eritrea, queste persone si troverebbero a rischio di arresto, di detenzione in totale isolamento senza accusa o processo e di tortura per “aver tradito” il paese o per aver evitato il servizio militare. L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) ha raccomandato che i cittadini eritrei non vengano rimpatriati neanche in caso di diniego della domanda di asilo, parere che sembra essere generalmente seguito a livello internazionale.
Amnesty International è inoltre seriamente preoccupata per la notizia secondo cui, negli ultimi mesi, alcuni detenuti sarebbero stati torturati o maltrattati dalle guardie. Di tali maltrattamenti farebbero parte percosse con spranghe di ferro, minacce di morte e, in diversi casi, abusi sessuali nei confronti delle donne detenute. In alcuni casi i detenuti sembrano essere stati torturati o maltrattati come forma di punizione per aver rifiutato la registrazione del loro nome da parte delle guardie o per aver protestato per il trattamento subito da altri detenuti. Le condizioni all’interno dei centri di detenzione in Libia non rispettano gli standard internazionali sui diritti umani. Diverse detenute che hanno detto di essere incinte, hanno dovuto pagare per avere dell’acqua potabile. Altri avrebbero contratto la tubercolosi e due persone hanno tentato il suicidio.
Amnesty International chiede al capo di stato libico di non rimpatriare le persone di nazionalità eritrea perché si troverebbero a rischio di tortura e chiede di assicurare che tutti coloro che si trovano in detenzione siano protetti dalla tortura e trattate umanamente.
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