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L'inferno in alto mare dei pescatori schiavi. Storie di lavoratori clandestini senza diritti

Dietro un business da 10 miliardi di dollari e 11milioni di tonnellate di pesce l'anno. Lavorano sui pescherecci pirata, che saccheggiano l'ecosistema dei paesi poveri dell'Africa occidentale. Una pesca di rapina che finisce in gran parte sui mercati europei.

>> Scarica il rapporto di Environmental Justice Foundation

di Emanuela Stella, La Repubblica

LONDRA, 19 ottobre 2010 - Costretti ai lavori forzati per mesi, anche per anni, in ambienti malsani e senza alcuna misura di sicurezza, schiavi di un business che frutta 10 miliardi di dollari e 11milioni di tonnellate di pesce l'anno. Sono gli uomini che lavorano sui pescherecci pirata, che saccheggiano l'ecosistema dei paesi poveri, soprattutto quelli dell'Africa occidentale, a caccia di gamberi, aragoste e tonni, mantenendo in schiavitù decine di migliaia di uomini. E' importante sapere che il prodotto di questa pesca di rapina, che conta sull'impunità perché condotta in alto mare, finisce in gran parte sui mercati europei.

Nelle stive con 45°. La denuncia (in questo 2010 che è stato proclamato Anno internazionale della gente di mare dall'Imo, International Maritime Organization) viene dagli attivisti della Environmental Justice Foundation 1 (EJF) che, pattugliando il mare su una motovedetta della Sierra Leone, per verificare la consistenza del danno portato al patrimonio ittico del pianeta, si sono imbattuti in un peschereccio sudcoreano, che era un vero e proprio inferno galleggiante. Gli uomini lavoravano nella stiva del pesce senza aria né ventilazione, a temperature di 40-45 gradi. Intorno a loro lamiere bollenti, arrugginite e puzzolenti; come cibo lo scarto del pescato che non è vendibile, da contendere agli scarafaggi, e per lavarsi una pompa che aspira acqua dal mare.

Per salario pesce spazzatura. I pescatori, tutti della Serra Leone, hanno riferito che non venivano pagati in denaro ma con cassette di "pesce spazzatura" che cercavano di vendere sulla costa africana. Se qualcuno osa lamentarsi, riferisce il "Guardian" che alla vicenda ha dedicato un reportage, viene abbandonato sulla spiaggia più vicina. Nel maggio scorso al largo della Sierra Leone è stato individuato un peschereccio pirata con 150 lavoranti senegalesi, impiegati in turni di 18 ore giorno e notte,  costretti a vivere e a mangiare in ambienti alti meno di un metro. La nave, scrive il "Guardian", era munita di una licenza per l'importazione di pesce nell'Unione Europea, in barba agli elevati standard igienico-sanitari che vigono da noi.

Sulle navi anche per anni. Nel 2006 era stata intercettata nelle stesse acque una nave con una ciurma di 200 senegalesi costretti in condizioni disumane, che per dormire si arrangiavano sui cartoni da imballaggio ammucchiati:  quella nave non figurava sul registro della navigazione della Sierra Leone e secondo testimoni aveva appena attraccato a Las Palmas, nelle Canarie, considerato il principale punto di approdo europeo del pesce pirata dell'Africa occidentale. Queste navi restano in mare anche per interi anni. La maggior parte dei pescherecci non attracca mai nei porti: trasferiscono il pescato su altre navi, vengono riforniti di combustibile in mare, gli equipaggi fanno la spola con la terraferma su altre imbarcazioni, e nessuno sa cosa succeda effettivamente a bordo.

La solita logica: minimizzare i costi. La pesca è comunque una delle occupazioni più pericolose del mondo e la vita a bordo dei pescherecci è sempre piena di rischi. Le condizioni meteorologiche estreme, i lunghi periodi in mare, la natura stessa dell'impegno prestato rendono l'esistenza di questi uomini faticosa e aspra: ma chi lavora sui pescherecci pirata sta molto peggio, e verificare le loro condizioni di lavoro è estremamente arduo. La "filosofia" del business è semplice: massimizzare il prodotto minimizzando i costi. Le imbarcazioni sono vecchie carrette in pessime condizioni, e gli uomini vengono prelevati da agenzie di collocamento "specializzate" nelle zone rurali dell'Africa (ma anche di Cina e Indonesia): sono spesso analfabeti, mancano di qualunque formazione specifica - quasi nessuno sa nuotare - e lavorano in assenza delle condizioni minime di sicurezza e di igiene, dentro stive soffocanti, privi di qualunque tutela.

Violenze e maltrattamenti. "E' difficile trovare lavoro, c'è tanta miseria, dobbiamo adattarci perché non c'è lavoro  -  spiega un uomo imbarcato su una nave sudcoreana . - Se ti offrono un salario di 200 dollari lo prendi, perché così dai da mangiare alla tua famiglia". Ma una volta a bordo questi uomini scoprono che la realtà è diversa da quello che gli era stato fatto credere: molti di coloro che vorrebbero andarsene sono costretti a restare a bordo perché gli sono stati sequestrati i documenti. La violenza  e i maltrattamenti su queste navi sono all'ordine del giorno, e sono stati segnalati persino degli omicidi.

Per mesi a guardia di una nave in disarmo. Al largo della costa della Guinea EJF ha individuato decine di pescherecci abbandonati: gli uomini a bordo sono lasciati senza comunicazioni radio per mesi, anche per anni. L'organizzazione ha raggiunto un uomo di origine asiatica che viveva da sette mesi su uno di questi pescherecci in disarmo, per "fargli la guardia": "Mi ha mandato qui la società, mi mandano una barca con il mangiare, pesce o  gamberi. Io non ci volevo venire, nessuno vuole venire qui".

Incalcolabili i danni causati all'ecosistema da questa pesca senza scrupoli: il fondo del mare viene arato con catene che distruggono tutto quello che incontrano, compresi i banchi di corallo, e più della metà del pescato, pesci morti e mutilati, viene ributtata a mare perché inservibile.

Cambiano nome e bandiera. I pescherecci pirata possono cambiare nome e bandiera diverse volte, nella stessa stagione; e le imbarcazioni fanno capo a società di comodo delle quali è quasi impossibile individuare i titolari. La sanzione massima per la pesca illegale si aggira sui centomila dollari, che, come sottolinea la EJF, corrisponde a meno di due settimane di profitto.  E quando una nave viene multata per pesca illegale, in capo a qualche settimana torna in mare con un altro nome e un'altra bandiera. Sfruttando le scappatoie e le lacune delle normative vigenti, proprietari di pescherecci e compagnie senza scrupoli, sottolinea Greenpeace, usano bandiere di comodo per eludere non solo i regolamenti internazionali per la gestione e la conservazione del patrimonio ittico, ma anche le norme sulla sicurezza e i diritti dei lavoratori. Queste bandiere possono essere comprate e vendute su internet: con 500 dollari, sostiene Greenpeace, è possibile  assicurarsi una bandiera di Malta.

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