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Immigrati d'Italia. Una rimessa da 6,3 miliardi

Siamo fra i primi al mondo per il «money transfer». Dati ancora in crescita del 5,5% nonostante la crisi

Di Fabio Pozzo

Torino - Sei miliardi 381 mila 324 euro. È il valore delle rimesse uscite attraverso i canali formali - banche, poste, agenzie di money transfer - dall’Italia nel 2008 (dati Bankitalia e Istat, elaborati dalla Fondazione Leone Moressa), pari allo 0,41% del pil.

L’andamento del valore complessivo delle rimesse stesse, pur aumentato rispetto al 2007 del 5,58%, è però in frenata. Causa crisi economica, che si riflette anche sulla produttività, e dunque ricchezza, degli immigrati. Siamo lontani, insomma, dagli incrementi boom dei primi anni Duemila, con un +131,8% ad esempio registrato nel 2004 (sul 2003). Ma è vero anche che il valore complessivo di tali flussi di denaro è aumentato di dieci volte in questa ultima decade (era di 588.468 euro nel 2000).

Un dato che è da tener presente, se si considera la rimessa come fattore di crescita per le economie più arretrate, di rafforzamento della bilancia nazionale dei pagamenti e dunque di riduzione della percentuale di debito da esportare. Vi è, però, anche un’altra faccia di queste transazioni: rappresentano un grande business. Banche, Poste. E agenzie di money transfer.

Per queste ultime, in particolare, l’Italia è diventata un terreno di caccia. Sono una settantina, quelle registrate e attive. Il Paese è tra i primi cinque mercati del mondo per i quattro big del money transfer a livello globale, vale a dire Wester Union, MoneyGram, Coinstar e Ria Financial Services.

Ma perché gli immigrati si rivolgono al money transfer anziché alle banche? «Incide molto il fattore culturale. Vi sono comunità meno integrate, con barriere linguistiche, i cui componenti non si trovano a proprio agio in ambienti formali come sono quelli degli istituti di credito. Inoltre, bisogna considerare anche il livello culturale e sociale di chi riceve i soldi, che non sempre è titolare di un conto bancario. Vi è poi il fattore temporale: il money transfer consente il trasferimento di denaro in tempo reale, fatto salvo per le differenze di fuso orario» spiega Alfonso Grassopoulos, regional director per l’Italia, Svizzera, Grecia, Cipro e Polonia di Coinstar (1.100 sportelli italiani, con l’obiettivo di salire a 2.000 entro l’anno).

Una peculiarità, questa dell’immediatezza, rispetto al circuito bancario, che giustifica anche l’eventuale punto in più sui costi di transazione, rispetto a un bonifico. Commissioni che variano a seconda del Paese di destinazione e dell’importo e che, in media, si aggirano sui 10 euro per una rimessa di 300.

Ma si tratta di un fronte in movimento: le società in campo si fanno una guerra spietata e la concorrenza abbassa i prezzi del servizio. Restano invariate, invece, rispetto alle banche o BancoPosta, le garanzie di sicurezza e le condizioni anti-riciclaggio, imposte da Bankitalia. Per trasferire piccoli importi, ad esempio 100 euro, è sufficiente il documento del Paese d’origine, ma se la somma aumenta scattano una serie di requisiti aggiuntivi, come il permesso di soggiorno, la busta paga, ecc.

Anche il settore risente delle crisi? «Il calo dei consumi si riflette anche sulle rimesse, certo. Ma bisogna tener presente anche il processo d’integrazione dei cittadini della Nuova Europa. Romeni, bulgari e polacchi, che con l’allargamento dei confini Ue hanno avuto la possibilità di accedere più facilmente al circuito bancario. Inoltre, influisce anche la maggior facilità di spostamento, che consente a questi immigrati di tornare più spesso a casa e portare con se il denaro», dice Grassopoulos. Crisi economica a parte, il settore è in netto sviluppo. «Il canale del money transfer copre ad oggi, a livello globale, appena il 15% delle transazioni degli immigrati».

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