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La crescita maggiore e per le romene e le marocchine

Stranieri è baby boom

Sara Strippoli, La Repubblica

Torino, 10 ottobre 2007 - I numeri vengono da un documentato studio della Fondazione Agnelli che, incrociando i dati dell´anagrafe con quelli raccolti dai servizi sanitari, ha fotografato una situazione in cui è evidente lo sguardo fiducioso al futuro delle straniere. Le quali scelgono consapevolmente di essere madri dopo anni di difficoltà nel loro Paese prima della migrazione e altri di assestamento al loro arrivo in Italia. Anni passati a cercare un lavoro, far arrivare i bambini nel nostro Paese, ottenere il permesso di soggiorno. Trascorso questo momento di precarietà, il desiderio di maternità, fino ad allora represso, può essere soddisfatto, spiega il dirigente di ricerca della Fondazione Agnelli Stefano Molina.

La crescita maggiore riguarda le romene. Il loro tasso di fecondità in tre anni è cresciuto di un punto percentuale netto, un figlio in più per ciascuna donna: era 1,22 nel 2003, è stato di 2,07 nel 2005. Leggermente in calo invece il tasso di fecondità delle marocchine, che però avevano avuto più figli l´anno precedente: 2,89 nel 2003, 3,71 nel 2004, 3,37 nel 2005. La ragione del leggero calo può essere la data di arrivo a Torino della comunità marocchina, precedente di quasi un decennio rispetto a quello della romena: con il tempo, come è ormai chiaro dagli studi recenti sul fenomeno, le donne immigrate tendono lentamente ad assumere i comportamenti delle italiane.

La tendenza torinese conferma quella nazionale, registrata pochi giorni fa da un´indagine Istat: in dieci anni, il tasso di fecondità italiano è passato da 1,19 del 1995 a 1,32 del 2005. Anche i dati nazionali, dunque, aggiunge Molina, confermano l´altro dato importante: le immigrate scelgono la maternità in Italia più di quanto farebbero nel Paese d´origine. Le donne in Marocco hanno 2,86 figli ciascuna, in Italia 4,19: «Un dato che ci conferma la sensazione di generale benessere che provano qui. Parliamo ovviamente di donne diplomate o laureate, con più mezzi. Sono loro che fanno una scelta di maternità consapevole».

Se problemi sorgono, racconta il dirigente di ricerca della Fondazione Agnelli, questi possono derivare dal modello di «integrazione subalterna» che porta gli immigrati a svolgere lavori rifiutati o accettati malvolentieri dagli italiani, i cosiddetti «lavori delle 5 P»: pesanti, precari, poco pagati, penalizzati socialmente e pericolosi. Perciò la donna immigrata si può trovare spesso in condizioni lavorative difficili, con orari che mal si conciliano con una normale vita familiare; e questo, col tempo, può causare danni a un percorso positivo di crescita per le seconde generazioni, che dovrebbero invece essere un´importante risorsa per la città.

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