Una nuova proposta di Gary Becker, Premio Nobel per l’Economia,
per creare un
mercato dell’immigrazione
The Economist, Jun 24th 2010
I Nordafricani rischiano la vita per tentare di attraversare il Mediterraneo diretti verso l'Europa meridionale. I Messicani affittano muli che li aiutino attraverso il confine con gli Stati Uniti. Gli Afghani si accampano nei luridi sobborghi fuori Calais, in attesa di attraversare La Manica ed entrare in Gran Bretagna. A quanto pare, ovunque, vi sono persone che cercano di attraversare il confine di un Paese che non è il loro. Anche quelli che scelgono un modo legale di viaggiare a fini di lavoro, debbono fronteggiare ostacoli enormi per l'ingresso in alcuni paesi. La gente in possesso di visto per lavoro rappresenta il 70% del totale degli immigrati regolari in Germania, per esempio, ma sono solo il 5,6% di coloro che entrano in America, la terra originale delle opportunità. Gran parte degli altri entra in quanto un membro della loro famiglia è già nel paese. La quota annuale di visti americani diretti ai lavoratori più qualificati, in genere si esaurisce in poche settimane. Sono molte di più le persone che vogliono trasferirsi nei paesi ricchi, di quanto non siano veramente in grado poi di farlo. In una lezione tenuta il 17 giugno scorso presso l'Istituto degli Affari economici, un think-tank di Londra, Gary Becker ha proposto una "soluzione radicale" a questo disordinato e confuso problema. Opportunamente per un premio Nobel che ha aperto la strada all'applicazione dell’economia in settori come la discriminazione, la criminalità e la famiglia, le sue ricette coinvolgono i meccanismi di mercato. Mr. Becker sostiene che l'immigrazione è fuori controllo a causa della mancanza di un prezzo che aiuti il “matching” tra domanda e offerta di manodopera etnica. I governi, ha suggerito l’economista, potrebbero usare principi economici nel concedere i visti, sia con la vendita del diritto di migrare a un prezzo a cui risponda un desiderato numero di migranti, oppure attraverso vere e proprie aste dei visti a fini di immigrazione per lavoro. Come succede per ogni prezzo, quello attribuito all’immigrazione finirebbe per dare la possibilità di migrare a chi lo desiderava di più. Gli immigrati di successo, ha sostenuto Becker, sarebbero comunque avvantaggiati anche dopo aver pagato una tassa pesante per questo privilegio. E ne beneficerebbe anche il Paese ricevente. Un aggiustamento del prezzo di anno in anno, inoltre, permetterebbe ai governi di mantenere il controllo sul numero di immigrati che attraversa i loro confini, anche in risposta alle mutevoli condizioni del mercato del lavoro. E le entrate economiche provenienti dalla tassa, potrebbero in qualche modo a placare le preoccupazioni di coloro che si oppongono all'immigrazione, soprattutto in questo momento in cui ogni buona idea è benvenuta ai fini di migliorare le finanze pubbliche. Tassare 50.000 dollari il diritto di immigrare, porterebbe agli USA un guadagno netto di 50 miliardi dollari per ogni milione di immigrati lasciati entrare, più o meno la cifra annuale odierna dell’immigrazione legale in America. Ancora più importante, gli immigrati più tentati da tale sistema di immigrazione a pagamento sarebbero quelli intenzionati a raccogliere il maggior beneficio economico dalla migrazione, come quelli i cui salari potrebbero aumentare maggiormente. Mr. Becker valuta che queste persone avrebbero altre qualità desiderabili. Loro sarebbero il tipo di innovativo, laborioso ed intraprendente che i paesi vogliono attirare, come gli ingegneri di origine indiana o cinese che si sono assicurati la titolarità del 14% dei brevetti rilasciati in America tra il 2000 e il 2004. Una bella quota se si considera che questi gruppi etnici rappresenta meno del 5% della popolazione. Il migrante giovane, secondo l’economista, sarebbe più interessato di quello più attempato, in quanto avrebbe più anni per recuperare i costi pagati per il visto. Un'idea interessante, forse, in una Europa a rapido invecchiamento. E che dire delle persone di talento, però incapaci di affrontare un così esoso pagamento? A questo riguardo, Becker propone un sistema in cui i potenziali migranti potrebbero chiedere un prestito al governo, qualcosa di simile a un regime di prestito per studenti. O forse potrebbero essere i datori di lavoro a prestare i soldi ai lavoratori stranieri, prestito che il lavoratore potrebbe restituire con gli straordinari. Ma se sono i governi a dover prestare il denaro degli immigrati, in una prima fase l’effetto non sarebbe molto benefico ai fini di ridurre i deficit di bilancio. E l'idea di persone debitrici al proprio datore di lavoro straniero dei fondi necessari a ripagare i costi per arrivare al luogo di lavoro, per poi ripagare il debito attraverso il lavoro, è una esperienza già sperimentata in passato. Nel 19 ° secolo questo meccanismo è stato chiamato servitù a contratto. Tra i suoi lasciti ci sono i molti cittadini caraibici discendenti di indiani che emigrarono per lavorare nelle piantagioni. Come anche la proposta di Becker che il lavoratore potrebbe sanare il proprio debito con il primo datore di lavoro, accendendone un altro – se decide di cambiare - con un nuovo datore di lavoro. Anche questa è storia vecchia degli indiani nei Caraibi. Perfino se i datori di lavoro non dovessero ricorrere alle tattiche usate dai proprietari delle piantagioni di zucchero caraibiche, secondo Abhijit Banerjee del Massachusetts Institute of Technology il sistema potrebbe comunque avere problemi. Una ditta che “importi” un lavoratore con un tale sistema, presumibilmente pagherebbe un salario inferiore a quello che dovrebbe pagare a un equivalente locale (altrimenti perché non assumere un indigeno?). Avremmo comunque un contratto reciprocamente vantaggioso, poiché il lavoratore guadagnerà comunque di più rispetto a casa. Ma una volta arrivato, l’opzione migliore per l’immigrato sarebbe quella di farsi licenziare (per esempio, non presentandosi al lavoro) ai fini di ottenere un nuovo lavoro a salario di mercato. Per evitare ciò, il datore di lavoro avrebbe bisogno di minacciare il lavoratore con mezzi quali la deportazione. L'esistenza stessa di una simile minaccia consentirebbe al datore di lavoro di ridurre ulteriormente i salari.
Emicrania da migrante
Sendhil Mullainathan della Harvard University indica un altro problema dell’idea di Becker. I prezzi conducono ad una efficienza allocativa quando il beneficio di ciò che viene venduto (in questo caso, di un visto), sono attribuiti interamente alla persona che lo acquista. Ma l'ingresso di un immigrato ha effetti sulla società in generale, quello che gli economisti chiamano "esternalità". Quando i benefici privati e sociali della presenza di una persona in un paese nuovo differiscono, basare le decisioni di ammissione sulla disponibilità a pagare non può essere l'approccio migliore. L’America può volere un sacco di scienziati, per esempio, ma potrebbe finire invece per ottenere un eccesso di indiani vicino all'età pensionabile, tentati dall'idea di usare i loro risparmi accumulati per l'acquisto gratuito di cure mediche per il resto della loro vita. Se i benefici dell'immigrazione dipendono più dalle caratteristiche delle persone che dalla loro disponibilità a pagare, la risposta potrebbe già esistere. Paesi come la Gran Bretagna e Canada utilizzano un "sistema a punti”, che mira a selezionare gli immigrati che hanno livelli di istruzione o di competenze specialistiche, che siano ritenuti economicamente desiderabili. La politica dell'immigrazione nei paesi ricchi è troppo velenosa per le idee radicali di Mr. Becker. Ma non è chiaro se la radicalità sia davvero necessaria.