L’immigrazione oggi produce quasi il 9% del nostro Pil, è una grande risorsa economica e sociale, della quale le nostre famiglie, le imprese, la società non possono più fare a meno. Trattarla, come ha fatto l’Esecutivo oggi in carica, come un mero problema di ordine pubblico è un grave errore che rischiamo di pagare pesantemente nel nostro prossimo futuro.
E’ vero che l’immigrazione va governata e che uno Stato ha il diritto di decidere chi e quanti entrano ogni anno nel proprio territorio. Ma allora bisogna prima di tutto colpire le vere cause dell’immigrazione irregolare: esse sono, principalmente, l’economia sommersa (25% del nostro Pil) che funziona da elemento di attrazione della clandestinità; l’attuale normativa sull’immigrazione che rende molto difficile entrare regolarmente per lavoro, nonché il traffico internazionale delle persone.
Pensare, come ha fatto l’Esecutivo oggi, che aggravare le pene ed introdurre nuove fattispecie di reato (l’immigrazione clandestina, appunto) serva come deterrente è un errore. Serve invece a criminalizzare un milione di persone che oggi in Italia lavorano accanto a noi, dando modo a chi vive di attività criminali di mimetizzarsi in un’ampia platea di persone oneste che hanno un solo handicap, non potersi regolarizzare a causa della normativa in vigore.
Molto discutibile è anche la proposta di una norma che aumenterà la pena se a commettere reati è un clandestino: in netto contrasto con l’art. 3 della Costituzione Repubblicana che recita: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione”.
E noto che per gli immigrati la condizione di irregolarità è spesso la causa maggiore di comportamenti sociali “deviati”: rimuovendola verrebbero forse meno molte condizioni che portano a compiere reati.
Ci sono già le leggi per colpire chi delinque, non ci sono invece le norme per far incontrare fluidamente domanda ed offerta di lavoro straniero.
Temiamo che le misure oggi adottate dal Governo serviranno solo a riempire le carceri di disperati alimentando quel clima di rancore reciproco e razzismo di cui l’Italia non ha davvero bisogno.
Per la UIL la strada da percorrere non è quella di una maggiore repressione, ma al contrario quella di regolarizzare la situazione di chi ha un datore di lavoro e quella di una riforma vera delle leggi sull’immigrazione.
Roma, 22 maggio 2008