Di Chiara Righett, Metropoli.it
ROMA, 4 novembre 2008 - Non ha commesso reato dichiarando di essere una cittadina dell’Unione europea e incassando così i mille euro del “bonus bebè”. S. M., una donna romena che vive a Varese, è stata assolta nei giorni scorsi dalla corte di Cassazione. Ne dà notizia il sito web Immigrazioneoggi. E’ solo una dei molti genitori di origine straniera finiti nei guai con la giustizia per questa vicenda che risale al 2006.
In quell’anno, il governo introdusse un “bonus bebè” di mille euro per ogni figlio nato o adottato nel 2005, ma anche per ogni secondogenito o figlio successivo al primo nato o adottato nel 2006. L’assegno una tantum era previsto dalla legge finanziaria.
Molte polemiche nacquero dal fatto che il governo fece recapitare, a casa di tutte le neomamme di qualsiasi cittadinanza, una lettera nella quale il presidente del Consiglio Berlusconi che si congratulava per la possibilità di ottenere il bonus bebé. Che però nei fatti era negato ai cittadini extracomunitari.
Infatti per incassare l’assegno il genitore, oltre ad avere un reddito annuo complessivo (del nucleo familiare) non superiore a 50mila euro annui e a risiedere in Italia, doveva avere la cittadinanza italiana o di un paese dell’Unione europea.
Nei mesi successivi, furono diversi i casi di cittadini extracomunitari denunciati per aver dichiarato il falso compilando l’autodichiarazione da presentare all’ufficio postale per incassare l’assegno. Sul modulo si doveva barrare una casella per indicare do avere la cittadinanza italiana o europea.
La donna romena, denunciata per truffa ai danni dello Stato, era stata assolta in primo grado dal tribunale di Varese. Secondo il Gup, infatti, nel suo comportamento era mancata la volontà di truffare lo Stato. Ma dopo l’assoluzione, nel 2007, perché “il fatto non è previsto come reato” si era vista portare in Cassazione dal procuratore della Repubblica.
La Corte di Cassazione, quinta sezione penale, con la sentenza 40458 depositata nei giorni scorsi, ha condiviso le argomentazioni del Giudice di Varese e respinto il ricorso. Secondo la Corte, la sentenza di primo grado ha correttamente assolto la donna in quanto la stessa aveva agito senza dolo. Indotta a farlo sia dal tenore della lettera a suo tempo recapitata in casa con tanto di firma “Berlusconi”, sia dalla circostanza che nemmeno l’ufficio postale - che pure necessariamente doveva aver controllato il suo passaporto prima di erogarle la somma - avesse sollevato obiezioni sul mancato possesso dei requisiti di cittadinanza.