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Immigrazione

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Babele, Italia

Nel paesino dalle 15 lingue. Dal mondo a Bollengo, per lavoro o per amore

Dall’inviato MARIO BAUDINO, La Stampa.it

BOLLENGO (Torino), 30 agosto 2007 - C’è chi è arrivato per amore, chi per cercare lavoro, chi per una casa comoda a prezzi più abbordabili, chi per il paesaggio, chi per salvarsi la vita e la famiglia. Tutti a Bollengo, sulle colline moreniche che fanno corona a Ivrea, confluiti da ogni parte del mondo. Che un paese di 2067 abitanti annoveri una sessantina di residenti stranieri non sembra poi eccezionale. Ma che, conti alla mano, vengano fuori undici nazionalità diverse, cui ne andrebbero aggiunte altre tre per coloro che nel frattempo sono diventati italiani a tutti gli effetti (bisogna metterci allora Cina, Cambogia e Slovacchia, e così si arriva a quattordici) è quantomeno singolare. Se aggiungiamo che questa Onu sulle colline vive tranquillamente e gioiosamente, senza tensioni sociali o tantomeno etniche, ebbene, siamo quasi a un’utopia realizzata. Un microcosmo dell’Italia multietnica che, strano a dirsi, funziona. C’è un segreto? Un misterioso «genius loci»? O uscendo dall’autostrada e inoltrandoci per la campagna siamo finiti, senza accorgercene, in un specie di mondo fiabesco, il paese dei Puffi?

Esperienze da emigrati

Sergio Ricca, consigliere regionale che qui è stato sindaco vent’anni, un po’ ride compiaciuto e un po’ smorza i toni. Le situazioni di disagio non mancano, qui come altrove, però c’è una convivenza generalizzata, grazie a servizi pubblici garantiti di ottimo livello, al benessere, e anche alla tradizione. «Bollengo ha dato molto all’emigrazione, e quelli che sono tornati evidentemente hanno da subito cominciato a ragionare in modo diverso. Non dimentichiamo che sono anche rappresentate forse tutte le regioni italiane». A piccole dosi, date le grandezze: chissà che non sia questa la chiave di un esperimento spontaneo, e riuscito.

Poi c’è altro, come ricorda l’attuale sindaco Carlo Duò: la tradizione cosmopolita dell’Ivrea olivettiana. E la collocazione, sul perimetro estremo dell’hinterland eporediese, abbastanza lontano da essere una deliziosa campagna e abbastanza vicino da poter usufruire dei migliori collegamenti, come sottolinea l’assessore Roberto Varesio. Lui sembra conoscerli tutti, uno per uno, i suoi babelici concittadini. E sulla piazza del Comune, in una sera d’estate, le nazioni unite si affacciano a fare due chiacchiere.

La cantante di Bratislava

C’è Martina Cizniarova, cantante lirica dai grandi occhi azzurri, che negli anni Novanta, a Martina Franca col coro di Bratislava, incrociò un musicista bollenghino, il maestro Marcello Dabanda, e lo sposò. La prima volta che mise piede in paese, dopo 17 ore di autobus da Bratislava e il viaggio in auto da Milano, piuttosto affaticata, il marito le disse: siamo a casa. Lei provò esattamente «quella» sensazione, ci racconta. Tanto che, nel giro di qualche anno, la sorella Michaela finì per innamorarsi del miglior amico del marito stesso, sposarlo e metter su famiglia, anche lei sotto la Serra.

L’Internazionale delle donne

Ma le mogli - cubane, brasiliane, cinesi, spagnole, la gamma è vasta - sono solo una sezione dell’Internazionale. Vanno aggiunte le badanti, le colf e le famiglie. Non sono solo marocchine, o rumene, o albanesi. C’è almeno un caso decisamente più esotico, e con un passato pesantissimo dietro le spalle. Stiamo parlando di Nhak Sam Dang, cambogiano, che ora è cittadino italiano insieme alla moglie Sambath e ai tre figli, il più grande laureando in economia a Ivrea.

E’ capo-officina in industria meccanica, ama la tecnologia ma anche l’arte che, dice, in più di un’occasione gli ha salvato la vita. In Cambogia non ha potuto diventare ingegnere perché è stato travolto dalla guerra: ha visto gli orrori dei Khmer rossi, è sfuggito un po’ per fortuna un po’ per mitezza agli arruolamenti forzati, alle stragi, agli orrori dei campi di morte. Racconta che ha «trasformato le ossa in riso», piccolo miracolo operato quando, con migliaia d’altre persone, era ammassato sulla frontiera tailandese, senza cibo, mangiando foglie. Provò a intagliare un ciondolo a forma di Buddha lavorando col fil di ferro su un osso di bufalo. «Un tailandese me lo comprò per venti bat, che significavano per me venti chili di riso». E’ arrivato nel nostro Paese grazie a una dottoressa di Faenza incontrata in un campo profughi. «In Italia non ho mai dovuto chiedere lavoro - ci racconta - mi è sempre stato offerto da qualcuno». A Bollengo, tra l’altro, è popolarissimo. Sta pensando a una mostra dei suoi quadri. E chiacchiera con la signora Peng Xiao Guang, laureata in economia. Era in Italia con una borsa di studio ai tempi del massacro di Tienanmen, e decise di rimanere.

L’economista cinese

E’ un’olivettiana, sposata proprio con un ex datore di lavoro del signor Nhak. Ha per vicina di casa una signora cubana e non ha mai realizzato che fossero così tanti, i bollenghini di origine straniera, fianco a fianco in pochi metri di collina.

D’altra parte nessuno qui ci fa molto caso. Devono essere abituati, dai tempi in cui passavano per la via Francigena i pellegrini, avendo come riferimento i due campanili romanici, uno già nel piano, l’altro a mezza costa, che resistono al tempo. Gente che viene, che resta o che va. Non è un problema, semmai un’attitudine. «Mia figlia si è sposata con un imprenditore egiziano - dice a un certo punto il sindaco -. Vivono in Egitto, passano qui le vacanze. E i nipotini sa che cosa mi dicono, magari per farmi piacere? Che sono italiani».

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