di Mario Furlan, www.affaritaliani.it
Milano, 29 marzo 2010 - Ha conquistato la copertina di Panorama Economy. Sotto il titolo "Li chiamavano vu cumprà". Otto Bitjoka, 52 anni, imprenditore "camerun-milanese", come ama farsi chiamare, è un omone cordiale ed energico, che parla un italiano forbito e colto inframmezzato da espressioni colorite. Due lauree conseguite a Milano con il massimo dei voti, nel '99 - con il boom della new economy - crea una società che offre servizi telematici agli immigrati. E dà lavoro a trenta persone, tra cui sei italiani. Nel 2005 dà vita ad Ethnoland, la prima fondazione creata da immigrati per favorire l'integrazione degli immigrati. Tre anni dopo fonda Impredim, l'associazione di categoria degli imprenditori immigrati. E subito dopo lancia gli Stati generali dell'immigrazione, il principale momento di discussione e confronto sullo stato dell'immigrazione in Italia. E ancora non si ferma: in aprile inaugurerà Extrabanca, il primo istituto di credito per extracomunitari. E dal 3 al 13 giugno promuoverà il primo seminario di leadership rivolto a stranieri. Si chiama Progetto Talea. Andrà in scena nell'eremo di Camaldoli, tra i boschi dell'Appennino toscano.
Perchè Camaldoli?
E' un luogo simbolo, un crocevia di culture e di slanci ideali. Ci sembrava il
posto più suggestivo e di contenuto forte per proporre un percorso di formazione
per laureati immigrati.
E perchè Talea?
Per formare la nuova classe dirigente degli immigrati. Persone che possano
entrare in politica, nell'imprenditoria, nel mondo della cultura, in quello
dell'informazione. Persone che credano in se stesse e nelle loro potenzialità.
Un capitale umano in azione.
L'immigrato non crede in se stesso e nelle sue potenzialità?
Spesso si dice che «gli stranieri arrivano in Italia per comandare».
Naturalmente si tratta di pensieri privi di fondamento, che però raggiungono
l’obiettivo di fiaccare lo spirito dell’immigrato. Che si deprime giungendo a
percepirsi cittadino (cittadino quando va bene) di serie b. Avvertono ostilità
nei loro confronti; credono che qualunque cosa riusciranno a realizzare in
Italia non li libererà dell’etichetta di stranieri. Insomma, un potenziale
inespresso.
La mancata valorizzazione degli immigrati non danneggia soltanto loro, ma
tutta la società.
Certo. Come non vedere che per la società italiana gli immigrati rappresentano
una grande risorsa? Prendiamo Milano, la città nella quale vivo e lavoro da
molti anni, dove ho studiato e messo su famiglia. Milano è cresciuta e si è
sviluppata anche grazie all’ingegno e all’operosità dei flussi migratori. Prima
dal Veneto, poi dal Meridione, adesso da tutte le parti del mondo. Lo scopo
della Fondazione Ethnoland, in fondo, è proprio questo: aiutare la mia città, la
mia Milano, a ritrovare lo splendore perduto grazie alla moltitudine creativa
degli immigrati.
I milanesi sono razzisti?
No, ma non sono ancora abituati a vedere gli immigrati per quello che sono: una
ricchezza. Li avvertono ancora come” vu cumprà”, come poveretti morti di fame,
forestieri che non ce la faranno mai. Questo gli immigrati lo percepiscono. Il
che blocca qualsiasi processo di crescita. E qui torniamo al tema di prima. Il
razzismo strisciante, quello sottotraccia, è il più perverso, quello che fa più
male. Il virus quasi invisibile che toglie le forze, che fa venir meno la voglia
di lottare. D’altronde se una persona viene trattata da poveraccio è pressoché
certo che si convinca di esserelo per davvero. E’ ancora lunga la battaglia
culturale. Ma ce la si può fare.
E come si fa a partecipare alla sfida di Camaldoli?
E’ necessario avere meno di 40 anni. I posti sono solo 25: si vuole puntare
sulle promesse del futuro. Ci saranno anche due italiani: stando per una
settimana gomito a gomito con gli immigrati in un ambiente fuori dal mondo,
l'eremo, confidiamo li capiscano meglio grazie ad un rapporto basato sul
confronto quotidiano, sullo scambio di conoscenze.
E dopo le giornate di studio all’Eremo?
Aziende sponsor dell'evento offriranno un lavoro a quei partecipanti
maggiormente distintisi. Naturalmente il progetto Talea è destinato a proseguire,
anno dopo anno. Con un percorso articolato che ogni anno sfocerà puntualmente
nel seminario. Da dove siamo convinti possano uscire uomini e donne leader.
Professionisti capace di dire la propria nel mercato del lavoro. Di occupare
ruoli di assoluto prestigio e responsabilità gestionale. In definitiva, Talea
vuole essere una speranza per il nostro Paese.