Di Francesco Condoluti, Ilsole24ore.com
Rosarno, 1° maggio 2010 – «Rosarno non è un'altra Italia». Il paese della "rivolta nera", la Castel Volturno calabrese, la città che tutto il mondo ha imparato a conoscere lo scorso gennaio come "vergogna nazionale", riparte da qui. Dallo slogan lanciato stamattina dai sindacati nel giorno della Festa del Lavoro. Un Primo Maggio "speciale" che Cgil, Cisl e Uil hanno voluto celebrare qui, facendo scendere i loro segretari nazionali in questo sperduto angolo di Calabria scelto come "piazza nazionale" del Primo Maggio, per rilanciare la battaglia dei diritti, della legalità e del lavoro per il Mezzogiorno.
Il leader della Cgil, Guglielmo Epifani, ha sollecitato un «piano straordinario per il lavoro»; il numero uno della Cisl, Raffaele Bonanni, un bonus per le imprese che assumono giovani, donne e ultracinquantenni; il segretario della Uil, Luigi Angeletti, un'azione comune con imprenditori e politici contro il lavoro nero.
Rosarno per un giorno è diventata il simbolo emblematico di un Sud che non intende affondare, stritolato nella morsa delle mafie, dei diritti negati, del lavoro che non c'è, dell'illegalità diffusa, dell'abbandono da parte dello Stato. «Rosarno come Reggio Calabria, come Napoli, come Palermo» hanno tuonato Epifani, Bonanni e Angeletti davanti alle 8 mila persone (15 mila secondo gli organizzatori) che, rispondendo all'appello dei sindacati, hanno riempito la piazza della cittadina intitolata a Giuseppe Valarioti, il giovane segretario cittadino del Pci ammazzato nel 1980 in un agguato di stampo mafioso rimasto impunito. Valarioti come l'attivista siciliano Peppino Impastato, ucciso nel 1978 da Cosa Nostra: anche qui le analogie di un Sud soffocato ovunque dall'asfissia delle cosche, si ripetono.
Stavolta però i sindacati non ci stanno più e vogliono «ridare forza alla questione meridionale», partendo proprio da Rosarno, quattro mesi dopo la sommossa degli africani che si sono ribellati alle violenze e allo sfruttamento del lavoro nei campi, mettendo a ferro e fuoco il paese e svelando al mondo il microcosmo agghiacciante degli immigrati di colore – un flusso di 3 mila persone ogni anno tra novembre e marzo – che da 20 anni sbarcano nella Piana di Gioia Tauro. «A Rosarno pretendiamo più Stato» è un altro degli slogan che è risuonato stamattina. Quello Stato che si è accorto di ciò che succedeva in questo pezzo di Calabria solo dopo le immagini-shock – arrivate in ogni angolo del mondo – degli immigrati africani lasciati dormire ammassati a centinaia in vecchie fabbriche abbandonate, presi a sprangate da balordi e piccoli mafiosi di periferia, pagati 25 al giorno "in nero" per raccogliere le arance della Piana e vessati dai "caporali" che impongono il pizzo anche su quei salari da miseria. Una specie di "girone infernale" dove i migranti provenienti dall'Africa sprofondano ogni anno, più o meno da un ventennio o giù di lì. Questa è Rosarno, Italia.
Una città dalle mille facce, un paesone "borderline". La crisi dell'agrumicoltura, che nel giro di qualche anno ha dato il colpo di grazia ad un comparto che già da tempo stritolato dalla concorrenza e dalle truffe all'Unione Europea, ha fatto il resto. Lasciando migliaia di immigrati africani in piena emergenza umanitaria e senza nemmeno quelle 25 euro in che consentivano loro di poter andare avanti. In un contesto del genere, tre mesi e mezzo fa sono bastati un pugno di pallini di plastica sparati da qualche balordo contro alcuni di questi lavoratori, per accendere la miccia. Gli immigrati, a quel punto, hanno detto basta, scegliendo però il peggiore dei modi. Improvvisando cioè due cortei di protesta che, partendo dalle bidonville dell'ex Opera Sila edella vecchia Rognetta ai due lati opposti della città tra la contrada Bosco e la via Nazionale nord, hanno stretto Rosarno sotto assedio, devastando tutto ciò che si trovavano davanti. Auto fracassate, cassonetti bruciati, vetrine sfondate, qualche residente aggredito. Per ore, Rosarno si è trasformata in uno scenario da "intifada" palestinese, con le forze dell'ordine costrette e intervenire in forza per bloccare la "rivolta nera" ed evitare il peggio. Peggio che però non si è potuto evitare nei giorni seguenti, quando, bande di rosarnesi inviperiti dall'inaspettata e veemente reazione degli africani, si sono dati alla "caccia al nero", aggredendo alla cieca ogni faccia dalla pelle scura.
Solo dopo i disordini di gennaio, lo Stato ha mostrato i muscoli abbattendo i ghetti e imbastendo operazioni giudiziarie come l'ultima denominata "Migrantes" che lunedì scorso ha portato in carcere 31 persone con l'accusa di sfruttamento della manodopera agricola straniera. Lo Stato che a Rosarno, feudo dei Pesce e Bellocco, cosche tra le più potenti della Calabria – che in un paese di 15 mila abitanti possono contare su oltre mezzo migliaio di affiliati secondo le cifre rese note dal Viminale – è rappresentato appena da una tenenza dei Carabinieri con 40 uomini e pochi mezzi e da un comune che da un anno e mezzo fa è stato sciolto per mafia dopo l'arresto, per 416 bis, dell'ex sindaco. Lo Stato che però, come hanno denunciato stamattina dal palco alcuni lavoratori precari, rappresenta «il vero caporale che sfrutta da 15 anni i lavoratori socialmente utili nelle pubbliche amministrazioni del Sud». Oggi, la Festa del Lavoro a Rosarno ha parlato di tutto questo, domani i sindacati saranno chiamati a far seguire i fatti ai proclami.