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INTERVENTI

Forum giovani, tra voglia di emergere e crisi di indentità

Si avvicina la data per le elezioni dello European Youth Forum e i vari consigli nazionali della gioventù lavorano sulle candidature e sui programmi. Anche l’ETUC Youth è al lavoro per appoggiare il proprio presidente, Edward Mathews, nella candidatura al Bureau dello EYF. I giovani italiani, in particolare, si presentano però all’appuntamento in una situazione, riguardo alla rappresentanza giovanile, ancora fluida e indefinita. Eppure, non molti anni fa e dopo vari tentativi sempre falliti, cominciava a prendere forma un progetto ambizioso. Il Forum nazionale dei giovani nasceva così, con l’intenzione di raggruppare le associazioni giovanili più rappresentative in un unico soggetto che, in modo trasversale, portasse avanti le istanze di una generazione, prima ancora che di una parte politica. Quasi una funzione lobbistica che avrebbe dovuto inserirsi nell’agenda politica di tutti gli schieramenti, riportando il problema della rappresentanza giovanile all’attenzione di una classe dirigente sempre più “anziana”. Oggi quell’esperienza mostra la corda e sembra in difficoltà. Muoversi lungo il crinale dell’unanimità è una necessità per un’organizzazione così composita e questo poteva rappresentare la forza del Forum ma rappresentarne, al tempo stesso, la sua tomba. Il meccanismo stesso di ricerca del consenso interno, ancor più che esterno, ha spinto il progetto verso un’atrofizzazione che ne ha limitato le potenzialità e ridotto la stessa rappresentatività. Più che investendo nella creazione di un movimento di opinione auto-formato e auto-sospinto, il Forum si è limitato a ricercare all’esterno quel riconoscimento che all’interno cominciava a perdere. Questa ricerca l’ha reso però meno libero, meno innovativo. La rincorsa al riconoscimento ne ha annacquato l’essenza. La strada scelta è stata quella di accreditarsi presso i ministri, presso le organizzazioni europee e i partiti nazionali. Un riconoscimento dall’alto che, pur necessario, ha privato quest’associazione di associazioni del legame con le sue radici. E’ completamente mancata la voglia o la capacità di ricercare quel consenso tra i rappresentati, nella società, tra quei giovani che ci si illudeva di rappresentare in blocco, per la sola somma degli iscritti. Inesistenti o comunque di scarso richiamo le iniziative pubbliche che hanno, invece, lasciato il passo ai colloqui riservati negli uffici di sottosegretari alla ricerca di consenso e di politici in cerca di nuove vetrine. Quelle anticamere romane nei palazzi del potere hanno forse portato qualche fondo in più ma non hanno certo risolto il nodo del deficit rappresentativo tipico del nostro Paese in tema di politiche giovanili. Il problema è capire se c’è una crisi del concetto stesso di rappresentanza giovanile o, peggio, se  c’è un’incapacità di fondo di una generazione che fa fatica a rappresentarsi perché è sempre più divisa e debole. La marxiana coscienza di classe è ovviamente un concetto inapplicabile in senso generazionale, ma una comunità di intenti trasversale e non conflittuale avrebbe forse saputo dare una spallata alla gerontocrazia rilanciando, accanto a quella solidarietà intergenerazionale che è il fondamento stesso di una società solidale, la voglia di partecipare a quei processi decisionali che, al momento, passano per lo più sopra le teste delle nuove generazioni. L’esperienza del Forum ha fatto fatica a coinvolgere segmenti di società pur importanti ma lontani anni luce dal nucleo centrale intorno al quale il Forum si era costruito. Segmenti di società, istanze, problematiche, necessità, sogni e ideali esclusi da un progetto ormai avviato verso l’auto-celebrazione. Qualcuno ha pensato che bastasse fare la somma aritmetica degli iscritti delle singole associazioni per assurgere al ruolo di rappresentanti ufficiali di una generazione. Un simile pensiero non era invece che il primo passo verso la perdita di contatto con i propri stessi iscritti. Le macrostrutture rappresentative diventano facilmente delle scatole vuote se non costruiscono dal basso la loro esperienza e se, nella base, non cercano e ricercano continuamente l’essenza stessa della loro ragione sociale e politica. La rappresentanza, senza condivisione degli obiettivi e senza una democratizzazione delle strutture, si allontana dalla sua stessa natura diventando altro da sé. Oggi, in una società competitiva fino all’esasperazione, la sfida si sposta sempre di più sulle competenze, sulla formazione e sulle capacità. Rimanere esclusi dai processi formativi e decisionali significa delegare ciecamente ad altri la progettazione del proprio futuro. Il nuovo Governo sembra offrire aperture e opportunità, anche se al momento ancora potenziali e tutte da verificare. Il nuovo Ministro avrà competenze importanti ed ha l’occasione di colmare la mancanza nel nostro paese di un Consiglio della gioventù legittimato dalla legge e non dalle iniziative/concessioni dei singoli politici. Solo la legge potrà infatti rendere libero il Consiglio, legandolo soltanto alla sua base e alle norme del diritto.  Se il Forum riuscirà a favorire questo processo avrà vinto la sua sfida se, al contrario, si arroccherà su posizioni particolaristiche incentrate soltanto sul suo riconoscimento come unico soggetto rappresentativo delle nuove generazioni, non solo non avrà centrato gli obiettivi fissati dal suo statuto ma avrà anche dimostrato l’incapacità di fare proprie le necessità della generazione che si illudeva di rappresentare. Una volta ottenuta una legge quadro per le politiche giovanili, che istituisca un Consiglio nazionale della gioventù, il Forum esaurisce il suo lavoro, si scioglie e confluisce in un soggetto più ampio e “istituzionale”, accanto a tutte quelle altre forze che non trovano oggi posto in esso ma che, in un soggetto regolato dalla norma e non auto-promosso da un’elite più o meno rappresentativa, troverebbero invece posto arricchendo e completando il lavoro fatto sino ad ora. Questa è la strada da seguire per non perdere l’ennesima occasione e per non apparire più innamorati del ruolo che dell’interesse generale. La chiave del rilancio di un’esperienza comunque straordinaria è nel rimanere soggetto movimentista e particolarmente permeabile. Aperto ai contributi più diversi in vista del raggiungimento di un obiettivo comune. Ingessarsi prematuramente in una struttura rigida, peraltro discussa e strutturata in proprio, significa invece legarsi le mani e perdere di credibilità. L’obiettivo, sia chiaro, non è quello di creare una categoria o una contrapposizione generazionale bensì quello di lavorare, ciascuno all’interno delle proprie realtà, per la promozione di idee e contributi che tra i giovani nascono e insieme ai giovani vanno portati avanti. Valorizzare questo patrimonio è si dovere della politica ma è prima ancora dovere di una generazione che aspira ad essere protagonista e che a volte viene relegata a ruolo di comparsa o, peggio, di categoria “da proteggere”. Il Forum sappia quindi mettersi in gioco, sappia diventare opinion leader di una primavera generazionale e culturale che prepari il terreno per una reale integrazione dei giovani nei processi decisionali, politici, economici e di sviluppo di un paese che ha un estremo bisogno di innovazione. Una scintilla che dia soltanto il via ad un potenziale represso ed ancora inespresso nelle sue piene possibilità e capacità. Non servono aiuti particolari, serve investire nella società, nelle città, nelle singole realtà. Bisogna ridurre quei non-luoghi, quei buchi neri nei quali, in assenza di una speranza, di un’idea e di un sogno, si inserisce di tutto, rassegnazione, rabbia, violenza e disperazione. Strappare quanti più protagonisti alle pagine di cronaca nera riprendendosi invece la voglia di investire nel futuro e per il futuro, non solo nostro ma dell’intera comunità. Lavorare per un ricambio generazionale che non va richiesto, come concessione, alla politica o alle istituzioni ma che va costantemente e gradualmente meritato sul campo, dimostrando di essere però in grado di ottenerlo e non solo di denunciarne la mancanza o la necessità. Sono questi gli obiettivi ambiziosi ai quali bisogna mirare, valgono più di poltrone, sottosegretariati e incarichi. Valgono il futuro di una generazione, per alcuni generazione x, che al posto di quella x vuole mettere persone, capacità, progetti, sogni e aspirazioni. Senza snaturarsi e senza perdere lo slancio che la caratterizza o dovrebbe sempre caratterizzarla.

Articolo di Marco Abatecola

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