| UIL Giovani |
INTERVENTI Alcuni degli interventi della UIL giovani sui temi della gioventù Se i giovani ritrovano la voce Era il 26 febbraio del 2003 quando prendeva forma e vita l’ambizioso progetto di creare un organismo di rappresentanza delle varie anime del mondo giovanile, senza la pretesa di rappresentarle tutte, ma con il chiaro intento di diventare un punto di aggregazione e di discussione per tutte le organizzazioni giovanili che si fossero riconosciute nel suo manifesto. Il nome, Forum nazionale dei giovani, privilegiava proprio l’aspetto assembleare del neonato soggetto. Infatti, la sua eterogenea composizione risultava chiara già dal principio, quando i mattoni portanti di quella che nell’idea si voleva far diventare la nuova casa comune, se non di tutto, almeno di gran parte dell’associazionismo giovanile, erano stati posti a terra da quaranta associazioni di diversa ispirazione religiosa, politica e sindacale, con una rappresentatività alle spalle di circa due milioni di giovani. Tra i pionieri del progetto anche la UIL giovani, che vi vedeva un’opportunità importante sulla strada della futura creazione di un vero organo di rappresentanza giovanile che diventasse, a medio termine, un valido e indipendente interlocutore, riconosciuto come parte sociale, per governo e parlamento. D’altra parte l’Italia era e resta l’unico paese in Europa a non essersi dotato, per legge, di un Consiglio nazionale dei giovani, perciò unico paese a non poter essere rappresentato in modo unitario all’interno dello European Youth Forum, la rete europea dell’associazionismo giovanile. Da quel 26 febbraio, e dai progetti fatti allora, è passato quasi un anno, ed il cammino non è stato affatto facile. L’eterogeneità delle sue componenti fondamentali, pur essendo indubbiamente una ricchezza, ha anche rappresentato, per il Forum, una difficoltà nella definizione degli equilibri necessari al funzionamento a pieno regime dello stesso. Questo ha indubbiamente dilatato i tempi per la definizione e approvazione della carta statuaria, che vede in questi giorni la firma da parte dei rappresentanti delle associazioni, ritardandone lo start up vero e proprio, e facendo vivere al nuovo organismo un periodo di limbo alquanto lungo e travagliato. Ora però la firma dello Statuto mette nelle nostre mani e a nostra disposizione gli strumenti giusti e necessari per dotarci di uno strumento che, se ben interpretato, sarà capace di portare il proprio apporto e contributo al dibattito politico su un argomento, quello delle politiche giovanili, che è stato finora trattato trascurando e saltando di netto i diretti interessati. La colpa di quest’anomalia italiana non va però addossata in toto alla politica tout court. Sono state infatti anche le nuove generazioni a permettere che certe discussioni e certe decisioni venissero prese sopra le loro teste, essendo stati proprio i diretti interessati incapaci di esprimere, fino ad ora, una rappresentanza autorevole e veramente indipendente dall’arena politica. Non sarà la firma di uno Statuto, da sola, a poter cambiare una situazione immobile da troppo tempo. Non basta una firma di uno Statuto neanche per accreditarsi come rappresentanti di una così larga parte di società. Per potersi presentare come interlocutori bisogna fare un salto ulteriore, bisogna essere capaci di superare i tanti interessi di bottega. E’ necessario in tal senso dar vita ad un organo che, pur nelle sue diverse sfaccettature interne, sia capace di parlare, dopo una discussione interna veramente democratica, in modo univoco e ad una sola voce. Questo permetterebbe a noi di essere credibili, mettendoci allo stesso tempo al riparo dalle strumentalizzazioni di questa o di quella parte politica, e ai giovani di trovare in noi un punto di riferimento importante, un luogo aperto alla discussione che dia loro voce fin dentro i palazzi che contano. Così come vanno respinte le strumentalizzazioni esterne, il Forum dovrà essere capace di difendersi soprattutto da quelle interne, avvalendosi, come scudo, del suo neonato Statuto, espressione più alta della volontà generale dell’organizzazione stessa. Infatti le diversità arricchiscono senza ombra di dubbio la discussione quando sono orientate al raggiungimento ultimo di scopi e fini comuni, quando invece le istanze portate avanti diventano di natura solo ed esclusivamente lobbistica, allora le divisioni si fanno insormontabili e si finisce per rappresentare solo e soltanto se stessi. L’adesione della UIL giovani al progetto era e resta perciò tuttora subordinata al rispetto di determinate condizioni, condizioni che presuppongono innanzitutto la totale indipendenza del Forum dall’orientamento politico dei governi di turno. In mancanza di questo ci troveremmo altrimenti di fronte ad uno strumento che, più che nelle mani dei giovani, finirebbe per essere nelle mani della politica, utilizzato perciò da questa, più per fini di propaganda, che per reale intenzione di ascoltare il parere e le proposte di un universo giovanile sempre poco considerato in sede di definizione di strategie che lo riguardano. Non ci nascondiamo, il rischio esiste ed è reale e concreto, ed è d’altra parte confermato da più di un segnale. Non ultimo, in tal senso, l’ampia pubblicità data al fenomeno in occasione della partenza del Forum a Palazzo Marini, con tanto di presenza del sottosegretario al Welfare, on. Grazia Sestini. A fronte di questo entusiasmo iniziale, sarebbe stato bello trovare un interesse almeno proporzionale lungo il percorso coperto più avanti da tutti noi tra mille difficoltà. Non ci interessa, sia chiaro, legittimare l’operato del Governo solamente con la nostra presenza, incapaci di esprimere un parere accreditato a livello istituzionale. Non ci interessa neanche un riconoscimento politico di fatto che ci esporrebbe al vento della politica senza la minima sicurezza. Il riconoscimento per il quale ci battiamo è semmai legislativo, come avviene in tutti i paesi d’Europa, dove, appunto per legge, è costituito un Consiglio nazionale dei giovani. E’ in questo senso che la tanto sospirata firma dello Statuto è da noi vista come un punto di partenza, l’inizio di un cammino ancora lungo e difficile ma che risulterà fruttuoso per i giovani e per il paese nella sua interezza se saremo capaci di batterci non per fini particolari, magari scimmiottando le divisioni e le diatribe della politica dei “grandi”, ma per raggiungere un disegno e un obiettivo più ambizioso, quello di diventare padroni e protagonisti del nostro futuro. Proprio per questo l’obiettivo della UIL giovani è di dare un seguito alla firma della carta statuaria, ampliando l’adesione al Forum ad altre realtà particolarmente rappresentative e che ora non vi trovano posto. Ci sono organizzazioni che non possono essere tenute fuori se si ha la pretesa di parlare con una certa rappresentatività alle spalle, e se oggi quelle organizzazioni non siedono al nostro tavolo è perché hanno espresso paure e perplessità che il Forum possa diventare lo strumento soltanto di una specifica parte politica e sociale. Ora che abbiamo tutti gli strumenti, il compito di fugare questi dubbi spetta a noi e alle organizzazioni fondatrici; se non ci riusciremo, al di là di qualsiasi atto ufficiale, avremo perso tutti, ma, soprattutto, i giovani avranno perso l’occasione di poter finalmente far sentire la loro voce, unita e democraticamente formata, fin dentro le stanze dei bottoni, appaltando così, una volta di più ad altri, le decisioni sul loro presente e sul loro futuro. Articolo di Marco Abatecola per Lavoro Italiano ___________ Un futuro per i giovani e per il Paese La convinzione ancora diffusa secondo la quale tra le nuove generazioni risulta ancora presente un sentimento, più o meno strisciante, di disinteresse o di rifiuto per la politica, sembra ormai aver perso di valore. Usciti dagli anni ’80, gli anni del riflusso, il movimentismo e l’impegno politico giovanile conosce infatti oggi una stagione di rilancio e di cambiamenti. Nasce così una nuova tipologia di impegno, da una militanza nei partiti e nella politica interna del Paese, ad un nuovo modo di concepire la lotta, una lotta che tende ora a travalicare i confini nazionali per dedicarsi a istanze di sapore postmoderno che vanno dall’ambientalismo al pacifismo, dal terzomondismo alla globalizzazione. Forse prima ancora dei loro governanti i giovani sembrano aver compreso la dimensione globale della politica del duemila, dando vita ad una sorta di internazionale dell’impegno, che crea movimenti con forti connotazioni internazionaliste e massicci contatti con altri paesi e con altri continenti. Il tutto favorito comunque da una situazione internazionale difficile, dove proliferano conflitti e problematiche di rilevanza globale e planetaria. Anche in Italia si avverte e si rende sempre più visibile questo fermento, un fermento magari non organizzato, forse ancora confuso, poco maturo e ancora incostante, ma comunque capace di scuotere dal torpore migliaia di giovani che negli ultimi anni sembrano aver ritrovato la voglia di scendere nelle piazze per manifestare, esprimendo la loro rabbia, le loro speranze e i loro sogni. E’ tra le altre cose un universo che forse mai come in questo momento è arrivato a sentire la guerra come un vero e proprio tabù, un crimine contro l’umanità, ripudiandola in ogni sua manifestazione e innalzando come bandiera lo stesso articolo 11 della nostra Costituzione, sempre attuale e sempre sentita, anche dalle nuove generazioni, come custode dei valori cardine della democrazia. Permane sicuramente una certa diffidenza nei confronti della politica dei partiti, una politica che d’altra parte ha perso molta della sua credibilità durante gli anni ’90 e che trova ora innegabili difficoltà a riabilitarsi, lasciando il campo a movimenti e comitati spontanei sicuramente meno strutturati e più magmatici e per questo più adatti oggi a raccogliere consensi più o meno occasionali. Questo nuovo associazionismo risulta però ancora profondamente immaturo, a volte poco coerente e quasi sempre molto diviso. Lo spontaneismo d’altra parte presenta già di per sé questo tipo di problema, ma il tutto sembra aggravato dal modello di società che va prendendo piede cedendo progressivamente all’individualismo e al particolarismo. Il primato dell’economia, non solo sulla politica ma anche sull’uomo stesso, tende infatti sempre più a concepire la vita come uno strumento al servizio dell’economia, anziché vedere nell’economia uno strumento al servizio della vita. E’ un ribaltamento pericoloso delle priorità. Questo modo di vedere la vita si fa purtroppo minacciosamente avanti in ogni campo del quotidiano, lavoro in testa, creando allo stesso tempo un esercito di esclusi nelle cui fila marciano immigrati, poveri, senza casa, giovani lavoratori senza particolari qualifiche professionali, anziani e malati. Un mondo di senza diritti che resta indietro nella folle corsa allo sviluppo. Sta diventando ormai questa, in parecchi casi, una corsa senza rete, senza strumenti di protezione per i più esposti, una corsa nella quale le spese sociali e gli strumenti di welfare sono sempre più visti come un fastidioso intralcio, come un qualcosa che quindi rallenta. Una tale situazione non va sottovalutata in quanto mette in pericolo le fondamenta stesse della democrazia, che sono quelle della cittadinanza e della solidarietà. Nel suo impegno a far crescere PIL e consumi qualcuno ha dimenticato che povertà e disuguaglianze sono la negazione stessa dello Stato moderno, in quanto l’esclusione sociale è nemica giurata della cittadinanza. Un cambio di rotta non risulta però essere tra le priorità dei nostri governanti, ma se la strada dovesse continuare ad essere questa il rischio, soprattutto tra i giovani, è di una individualizzazione sempre più esasperata dei rapporti, anche di lavoro, che finirebbe col far crescere l’egoismo e il particolarismo distruggendo, allo stesso tempo, i valori fondanti della nostra società e del nostro stesso Paese. L’intero universo giovanile risente inevitabilmente di questa situazione difficile, ne è disorientato perché non riesce più a trovare valori guida e regole certe che possano proteggerlo da un’insicurezza che, oltre che dall’età, è data da quell’assenza di risposte e di idee che sembra essere la sola cosa che la politica è attualmente in grado di offrir loro. Tutto questo ne minaccia alla lunga l’unità, tarpando le ali ad un impegno giovanile che se anche ora dà segnali di ripresa, non potrà comunque sopravvivere a tensioni sociali sempre più forti. La stessa povertà, ormai diffusa anche tra i giovani, non fa infatti che ampliare la forbice, creando una irriducibile quanto odiosa disuguaglianza strutturale. Dovere costituzionale di un Governo che abbia a cuore non solo il futuro dei giovani ma quello dell’intero Paese che è chiamato a governare, dovrebbe esser quello di garantire a tutti pari opportunità permettendone la valorizzazione delle capacità personali, ma la povertà giovanile pregiudica le stesse aspettative di reddito futuro fino a compromettere in partenza, diversificando l’accesso alle opportunità, la possibilità di conseguire livelli culturali e professionali di eccellenza. Alcuni di questi giovani si vedranno così costretti ad un avviamento sempre più precoce a quella formazione professionale che il Governo sembra d’altra parte voler favorire, ma che, il più delle volte, finirà tristemente per non rappresentare più una libera scelta personale, ma una strada obbligata che garantirà forse un giorno tranquillità economica, non certo un libero futuro. E’ per garantire invece quella libertà tanto sbandierata tra i banchi di questa maggioranza che il sindacato si batte per una scuola libera, laica e pubblica e per un’università di livello, perché garantire a tutti pari opportunità sul piano dell’istruzione è un principio importante di democrazia che lo Stato ha il dovere morale di salvaguardare, nell’ottica più ampia di perseguire l’obiettivo di garantire, a tutti e a tutte le latitudini, uguali opportunità per quanto riguarda l’accesso all’occupazione. Queste problematiche non trovano però risposte adeguate, il sapere viene così sacrificato e si investe sempre meno in conoscenza e ricerca rinunciando quindi ad investire sui giovani, tanto che qualcuno comincia ormai a considerarli più come manodopera da reclutare a basso costo che come risorsa e ricchezza per il Paese intero e per il suo futuro. La tendenza è pericolosa quanto reale e ai giovani si offre ormai quasi esclusivamente flessibilità senza prospettive e insicurezza, in un mercato che chiede sempre meno regole, sempre più precariato e sempre meno sindacato. Un sindacato che rimane infatti tra i pochi a difendere ancora i diritti di questi giovani, accettando sì la sfida della flessibilità ma di una flessibilità che sappia trasformarsi in opportunità per il futuro e che, soprattutto, non sia esente da regole e controlli come qualcuno la vorrebbe. Siamo invece costretti ad assistere ad attacchi sempre più duri diretti al sindacato, ad una voglia di desindacalizzazione dei luoghi di lavoro in nome di una modernizzazione dall’aspetto tutt’altro che umano, quasi mostruoso. Una simile condizione finisce così inevitabilmente per indebolire i legami sociali, creando situazioni di spietata concorrenza all’interno delle quali trova non poche difficoltà ad inserirsi la stessa azione sindacale. Il sindacato, e in particolar modo il sindacato confederale, finisce infatti per essere in alcuni casi scavalcato da una pericolosa contrattazione individuale, la quale a medio termine non fa che favorire odiosi ricatti che rischiano di peggiorare ulteriormente le condizioni di tutta la forza lavoro, alimentando dannose forme di concorrenza orizzontali tra lavoratori e finendo per trasformare ogni singolo giovane precario in una sorta di ricatto per tutti gli altri. E’ una linea pericolosa quella che si sta tentando di far passare. E’ un messaggio che spinge tutti a far da sé abbandonando l’associazionismo, politico o sindacale, e che manda in fumo anni e anni di lotte sindacali in difesa della dignità e dei diritti non solo dei lavoratori, non solo dei giovani, ma di tutti i cittadini. E’ per questo motivo che la flessibilità, pur se necessaria, ha bisogno di essere governata con regole certe, bisogna che sia veramente utile a creare occupazione, che serva a dare opportunità e che non sia una condizione perenne di insicurezza, magari con la trasformazione della flessibilità in una flessibilità a tempo indeterminato. Che questa flessibilità, in una parola sola, sia umana. Perché sia umana e perché nessuno sia lasciato solo occorre una politica sociale adeguata, capace di rispondere alle nuove figure lavorative e che, soprattutto, abbia al centro dell’attenzione le persone. Chi oggi ha responsabilità di governo deve tener presente che se non si è capaci di assicurare un futuro ai giovani diventa incerto lo stesso futuro del Paese, ottenendo così come unico risultato non ripresa e occupazione ma povertà e divisioni. La politica deve in questo senso essere capace di ricucire i legami, di preservare l’unità e la solidarietà e di restituire fiducia nel futuro alle nuove generazioni. Il potenziale di impegno che si intravede non va dunque disperso, deve però necessariamente trovare una sua maturazione e per maturare l’intero movimentismo giovanile dovrà fare un passo ulteriore, dovrà essere capace di formulare una linea politica, coerente e condivisa, e delle controproposte credibili. E’ finito il tempo in cui si può dire solo “no”. Sarebbe troppo facile. Per diventare interlocutori della politica i giovani devono fare di più, devono essere capaci di valutare le situazioni adottando strategie chiare per il futuro loro, per quello del Paese e del mondo intero. C’è bisogno che ritrovino fiducia nella politica ma che, allo stesso tempo, la politica ritrovi assolutamente fiducia in loro. La crisi rischia altrimenti di essere non solo economica ma anche civile e avrà il solo effetto di rubare sogni e speranze alle nuove generazioni, a quei milioni di giovani sui quali una nazione che abbia delle prospettive future dovrebbe invece investire e riporre le proprie speranze per un avvenire fatto di progresso e di crescita, non solo economica ma anche e soprattutto sociale. Articolo di Marco Abatecola per Lavoro Italiano |