Taglio cuneo fiscale e interventi di politica fiscale nella
Finanziaria 2007
Proposte del Servizio Politiche fiscali e previdenziali
Riduzione del cuneo fiscale
La riduzione del cuneo fiscale deve essere finalizzata al rilancio della competitività del nostro sistema produttivo e all’aumento dei salari. Sono due obiettivi che devono correre paralleli perché rafforzare i salari significa anche far ripartire i consumi, alimentando così la stessa ripresa economica. L’effetto benefico del taglio del costo del lavoro va quindi ripartito tra le due esigenze e deve portare ad una ricaduta concreta e ben visibile, oltre che sul versante dello sviluppo economico, su quello della diminuzione dei prezzi e della crescita dell’occupazione.
Le risorse pubbliche destinata alla riduzione del costo del lavoro debbono essere ricercate restringendo le vaste sacche di evasione e di elusione che caratterizzano il nostro sistema impositivo.
Occorre, in particolare, prevedere strumenti idonei per evitare che i benefici legali che il Governo si accinge a concedere al sistema produttivo si coniughino e si sommino con quelli illegali dell’evasione fiscale.
Una possibilità, tutt’altro che remota laddove si consideri che le società di capitali, che studi qualificati indicano come soggetti con elevata propensione ad evadere e che per circa il 50% dichiarano redditi nulli o perdite, saranno destinatarie di circa il 70% delle risorse complessivamente previste per il cuneo fiscale.
Un ulteriore importante bacino da cui è possibile attingere risorse è anche quello delle agevolazioni fiscali complessive di cui oggi gode il sistema delle imprese, sul quale una rivisitazione appare non più procrastinabile per verificarne l’attualità, l’economicità e la correttezza delle modalità applicative.
Nell’attuale contesto di difficoltà della finanza pubblica, per l’ottimizzazione delle risorse destinate alla riduzione del costo del lavoro occorre individuare validi criteri di selettività.
L’individuazione dei criteri di selettività non può prescindere da un rafforzamento delle aspettative e delle garanzie in tema di stabilità del rapporto di lavoro e dalle politiche industriali garanzie contrattuali
Per la UIL il taglio va ripartito a favore di chi produce crescita, lavoro di qualità e innovazione e opera in un mercato di aperta concorrenza internazionale.
Due sono i criteri che vanno seguiti:
1) Dal punto di vista del personale si devono favorire quelle imprese che presentino un piano di stabilizzazione, ed anche di formazione del personale, da realizzarsi in tempo certi. In sostanza se un’impresa ha una quota di personale con contratto “atipico” (quindi con un costo del lavoro gia minore) deve presentare un piano di stabilizzazione di parte (quota da definire) di quel personale. Inoltre non può essere un’impresa che si avvale di solo personale “atipico” o per la maggior parte “atipico” perché, se così fosse, non avrebbe senso concederle uno sgravio su un costo del lavoro gia basso.
2) Dal punto di vista della politica industriale vanno favorite le aziende che operano in un regime effettivo di concorrenza.
In Italia molte aziende operano invece in un regime di oligopolio o monopolio. Per questo tipo di aziende il taglio del cuneo fiscale non favorirebbe la competitività e, essendo per la maggior parte aziende che applicano tariffe definite ai cittadini, non si avrebbe neanche una diminuzione della spesa gravante sulla collettività.
Vanno invece supportate quelle aziende che rischiano di essere schiacciate dalla concorrenza internazionale, non solo nell’industria ma anche in alcuni servizi dove ormai la concorrenza di gruppi stranieri sta mettendo in ginocchio i gruppi nostrani.
Selezionate questo tipo di imprese va fatta un’ulteriore scrematura cercando di favorire quei soggetti che investono in innovazione e ricerca.
Il problema che può derivare dal taglio del cuneo è infatti quello di una progressiva atrofizzazione delle imprese che ne vengono beneficiate. Riducendo di colpo la spesa rischiano di adagiarsi senza più innovarsi e crescere, facendo invece conto sul beneficio immediatamente avuto.
Vincolare il beneficio ad una parallela politica di investimenti, ricerche e formazione del personale sembra invece essere un criterio da perseguire. Favorirebbe la crescita dell’industria italiana e, al tempo stesso, alzerebbe sensibilmente i livelli formativi del personale adeguandoli agli standard europei.
La selettività non può invece essere operata seguendo il criterio dell’ “italianità” dell’imprese. Se un’impresa straniera ha sede sul territorio italiano e ha personale italiano non può essere esclusa. In caso contrario si verificherebbe una situazione di aiuto statale che provoca concorrenza sleale e non sarebbe accettata dalla Comunità europea.
E’ inopportuno includere nei benefici banche e assicurazioni che hanno già fatto molti profitti in passato senza mai abbassare le tariffe gravanti sull’utenza.
Gli investimenti fatti dal sistema bancario e assicurativo all’estero si sono rivelati essere, prevalentemente, un semplice investimento finanziario, a volte speculativo, per far lievitare i guadagni degli azionisti. I successi internazionali di banche ed assicurazioni, pur importanti, non hanno però comportato una parallela riduzione dell’aggravio su correntisti e assicurati che restano i più tartassati d’Europa.
Favorire i redditi bassi e le famiglie
Per quanto riguarda i lavoratori dovranno essere favoriti, tramite un sistema basato sulla progressività, i salari più bassi e le famiglie con un reddito complessivo minore.
Attualmente, infatti, vi è un’evidente contrazione della spesa da parte dei dipendenti con livelli retribuitivi bassi o medio-bassi. Tale contrazione pesa sui consumi e quindi sull’economia ed è invece meno avvertita tra i soggetti con retribuzioni più elevate.
Favorire i salari svantaggiati come scelta prioritaria rappresenta, oltre che un’operazione di giustizia, un volano per l’economia del paese.
Oltre a monetizzare in busta paga la percentuale di risparmio che andrà a favore del lavoratore, si possono pensare anche soluzioni diverse.
La più interessante dal punto di vista sociale è quella di trasformare quel risparmio, tramite la leva fiscale, in aiuti alla famiglia.
Con un sistema di deduzioni/detrazioni quello che si guadagna dal taglio del cuneo potrebbe essere investito per politiche pubbliche di sostegno alla famiglia e, quindi, alla crescita demografica in un paese che è da tempo a crescita zero. Inoltre le stesse agevolazioni siano indirizzate agli investimenti che la famiglia fa in formazione, studi ecc., così da rendere competitivi anche i nostri giovani sul mercato del lavoro comunitario ed internazionale.
Ad oggi, ad esempio, nel nucleo familiare non vengono inclusi i figli oltre i 18 anni d’età. Alzare l’età di riferimento fino a quella universitaria per gli studenti di universitari sarebbe un sistema per sostenere ed accompagnare, con gli assegni familiari, l’intero percorso formativo del giovane.
Simili meccanismi vanno però ovviamente legati alla politica fiscale che il governo vorrà attuare e agli obiettivi che con essa si prefiggerà. Deve essere un tutto armonico.
Per il finanziamento dei provvedimenti in oggetto non vanno toccati i contributi previdenziali che garantiscono la tenuta del sistema pensionistico del paese.
Con il passaggio del sistema previdenziale verso il metodo contributivo, infatti, una riduzione del cuneo che agisse sui contributi previdenziali, e quindi una riduzione della contribuzione, provocherebbe una diminuzione dell’importo delle pensioni future.
Si può agire semmai sugli oneri impropri, per la parte che grava sul lavoratore e che potrebbe essere posta parzialmente a carico della fiscalità generale, senza smantellare il sistema assistenziale in nome della competitività.
In particolare l’intervento potrebbe essere attuato introducendo una forma di progressività, con la previsione di un’esenzione per i redditi più bassi e con aliquote progressive in funzione della crescita dei redditi. L’aliquota massima corrisponderebbe così all’aliquota attualmente in vigore relativamente alla quota di oneri impropri posta a carico del lavoratore.
Interventi di politica fiscale
Riguardo agli interventi che l’esecutivo intende mettere in cantiere sul fisco crediamo che debbano andare in via prioritaria a favorire le fasce più deboli di lavoro dipendente, a costruire un sistema fiscale che ridistribuisca veramente la ricchezza del paese e che veda rafforzato il principio di progressività. Operazione che deve comunque partire dalla restituzione a lavoratori e pensionati del fiscal drag, drenaggio fiscale che ha penalizzato soprattutto i redditi più bassi e la cui restituzione è da tempo attesa e mai attuata.
La riforma fiscale attuata dal precedente Governo ha comportato la progressiva abolizione delle detrazioni d’imposta a favore delle deduzioni e la diminuzione del numero delle aliquote Irpef con una tendenziale riduzione della progressività dell’imposta.
Il Governo ha già manifestato l’intenzione di diminuire la prima aliquota Irpef dal 23% al 20%. Tuttavia tale intervento, seppure auspicabile e condiviso, incide sulla totalità dei contribuenti e, quindi, favorisce anche i settori economici in cui si annida il fenomeno dell’evasione fiscale (si vedano i dati sui redditi dichiarati nel 2004 da molte categorie di lavoratori autonomi). Si ritiene, pertanto, che le risorse disponibili debbano essere prioritariamente destinate a favore dei redditi di lavoro dipendente, in sintonia con l’obiettivo di ridurre il cuneo (fermo restando che la diminuzione della prima aliquota Irpef è, comunque, un obiettivo importante nell’ambito della rimodulazione del prelievo fiscale).
Una politica fiscale giusta. In questo contesto la UIL rivendica con forza la detassazione degli aumenti sui rinnovi contrattuali nel 2007. La perdita di potere d’acquisto che in questi anni ha colpito i redditi da lavoro dipendente va infatti compensata da una detassazione degli aumenti che vada a rafforzare le retribuzioni restituendo fiducia e stimolando la stessa economia.