Il 28 ottobre u.s. è stato approvato dal Consiglio dei Ministri il “Disegno di legge in materia di organizzazione e qualità del sistema universitario, di personale accademico e di diritto allo studio” del ministro Gelmini. E fuor di dubbio che gli obiettivi del progetto sono ambiziosi, ma proprio per il “corposo” contenuto nelle disposizioni (delegate e non) merita una riflessione attenta da chi svolge il ruolo di sindacalista.
Abbiamo sempre inteso che la modifica del preesistente sistema passasse, più che su soluzioni tecnicistiche di questo o quell’aspetto (governance, reclutamento etc.), sulla esigenza della ricerca di quell’equilibrio che noi riteniamo indispensabile tra autonomia degli atenei e capacità di indirizzo e programmazione da parte del Ministero e dei pubblici poteri e sulla individuazione di modalità, sedi e strumenti attraverso i quali realizzare questo equilibrio, per evitare da un lato i danni dell’autoreferenzialità e dall’altro quelli del centralismo.
Quello che voglio affermare con forza è che nell’ottica delle modifiche Costituzionali, dopo la modifica del Titolo V della Parte II della Costituzione è stato inserito nel tessuto autonomistico della Repubblica l’autonomia Universitaria, con il diritto di darsi ordinamenti autonomi nei limiti stabiliti dalle leggi dello Stato. Questa norma pertanto individua i confini nell’intervento dello Stato sia per quelli legislativi che di governo.
La regolamentazione del provvedimento Governativo ci sembra troppo centralistico e anche non in linea completamente con questo principio dell’autonomia. Infatti, quale innovazione è possibile se le iniziative meno conformistiche degli atnei vengono stroncate con l’imposizione di “requisiti minimi” astratti e meramente quantitativi.
Il disegno di legge Gelmini distribuisce lungo tre direttive i percorsi attuativi del provvedimento: misure immediatamente operanti, misure delegate alle trasformazioni statutarie e alle determinazioni operative dei singoli atenei, misure oggetto di emanazione di specifici decreti delegati, ma sono sembrano garantite quelle condizioni che dovrebbero realizzare “autonomia, trasparenza e governo “di sistema” in sostituzione di quel perverso intreccio di rapporti (spesso di forza e di convenienza) che hanno finito per alimentare ed avvitare su se stessa la crisi dell’università italiana.
Quello che riteniamo sbagliato, a parer nostro e l’aver voluto evitare un serio confronto con le organizzazioni sindacali che avrebbero potuto portare la loro esperienza al tavolo. Infatti, il provvedimento, più che una vera riforma, sembra essere una “riorganizzazione”, più sul modello di una ristrutturazione aziendale che di una vera e propria “rimodellazione istituzionale”.
Nelle nostre Università esistono certamente punti di forza e riformare significa avere l’obiettivo di migliorare il posizionamento complessivo dei nostri Atenei e creare maggiori opportunità perché i migliori sviluppino a fondo il loro potenziale competitivo. Infatti, bisogna far uscire dal dichiarato il fatto che l’Università e la Ricerca sono ricchezza fondamentale per l’Italia, ma poi nell’attuazione delle leggi finanziarie e delle riforme si stabilisce che qualsiasi rinnovamento deve essere fatto a costo zero. Proprio sul tanto decantato diritto allo studio le risorse sono, e non da oggi, in preoccupante diminuzione; il provvedimento non inverte il processo e certo non può essere di conforto il sapere che la loro distribuzione passerà ora per tortuosi meccanismi selettivi!
Certamente uno dei punti strategici del provvedimento del Ministro Gelmini è l’accentuazione del criterio del merito nell’allocazione delle risorse, il preciso riferimento alla qualità (della ricerca, dell’insegnamento e dei suoi risultati, dei servizi e delle strutture): ora non volendo sottacere la forte valenza emotiva che tale elencazione suggerisce, ci sembra che il problema resta quello delle risorse. Mentre la soluzione sulla “governance” e dei relativi equilibri ha finito per determinare una concentrazione di poteri molto vistosa.
Altrettanto debole e di dubbia efficacia appare l’intervento riferito al sistema dei “controlli”, sull’effettivo impegno dei professori universitari (in particolare sull’effettivo svolgimento dei compiti didattici), ai sistemi premiali, al meccanismo degli scatti che pur con cadenza triennale presuppone “l’invarianza del trattamento economico complessivo” nonché l’invarianza ancor più sostanziale del principio del “salvo demerito”.
Nè può essere taciuto, sul tema del reclutamento e dei percorsi di carriera, che nel mentre si precarizzano da una parte i ricercatori, dall’altra si garantiscono ai docenti meccanismi di selezione interna, peraltro in un momento in cui in tutto il sistema pubblico si enfatizzano il rigore e la trasparenza dei concorsi pubblici!
Ovviamente come Uil saremo molto attenti allo sviluppo della discussione in Parlamento e cercheremo di portare le nostre posizioni al dibattito, convinti che la funzione del sindacato deve essere quella della proposta. Ma ciò può avvenire se vi è una sede di confronto e se vi è rispetto reciproco delle funzioni e dei ruoli di ognuno.
Roma, 27 novembre 2009