Di Antonio Foccillo
L’interessante dibattito che si è aperto su il Riformista ha toccato molti aspetti che riguardano la necessità per il sindacato di adeguare la propria strategia.
Prima di entrare nel merito, vorrei ribadire un concetto che in questo contesto di crisi, nonostante il progressivo disfacimento del dibattito politico, si è un po’ appannato: il sindacato mantiene ancora un suo valore ideale ed è, fondamentalmente, una struttura sociale sana e, come tale, può contribuire, con il suo impegno, al bisogno di disintossicazione della nostra democrazia.
Per far questo bisogna aprire una riflessione all’interno del sindacato, non solo sulle condizioni contrattuali e del mercato del lavoro, ma anche su come inserire queste azioni entro un modello strategico di più ampio respiro. E’questo un passaggio fondamentale che sottintende un modello sociale equilibrato e democratico, governato da principi essenzialmente riformisti, in grado di sostenere anche politiche di flessibilità, perché garantite da una rappresentatività che è sinonimo di autorevolezza.
Abbiamo vissuto una fase di “flessibilizzazione” del mercato del lavoro che ha raggiunto il punto più alto possibile, ora si deve consolidare l’occupazione, favorendone la stabilizzazione che significa certezza del reddito e delle prospettive di vita.
Gli strumenti di partecipazione democratica sono stati ridimensionati nelle loro funzioni di rappresentanza e sono aumentate le distanze fra i cittadini.
Bisognerebbe, con molto equilibrio, ripartire, come sosteneva Anna Cimenti, dalla Costituzione e valorizzare l’art. 1, cioè ripristinare il valore lavoro al centro della nostra Repubblica e successivamente, riaprire il confronto su tre articoli che non sono stati mai applicati e cioè gli artt. 39, 40 e 46. È in questi contenuta una parte della crisi: la verifica della rappresentanza oggi sempre più attuale in momenti di difficoltà per misurare il consenso delle organizzazioni sindacali; la regolamentazione del diritto di sciopero; la partecipazione nelle aziende del sindacato.
A mio avviso, non è più possibile, oggi, pensare di rilanciare l’economia senza un ruolo propositivo e di partecipazione di tutte le rappresentanze economiche e sociali. Si tratta allora di stabilire sedi idonee ad assumere decisioni politiche di portata generale, perché più di ieri c’è bisogno che prevalga una cultura riformista nelle relazioni sindacali, nella contrattazione e nella modernizzazione del Paese.
Il mondo del lavoro è il terreno più fertile per riconoscere ed applicare la filosofia riformista, poiché maggiormente sente l'esigenza di valori portanti, propri del riformismo storico. E' proprio riferendosi a questi valori che il movimento sindacale deve ridare smalto ideale e nuove strategie di ampio respiro alla propria azione.
In Italia, siamo arrivati oggi ad un punto di svolta nelle relazioni sindacali e nella gestione della difficile situazione politica ed economica.
La crisi del sistema finanziario è diventata crisi del sistema industriale e del sistema sociale ed, infatti, di fronte ad una situazione così difficile e drammatica, le forze politiche non sempre riescono ad avviare con le parti sociali tavoli di confronto e di concertazione, perché estremamente attente alle loro logiche elettorali. Esse preferiscono prefigurare ed avviare uno scenario di contrapposizione e di divisione, incuranti degli interessi generali. Certamente, sarebbe più responsabile, se non doveroso, stabilire tutti assieme come porre il Paese nella condizione di vincere la sfida del “post neoliberismo” e rinunciare ciascuno ai propri egoismi, agli interessi di parte, alle tutele corporative dell'oggi e varare programmi anche severi, in cui tutti con alta responsabilità siano disposti a fare un passo indietro.
Il sindacato deve individuare un progetto ed un modello di società ove il suo ruolo non abbia quale unica funzione il “rivendicazionismo”, ma spazi su grandi progetti di rilancio che possano dare certezza al futuro di tutte le componenti di una società più ordinata, più giusta, più equa. Solo in tal modo può tornare ad essere il sindacato di tutti.
La crisi economica, all’interno degli stati industrializzati, mette in forse la distribuzione di servizi sociali e spinge a ripensare ad un’eventuale più oculata e misurata ridistribuzione degli stessi o, addirittura, a ridisegnare i compiti assistenziali dello Stato. Il sindacato deve affermare con forza che i diritti sono tali solo se sono effettivamente garantiti, poiché solo il pieno godimento di questi diritti concretizza la cittadinanza, ovvero la reale sussistenza del rapporto giuridico fra cittadino e Stato. Naturalmente, rientrano in questi anche i diritti sociali che non possono mancare di efficacia, soprattutto quando la società è poco sensibile o a causa di una congiuntura sfavorevole, egoisticamente sorda alla solidarietà. Senza queste garanzie di cittadinanza si è stranieri in patria.
Ci si dimentica che una società riesce a mantenere un minimo di coesione sociale se vi è uno spazio, non solo di rappresentanza per tutti, ma anche se questa rappresentanza sfocia in una vera partecipazione. Pertanto, è necessario qualche cambiamento culturale nel modo di fare e pensare delle forze politiche e sociali, pena un imbarbarimento della vita politica.
Il sindacato, in questo frangente, ha ancora una volta l’opportunità di contribuire a suggerire regole alla società, regole finalizzate ad appianare gli squilibri ed a ridurre la povertà.
Oggi, purtroppo, le povertà si sono dilatate fino a lambire quei ceti prima considerati non a rischio ed ha conquistato terreno il fenomeno di una nuova emarginazione sociale. Basta analizzare gli indicatori economici: la crescita, che per molti anni è stata pari a zero e che oggi - ultimi dati - porta il Pil a – 5,9; la caduta del potere d’acquisto dei salari e delle pensioni; il debito pubblico che ha ripreso a salire; l’occupazione che è sostenuta per lo più da contratti di flessibilità, etc.
Per questo ritengo che non si può dimenticare una parte della popolazione che sta vivendo nella difficoltà a partire dai pensionati, dai lavoratori con livelli salariali che sono i più bassi d’Europa, fino ai tanti precari ai quali, immediatamente, vanno assicurate tutele e garanzie. Non è pensabile che la discussione verta solo sull’opzione del contratto unico, ma proprio per questo senza infingimenti, ipocrisie e divergenze affrontiamo la questione attraverso un dibattito serio perché non si può costruire il futuro di questo paese sulla precarietà.
Per questo l’impegno, a tutti i livelli, non può che essere rivolto a cercare soluzioni di dialogo fra le diverse componenti sociali e politiche, ma anche ad ampie forme di partecipazione in modo da costruire un progetto coinvolgente. In una società che ha trasformato esigenze e bisogni della gente, bisogna mantenere un equilibrio sociale adeguato. Senza organismi intermedi che rappresentino e garantiscano tutti gli interessi difficilmente l'attuale politica riuscirà a raggiungere tale obiettivo.
Da: Il Riformista, 23 maggio 2009