| Previdenza pubblica |
INTERVENTI Intervento di Adriano Musi Convegno/Seminario UILP 26 ottobre 2004 c/o CNEL Ringrazio la UILP per la collaborazione messa in atto al fine di realizzare questa ulteriore tappa di riflessione su quello che sta avvenendo nella previdenza. Però, proprio perché non mi va di ripetere cose già illustrate nel corso dei Consigli Generali unitari dei pensionati, credo più utile riflettere su alcuni quesiti che sorgono spontanei dopo tanto parlare di pensioni. La prima è:” siamo noi tanto intelligenti nel porci sempre gli stessi interrogativi alla ricerca della risposta o anche così conservatori da non riuscire a capire le risposte che ci vengono date? Perché, vedete, quando uno sente ripetere domande a cui si risponde sempre nella stessa maniera, i casi sono due, o noi siamo duri di comprendonio, oppure, le cose che diciamo sono talmente sbagliate che non le prendono neanche in considerazione. Se non facciamo questa analisi, con una certa pignoleria e serietà, è chiaro che diamo l’idea di continuare a predicare nel deserto. Bisogna allora che facciamo uscire la previdenza da una specie di ghetto fatto di addetti ai lavori per affrontarlo soltanto tra addetti alle analisi dei numeri; ma riportandolo piuttosto nelle sedi della responsabilità politica per affrontare il tema della previdenza dentro un modello di Stato, dentro una visione di accumulo e redistribuzione della ricchezza del Paese, attuando così quei principi di solidarietà ed equità che sono i valori che ispirano il giudizio ed i comportamenti della UIL. E’ evidente pertanto, che le responsabilità, prima ancora che dei tecnici, prima ancora che degli statistici, sono della politica. Credo che Vittorio Pagani, che ha fatto parte della prima Commissione nella storia della Previdenza, potrà ben testimoniare che i risultati portarono alla insostenibilità della spesa, nonostante tutte le nostre osservazioni e dati forniti e nonostante tutti i nostri ragionamenti e le nostre riflessioni. Da questo percorso emerse come gli esperti avevano ed hanno, ieri come oggi, il problema che richiamava il professor Alvaro ricordando l’intervento del Presidente Ciampi. Gli esperti ed i tecnici – e a tal proposito voglio ricordare il professor Billia, che fu il più grande sostegno del sindacato nel costruire la riforma della Previdenza nel ‘95, aiutandoci ad evitare tanti misfatti che si volevano realizzare nel nome delle Riforme e fornendoci quei dati statistici delle proiezioni che ci aiutarono a comprendere ed a decidere – debbono possedere, come primo requisito, l’onestà intellettuale, nella trasparenza dei loro finanziatori e committenti. Perché se non ci poniamo questa missione corriamo il rischio di non avere né una sede neutrale, né, di conseguenza, dati neutrali. Da tale convinzione nasce la mia preoccupazione quando sento parlare male dell’Istat. Così facendo infatti, si perde un altro punto di riferimento istituzionale dal quale poter avere i dati per fare una analisi seria del costo della vita. Se perdiamo anche l’Istat chi potrà fornire dati accettati da tutti? Ci facciamo i conti da soli? E come tutti potranno fondare le decisioni sulla base dei conti che faremmo noi? Questo è ironico e vale anche nel caso fossimo i più corretti. E’ un problema serio avere una sede neutrale che certifichi l’andamento dei conti, dell’economia, dei prezzi; è un fatto di democrazia. Ed i ricercatori da chi vengono retribuiti? Nel tempo abbiamo avuto una serie di prese di posizioni di tecnici accreditati e con buona stampa dietro. Persone che, di volta in volta, tendevano a dimostrare le loro tesi. Rievoco il professor Billia per ricordare che all’epoca della riforma del ’95, con molta lucidità, rispetto alle contestazioni che muovevamo ai numeri del Ministero del Tesoro, ad un certo punto mi chiamò dicendomi:”dimmi, quale è la tesi che vuoi dimostrare, che io ti aggiusto i numeri?” Ossia dimmi cosa volete una volta per tutte e realizzeremo questa operazione! E lo disse con molta convinzione consapevole che fare una statistica per i prossimi 50 anni non ha senso. Ecco perché contestiamo, come il professor Alvaro, quanto detto sulla spesa previdenziale, sulla sua insostenibilità e sulla gobba. Tutte tesi miranti a dimostrare che bisognava intervenire sulla spesa previdenziale. Ma perché bisognava intervenire sulla spesa previdenziale? Perché abbiamo un debito pubblico rilevante ed un Governo incapace di governare la politica economica, questa è l’amara realtà. Tant’è che si è fatta una scelta, quella del tetto del 2%, prendendo 8800 voci come se fossero tutte di eguale importanza e si è applicatala regola automaticamente. Per cui la spesa sociale diviene uguale all’acquisto delle matite nella Pubblica Amministrazione, la spesa sanitaria uguale all’acquisto delle gomme. Per dirla alla Monorchio:” lo stato sociale equivale alla carta igienica”. E’ chiaro che c’è un problema di comprensione delle scelte sul cosa si intende fare; sul come ci si vuole orientare per il futuro del Paese. Se non risolviamo questo problema ci ghettizziamo da soli nel discutere solo di spesa previdenziale; e lo sviluppo? Lo sviluppo è indifferente? Giustamente ricordava il prof. Alvaro, che c’erano tre curve nelle proiezioni che vennero elaborate dal Ministero dell’Economia per motivare le sue ragioni. Lo stesso Ministro ne scelse una sola per giustificare l’intervento sulle pensioni. La curva della spesa con un PIL all’1%. Questo significa 10% di sviluppo per i prossimi 50 anni: E’ possibile assistere impotenti più che alla crisi della previdenza allo sfascio del Paese per un PIL da bancarotta? E’ chiaro che la scelta serviva per dimostrare la tesi che volevano. Se avessero preso quella del 2% la tesi non sarebbe stata sostenibile!! Allora, dovendo risanare il debito pubblico dove si poteva tagliare? Non potendo tagliare sulle tante “servitù” elettorali si decide di tagliare sui più deboli. Siccome l’Europa, indotta da noi in errore, ci continuava a premere per intervenire sulla spesa previdenziale, così hanno fatto, non avendo però il coraggio di contestare quello che ricordava il prof. Alvaro. La spesa previdenziale in Italia è un insieme di voci che il resto d’Europa distingue. Noi no. Le tasse in Europa non vengono calcolate nella spesa previdenziale, da noi sì. Il Tfr nella spesa previdenziale non viene calcolato, da noi sì. Ora, se non si fa questa riclassificazione, è chiaro che l’Europa quando legge i dati della nostra spesa previdenziale chiede di tagliarla. Ma se non si fa questa riclassificazione e non si rilancia la crescita economica del Paese, cosa dovuta per un paese industrializzato, è chiaro che alla fine sei costretto a chiederti: Dove taglio? Ed oggi taglierai la spesa previdenziale, domani taglierai la spesa sanitaria, dopodomani chissà, ed alla fine si corre il rischio di tagliare la democrazia e la convivenza civile. Ecco perché è la politica prima ancora dei tecnici a dover rispondere . I tecnici saranno chiamati a collaborare per raggiungere gli obiettivi non per deciderli specialmente quando non è chiaro da quali interessi siano retribuiti. Un’esigenza posta già nel ‘93 non solo oggi, se non lo affermassimo sarebbe disonesto dal punto di vista intellettuale. Già nel 93 cominciò questa discussione con i banchieri della Banca d’Italia. Tecnici che consideravano centrale la loro esperienza dei fondi aperti. 530 fondi preesistenti che, ricordava Ortolani, fecero pensare a chi proveniva dalle banche che le banche potessero, ad un certo punto, e stante le diminuite disponibilità di risparmio che c’erano nel Paese, riappropriarsi di una parte di ricchezza per poter consolidare il loro protagonismo finanziario entrando nel business della previdenza complementare. In Italia, alla sua prima esperienza, mettere il primo sigillo avrebbe potuto dire divenire titolari di un potere. Si è proseguito su questa strada anche dopo il cambio di maggioranza del 96 continuando ad insistere sulle pensioni, senza accettare una discussione sullo sviluppo prima ancora che, ragionieristicamente, tagliare, tagliare e tagliare. Oggi siamo ancora dentro questa discussione, sempre con la stessa ragionieristica mentalità. Una mentalità che, tuttavia il centro-destra aveva perlomeno dichiarato nel suo programma. C’era scritto e coerentemente perseguono il loro obiettivo. Ciò che non comprendo è se esistano programmi alternativi altrettanto chiari. Tuttavia oggi l’obiettivo è questo: la privatizzazione della Previdenza, e per raggiungerla bisogna progressivamente diminuire la previdenza pubblica. Non c’è nulla da fare, è automatico, si definisce la tutela minima garantita per tutti, che poi sarebbe l’elettoralistica integrazione al minimo, e si crea il disinteresse al versamento dei contributi. La convinzione diviene quella del milione. Un “milione” anche se non hai mai versato niente. I giovani si tenta poi di attrarli con la previdenza complementare gestita dalle compagnie di assicurazione e dalle banche. Non con quella collettiva controllata dai lavoratori, un disegno questo che è emerso chiaramente nella Delega Previdenziale. Voi tutti avete fatto la discussione su questo problema del silenzio assenso, ma il silenzio assenso nasceva dal rifiuto della obbligatorietà per la previdenza complementare collettiva. La decisione finale è stata l’ampliamento a quattro tipologie di fondi per la previdenza complementare da quella collettiva, alle assicurazioni, ai fondi regionali, all’INPS che testimonia un altro disegno, un’altra scelta. Ma, mentre il Ministro Tremonti aveva chiaro l’obiettivo di indirizzare quel risparmio all’INPS per ridurre i trasferimenti dello Stato alla previdenza e conseguentemente ridurre il debito pubblico, il Ministro Siniscalco si è limitato a registrare il testo ricevuto in eredità e quindi, conseguenzialmente a registrare anche i dubbi sul chi decide dove va a finire il TFR del lavoratore. Dubbi che rendono obbligatorio il pronunciamento del lavoratore che ci riporta alla situazione pre delega, peggiorata però per l’aumento dei soggetti in campo nella previdenza collettiva. Da questa confusione emerge chiaramente la volontà di privilegiare la previdenza privata a danno della previdenza pubblica. Una previdenza che deve regolamentare definitivamente il tasso di sostituzione, il rapporto tra ultimo salario e pensione, al fine di chiarire con certezza qual’ è la pensione che lo Stato deve garantire, stante il dettato Costituzionale, ad un anziano per una vecchiaia dignitosa. Solo dopo potremo discutere dei suoi costi, di quanta parte deve essere pubblica e quanta complementare. Nel ‘95 una delle condizioni certe fu la quantificazione del tasso di sostituzione pari al 70% dell’ultimo salario, per un lavoratore che raggiungesse i 35 anni per il presente ma anche per il futuro, per i nostri figli. E così fu scritto. Adesso quegli stessi professori che fecero i conti allora ci spiegano che per il domani prevedono stipendi da fame e al massimo si arriverà al 49%. Se poi uno, per colmo di sventura, compisse i 35 anni di lavoro tutto come collaboratore coordinato e continuativo, si dovrà preoccupare sin da ora di trovare il semaforo giusto o la chiesa giusta per arrotondare il reddito perché potrà contare, al massimo, su una pensione pari al 20% della retribuzione percepita. Ecco perché ci andiamo convincendo che occorrerà rifare tutta la discussione. Ha ragione il prof. Alvaro quando sostiene che bisogna azzerare la riforma e ripartire daccapo, altrimenti rischieremmo di diventare difensori di un sistema contributivo che creerà tensioni sociali e problemi superiori a quanti ne potrà risolvere nel bilancio dello Stato. Dobbiamo porci il problema sul come garantire ai nostri figli un’anzianità fatta di dignità che abbia senso. Dobbiamo tramandare ai nostri figli non una società egoista dove ognuno pensa agli affari propri. Dobbiamo ripensare invece uno stato sociale che abbia la sua continuità e la sua validità per noi, per i nostri figli, per i nostri nipoti e per le generazioni successive. Un regime previdenziale trova la sua stabilità nelle regole o ha una certezza nei riferimenti, altrimenti diventa qualcosa di umorale, soggetto ai cambiamenti delle alleanze politiche, delle convenienze affaristiche e delle convenienze del mondo finanziario. Bisogna ricostruire allora un sistema certo che, come per le riforme istituzionali non può valere solo per le maggioranze del momento. Sono convinto che una riforma previdenziale debba avere la stessa dignità di una riforma costituzionale e debba avere dunque, lo stesso tipo di percorso di consenso. Non può essere legata ad un disegno politico di parte, né, come affermato dal “Sole 24 Ore”, al fatto che se va avanti un disegno di previdenza complementare, così come è stato definito nella delega, la Compagnia assicurativa che ne trae più beneficio è la Mediolanum. Ecco perché siamo convinti che vada riaffrontata questa discussione, riazzerando le tante polemiche e ponendosi quelli che sono i problemi per il Paese, per gli interessi generali che un Governo deve rappresentare e non per vantaggi di breve periodo. Vecchi problemi ma anche nuovi problemi affrontati da Morelli da risolvere con soluzioni nuove: come una vera difesa del potere d’acquisto delle pensioni, evitando la risposta quando qualcuno obietta che “i prezzi sono aumentati” che “non è aumentato niente, hai solo sbagliato mercato, perché se vai al mercato della madre del Presidente del Consiglio hai risolto il problema”! Solo così non c’è inflazione. Ecco perché dobbiamo affrontare il problema del potere d’acquisto, del come difendere la pensione nel tempo: lo sganciamento dai salari o si recupera con un meccanismo di giusta redistribuzione della ricchezza, anche per gli anziani, visto che anche gli anziani concorrono con i loro consumi a creare sviluppo e lavoro, oppure è chiaro che progressivamente la ricchezza diminuisce ed il Paese intero diviene più povero. Diviene allora fondamentale ridefinire i meccanismi che periodicamente si possono stabilire affinché anche i pensionati godano della redistribuzione di quella ricchezza che concorrono anch’essi ad accumulare. Sono idee che danno il senso di un sistema, di una visione di una socialità che è guidata dall’assunzione di responsabilità della politica, che è ricondotta alla chiarezza di un progetto, che sa scegliere, che sa indicare le soluzioni perché ha chiari i problemi e le finalità che si vogliono perseguire. Problemi che non possono essere risolti solo ragionieristicamente. Non si può offendere un anziano che ha speso una vita nel lavoro nell’interesse del Paese, non lo si può offendere pensando che alla fine si integrerà e si abituerà a vivere con le elargizioni pubbliche. La cosa più offensiva per la dignità di un anziano è stata la vicenda dei 516 euro e della speranza fornita a 2 milioni di persone dicendogli: “Datemi il voto e li prenderete!” Un’offesa alla dignità di una persona, alla sua libertà di scegliere senza schiavitù, libera dal bisogno. Si deve poter scegliere una persona convinti che sia la persona giusta per il Paese; perché convinti che sappia indicare un futuro in cui credere ed avere fiducia, non perché ci ricatta sulla dignità del vivere. E’ offensivo. E’ per questo che dobbiamo riaffrontare tutta questa discussione, rimettendo i tasselli a posto e richiamando la politica alle sue responsabilità, prima ancora dei tecnici e delle discussioni con loro. Nei giorni scorsi con il prof. Alvaro, All’Università di Statistica abbiamo fatto una discussione sulla necessità di valorizzare la facoltà di statistica per la giusta valenza che la statistica ha nelle decisioni. Dobbiamo però unificare le modalità di rilevazione con cui la statistica viene costruita; bisogna agire sulla trasparenza dei numeri, perché si deve insegnare agli stessi studenti che nella vita i soldi non sono l’unico interesse da servire per fornire dati su cui le persone possono intuire il loro futuro. Dobbiamo anche aiutare i pensionati a comprendere che spesso nella statistica c’è la loro dignità se, dentro quella statistica, c’è la proiezione di una società democratica. Non può essere un numero ad indicare il livello di protezione sociale di un individuo o un bel bilancio in pareggio. |