Di Antonio Foccillo
Il mondo sta vivendo una fase difficilissima dalla quale non si riesce a capire come se ne esce e con quali prospettive. In questo periodo, la vita di tutti i giorni viene scandita dalle borse e dai rischi che derivano dagli attacchi speculativi. I messaggi che vengono dagli istituti economici e dalle istituzioni comunitarie sono tutti rivolti a chiedere ai paesi comunitari continue manovre di aggiustamento ai conti pubblici. In tutta Europa, la ricetta è sempre la stessa: privatizzazioni dei beni pubblici, interventi sul welfare, in particolare sulle pensioni e, infine, riduzione della spesa nel settore pubblico (sintomatica è la lettera della BCE al Governo Italiano).
Aumenta la speculazione e si susseguono manovre economiche dei vari governi che attuano tali ricette. Si può facilmente rilevare che si è perso anche il conto dei totali di queste manovre. Di fronte a questa situazione, nessuno si pone il problema se queste cure continue, da cavallo, rischiano di ammazzare il cavallo stesso. In questa esplosione di voci, ammonimenti e richiami gli economisti sono i più vivaci ed incitano i governi a continuare queste manovre, quasi come se fossero gli unici portatori della verità. Purtroppo, il divario fra ricchi e poveri aumenta sempre più, come pure aumenta il numero di quest’ultimi, l’emarginazione e la precarietà proprio per i costi pesanti che le popolazioni sono costrette a subire.
Quando si romperà il filo della sopportazione? Chi può impunemente pensare che questo stato di cose non porti a qualcosa di pericoloso? Un’analisi significativa di quello che sta accadendo, che condivido, viene da Jean-Paul Fitoussi. Egli sostiene: “Per il momento niente di essenziale è ancora in gioco perché le libertà individuali sono dappertutto garantite, ma l’ascesa degli estremismi politici, la tentazione protezionista, il riemergere dei nazionalismi europei, trovano un terreno fertile nella crescente precarizzazione della società, nel declino delle classi medie, nell’aggravamento della disoccupazione e delle disuguaglianze.
“Oggi va di moda (…) perché dobbiamo confrontarci con un trilemma politico (…) i tre quesiti del trilemma riguarderebbero democrazia, sovranità nazionale e globalizzazione”. Così continua: “Bisogna superare tutti questi schematismi e concentrarsi sul vero problema che oggi esiste, la crescita delle disuguaglianze che rompe questa sì, i parametri delle democrazie al punto che minaccia anche il suffragio universale, già oggi a rischio perché esposto alle pressioni dei ricchi che controllano i think-tank, le scuole, le università i media.
Collegata alla crisi della moneta e dell’economia europea è la situazione della Grecia: tutti i giorni arrivano notizie allarmanti sulla sua situazione economica, sempre di più si parla di default e, addirittura di default controllato, ma in realtà come stanno le cose? Dimitri Deliolanes, giornalista greco, autore del libro “Come la Grecia” in un’intervista al Riformista, ritiene che tale situazione “è frutto della demagogia provocata da trucchi contabili del Pasok e dal populismo della destra”.
Egli, nell’analizzare la situazione greca, più di considerare che essa sia l’unico motivo del rischio effetto domino in tutta Europa, ritiene, invece, che sia dovuta “alle strategie promosse dalla Troika – Ue, Bce e Fmi – che si stanno rivelando del tutto inefficaci per affrontare un fenomeno che era già evidente alla fine del 2009. Gli errori sono soprattutto politici, prima che finanziari. Non è stato adottato in tempo utile un efficiente Esfs, un Fondo europeo per il salvataggio degli Stati membri.
E si è rinunciato a dotare l’euro di un ‘apparato di difesa politica comunitaria’, optando per una più autentica integrazione democratica. Il risultato è stata l’incapacità di intervenire con intelligenza, flessibilità e lungimiranza, per liberare un’economia del tutto dipendente dalle istituzioni politiche.
Queste considerazioni ci fanno convincere, ancora di più, che bisogna operare per creare istituzioni a livello internazionale per regolare la finanza speculativa ed, in Europa, bisogna arrivare a dotare l’attuale Ue di un Governo eletto dai cittadini che possa guidare le scelte dei processi economici nell’interesse dei cittadini. Venendo all’Italia, il declassamento recente, da parte di Standard & Poor’s, sul rischio di credito sovrano italiano, riassume le difficoltà che il Paese sta incontrando in questi ultimi due mesi.
Sono difficoltà che sembrano avere origine più dalla Politica che dalla Finanza, più nazionali che internazionali. Esse sono il frutto di quelle misure recentemente approvate che hanno un eccessivo peso sul fronte delle entrate ma, che difettano di quella necessaria visione a lungo termine che porti a selezionare gli imprescindibili tagli strutturali sul lato della spesa per liberare risorse utili allo sviluppo.
C’è poi il presentimento, sempre più diffuso sia nella comunità internazionale sia fra i contribuenti italiani che i risparmi previsti potrebbero non servire, essendo difficilmente realizzabili sia per l’alto tasso di evasione fiscale sia per le basse prospettive di crescita.
Il crollo delle vendite a luglio, come segnala l’Istat, conferma il peggioramento della difficile situazione economica dalla quale non riusciamo ad uscire. Su base annua, la tendenza alla diminuzione è generalizzata: diminuiscono sia le vendite di prodotti alimentari sia quelle di prodotti non alimentari.
Il contenimento delle vendite è dovuto a minori consumi ed ai pochi soldi rimasti nelle tasche degli italiani, a seguito anche della doppia manovra estiva. Questo è il risultato ottenuto da un Paese nel quale, in assenza di decisioni forti, sono ancora troppe le disfunzioni strutturali, gli eccessi e gli sprechi, la percezione di incertezza nella quale vivono lavoratori, consumatori, imprese.
L’unica alternativa è una seria e lungimirante riforma fiscale che veda da un lato un’equa redistribuzione del reddito e dall’altro una “due diligence” nelle politiche di spesa che, tagliando gli sprechi e gli eccessi, favorisca il recupero del deficit come l’Europa ci chiede, ma anche, nuovi investimenti e nuova occupazione.
In tal senso, la Uil, dopo il risultato positivo della campagna sui costi della politica, rilancia con tre manifestazioni nazionali, proprio la questione fiscale. Infatti, per la Uil una riforma fiscale deve essere intesa “a raggiungere una distribuzione della ricchezza sufficiente ad innescare la ripresa dei consumi, riequilibrando il carico fiscale a vantaggio di tutti coloro che hanno il sostituto d’imposta”.
Inoltre, la Uil propone “un’alleanza tra i sindacati confederali, ma anche con le organizzazioni, le federazioni, le associazioni che rappresentano tutti i lavoratori dipendenti, a tutti i livelli, e tutti i pensionati”. Infine, la Uil proporrà “una forma di astensione dal lavoro di un’ora che sia in grado di coinvolgere tutti quei lavoratori che abbiano il sostituto d’imposta”.
In questo momento d’impasse, dove tutti cercano di trovare la chiave di volta, questa proposta della Uil è l’unica possibile e concreta per dimostrare che è possibile, in questo Paese, se vi è la volontà politica, una forma di aggregazione e coesione per rideterminare contenuti di una nuova “mission” che sia condivisa e motivante e rilanciare, così la partecipazione democratica dei cittadini nelle scelte di politica economica.
Ormai la conflittualità e l’incapacità della classe politica italiana, nell’emergenza attuale, sta dimostrando al mondo di non essere in grado né di facilitare le cose né di voler evitare un possibile punto di non ritorno, non essendo in grado di intraprendere alcuna riforma credibile. L’unico aiuto che questa classe politica può dare agli italiani sembra sia solamente l’indizione di nuove elezioni prima che sia troppo tardi.
Da: Lavoro Italiano, settembre 2011