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EDITORIALI

Che succede nel sindacato?

Di Antonio Foccillo

Nella lunga marcia del sindacato italiano ci sono sempre state le contrapposizioni fra le anime massimalista e riformista, che hanno prodotto tanti distinguo proprio sul ruolo che il sindacato dovesse avere nella società. Nella sinistra il conflitto fra massimalismo e riformismo produsse la scissione del partito socialista e, nel 1921, la fondazione da parte dell’area massimalista del partito comunista. Le divisioni proseguono nel 1950, con la nascita di Uil e della Cisl, fuoriuscite dall’unica organizzazione sindacale di allora. Il contrasto nacque a seguito dello sciopero generale proclamato per l’attentato a Togliatti. Successivamente le differenze di valutazione e di azione riguardavano il ruolo partecipativo del sindacato nelle scelte di politica economica, considerato un’utopia di pochi e mai accettato dalla parte più estremista del movimento. Ciò evidenzia che le strategie delle tre organizzazioni sindacali erano troppo distanti. Da una parte il conflittualismo massimalistico, finalizzato al legame ideologico con il partito, in cui il sindacato, era considerato una vera e propria cinghia di trasmissione dello stesso; dall’altra l’enfatizzazione della contrattazione come unica strategia sindacale, con l’obiettivo di ottenere risultati attraverso “lo scambio”; dall’altra ancora un sindacato partecipativo, unico in grado di legare le scelte di politica macroeconomica con quelle microecomiche attraverso relazioni industriali partecipative e concertate. Queste diversità hanno prodotto contrasti all’interno del sindacato ogni qual volta si sono accentuate le scelte di partecipare. Ricordiamo alcune tappe significative: una fase di divisione avvenne, quando, nel 1962, il governo di centro-sinistra, con l’allora ministro del bilancio Ugo La Malfa, propose ai sindacati la politica dei redditi. La Malfa chiedeva ai sindacati di graduare le rivendicazioni in modo da non indebolire il raggiungimento degli obiettivi del programma. In cambio della “responsabilità” e in definitiva della rinuncia a determinati miglioramenti economici, il governo offriva ai lavoratori la compartecipazione alle riforme. La Cgil all’inizio si dimostrò favorevole e propose “il piano d’impresa”. La Cisl, in quel periodo, più che alla democrazia industriale, era interessata ad un ruolo sindacale di mera politica di contrattazione.

Successivamente la Cgil abbandonò il piano d’impresa e si mise all’opposizione e nella Cisl ci fu un ripensamento, che sfociò nella proposta di un’azione sindacale di confronto sulle politiche economiche, cioè la “politica dello scambio”. La UIL rimase convinta della validità della proposta governativa poiché quella strategia di responsabilità e partecipazione l’aveva nel suo Dna. L’ostilità al governo, esistente in parte del sindacato, si sommò a prevalenti fattori oggettivi e risultò importante anche l’avversione della Confindustria a cui si aggiunsero le contestazioni di settori della cultura laica e cattolica, che consideravano sbagliata la possibilità di concertazione fra le parti, in quanto la ritenevano un esperimento di natura neo corporativa, che sottraeva responsabilità e autonomia agli organi costituzionali (Governo e Parlamento), unici soggetti che avevano le responsabilità sulle scelte di politica economica.

Altro momento di differenziazione nel movimento dei lavoratori, avvenne sulla c.d. “piattaforma dell’Eur”, in cui si sceglieva la strada della condivisione del sindacato a necessarie strategie di espansione produttiva. Esse erano considerate le uniche in grado di garantire sbocchi occupazionali e produttivi ed inoltre rispondere ai bisogni sociali primari, come quelli della casa, dei trasporti, della sanità, della previdenza e di operare nel territorio con un piano di iniziative indispensabili ai più generali interventi agro industriali e dei servizi sociali. Questo passaggio del sindacato dall’antagonismo conflittuale alla partecipazione, fu considerata dalla Cgil solo tattico, ed, iniziò una vivace polemica sulla proposta di un presunto ruolo moderato del sindacato, proprio in concomitanza con la svolta del Pci, che prospettò il “compromesso storico”, quale unico modo per uscire dalla grave crisi del Paese. I massimalisti accusavano i riformisti di usare il movimento sindacale in modo subordinato a disegni strategici diversi da quelli che gli erano propri con la conseguenza di dare, di fatto, una delega ai partiti e al quadro politico sulle questioni sociali, facendo così venire meno l’autonomia del sindacato. Successivamente, dopo la presa di posizione di Lama, la Cgil abbandonò la politica del salario, variabile indipendente dall’economia, per accettare le rivendicazioni in linea con la situazione dell’economia e quindi la necessità di contribuire al rilancio con sacrifici, anche da parte dei lavoratori, perché erano il solo modo per far uscire il paese dalle difficoltà. Così la convergenza delle strategie delle tre confederazioni portò alla “piattaforma dell’Eur”. Tuttavia nel sindacato confederale si aprirono forti opposizioni ed un confronto serrato fra le diverse anime del movimento con relativi riflessi in tutti i luoghi di lavoro e nei vari organismi territoriali e la consultazione dei lavoratori fu dominata dai contrasti polemici concernenti, quasi esclusivamente, l’acquiescenza del sindacato verso la politica del governo. Nel periodo del Governo di unità nazionale le polemiche furono provocate dal ruolo della Cgil, che, abbandonata l’anima conflittuale, era divenuta troppo acquiescente verso le politiche governative. Ciò fu contrastato dalla Uil, la quale, pur considerando, la partecipazione e la corresponsabilizzazione nella politica economica l’unica strategia del sindacato, sosteneva che le proposte del governo dovessero essere valutate in piena autonomia e solo sul merito.

Successivamente, il dibattito sindacale fu animato dalla necessità di porre un freno alla scala mobile. Affrontare questo tema non fu facile per le opposizioni a qualsiasi modifica di un automatismo che garantiva i salari dall’inflazione. Ma nel movimento sindacale si andava sempre più diffondendo la necessità di combattere l’inflazione, quale elemento perverso di falcidia del potere di acquisto di salari e pensioni. La Uil e la Cisl in cambio della disponibilità a rivedere il meccanismo chiesero un intervento sul piano occupazionale, il controllo dei prezzi e delle tariffe e una compartecipazione alle scelte economiche. Il percorso non fu facile, per mancanza di un accordo completo fra i tre sindacati e per mancanza di sintonia da parte delle stesse forze politiche con questi processi di cambiamento. Lama, dopo una iniziale opposizione all’ipotesi della UIL aprì uno spiraglio alla discussione sul freno alla scala mobile, ma nelle fabbriche prevalse la linea dura, che mise in discussione anche le regole della democrazia sindacale e le assemblee divennero una palestra di demagogia. In questo clima pesante si avviò, nel luglio 1980, la consultazione dei lavoratori sulla piattaforma dei “dieci punti”, che registrò le più accese proteste sulla parte riguardante il fondo di solidarietà, che prevedeva un contributo dello 0,50 da prelevare nelle buste paghe e da destinare alla solidarietà per i lavoratori costretti ad uscire dal ciclo produttivo. La sinistra extraparlamentare accusò il sindacato di acquiescenza alla politica congiunturale del governo e criticò, innanzitutto il prelievo forzoso, perchè in contraddizione con il principio della solidarietà; la finalizzazione ed infine la funzione cogestionale della partecipazione. Continuando con le vicende relative allo scontro di S. Valentino, il 15 dicembre allo sciopero generale di 9 ore in Liguria, Giorgio Benvenuto, intervenuto in nome della federazione unitaria, non riuscì a finire il comizio e fu l’ennesimo caso che esasperò i rapporti fra le confederazioni. Il 13 Gennaio del 1983 a Bologna, Agostino Marianetti, segretario aggiunto della Cgil, fu duramente contestato durante un comizio, innescando ulteriori polemiche fra la Cgil comunista, Cisl, Uil e socialisti Cgil. Nel sindacato i contrasti avrebbero portato addirittura alla rottura della federazione unitaria e gli scioperi spontanei o di singole organizzazioni divisero fortemente il sindacato. Per questo ogni organizzazione consultò singolarmente i propri iscritti e si attrezzò per rispondere alle autoconvocazioni e agli scioperi spontanei, che divisero ancora di più il sindacato. Il dibattito si infiammò, mentre Uil, Cisl e i socialisti della Cgil concordarono con le misure proposte dal governo, il resto della Cgil le respinse con forza, alla fine si andò ad un referendum che spaccò il sindacato, perché si aprì una campagna elettorale denigratoria nei luoghi di lavoro nei confronti della Uil e della Cisl.

Con la nascita del primo Governo Berlusconi, si accentuò la contrapposizione dialettica e i rapporti fra Uil, Cgil e Cisl si complicarono perchè Cofferati, segretario generale Cgil, alimentò una forte azione unilaterale contro la possibilità di un accordo con il Governo sulle tematiche relative alla politica economica. Il 31 maggio, Uil e Cisl firmarono una prima intesa con il Governo, mentre la Cgil si dichiarò contraria. Il tono della contrapposizione si fece duro, l’opposizione, considerò quell’accordo sindacale come l’accettazione acritica della politica economica del governo. Si scomodarono, impropriamente, anche i sacri testi e le differenze fra massimalismo e riformismo, ma il problema che, ancora una volta, emerse riguardava il ruolo del sindacato, questa volta in un sistema bipolare e la sua autonomia rispetto alle scelte della politica governativa.

Fu avanzata la tesi che, con la firma di questo accordo si fosse addirittura cambiata natura al sindacato. Si tralasciava però di considerare che il confronto era partito dalla proposta governativa di eliminare l’art.18 e ridurre il peso del sindacato, obiettivo per il quale il Governo aveva già presentato alcuni disegni di legge, pronti per essere approvati se non si fosse fatto l’accordo. Arriviamo alla riforma del modello degli assetti contrattuali, definiti dal protocollo del ‘93, con la pubblicazione del Rapporto finale della Commissione Giugni. Gino Giugni, nel 1977, fu incaricato da Romano Prodi a indicare le modalità per una possibile nuova riforma dei contratti collettivi. Il problema era realizzare una riforma radicale e complessiva del modello di decentramento, coordinato dal centro, introdotto nel ‘93, o una serie di modifiche dello stesso. Le parti sociali si dichiararono concordi sul mantenimento del doppio livello negoziale e sull’esigenza di favorire un maggiore decentramento della contrattazione. La Uil, la Cisl e la Confindustria erano a favore di un decentramento più radicale del sistema contrattuale, mentre la Cgil sostenne la conferma del sistema del ‘93, salvo alcune revisioni. Su questo si avviò un primo confronto con la Confindustria sulla base di una proposta del sindacato, concordata unitariamente, per tentare di arrivare a nuove “regole sulla contrattazione”. Di nuovo ritorna, il leit motiv della divisione fra massimalisti e riformisti. Era fuor di dubbio che la struttura contrattuale dell’accordo del 23 luglio del 1993, fosse da modificare, innanzitutto perché non rispondeva più né alla salvaguardia del potere di acquisto dei lavoratori, né tanto meno a corrette relazioni sindacali. Infatti, da tempo i contratti non venivano più rinnovati alle scadenze, le trattative divenivano sempre più faticose per ottenere aumenti contrattuali, che non riuscivano a recuperare neanche l’inflazione. Era sempre più evidente che si dovessero adeguare le regole contrattuali, anche alla luce della crisi economica mondiale del sistema finanziario e bancario, che aveva innescato una sempre più ampia perdita dell’occupazione per la conseguente crisi delle imprese. L’unico metodo moralmente lecito, per immettere denaro nel sistema economico-produttivo era quello di destinare risorse aggiuntive ai cittadini attraverso il sistema fiscale o defiscalizzando gli aumenti contrattuali o parte delle pensioni, proprio per rilanciare i consumi. La piattaforma unitaria affrontava proprio queste tematiche e proponeva un nuovo sistema contrattuale e di relazioni sindacali, oltre ad un dovuto incremento del potere di acquisto delle pensioni e dei salari. Si raggiunse un primo accordo fra la Confindustria, la Cisl e la Uil, ad ottobre del 2009, con le caratteristiche della sperimentazione di linee guida sulla nuova contrattazione. La denominazione “linee guida” acclarava che il documento doveva, successivamente, essere portato all’esame delle altre parti datoriali, affinché potessero adattarle alle loro specificità. Successivamente fu proposto anche al Governo, nella duplice veste di datore di lavoro e controparte, per completarlo anche con misure fiscali che favorissero la nuova contrattazione di secondo livello. Anche in quell’occasione fu ripetuto il rifiuto della Cgil. Lo stesso è avvenuto a Pomigliano. Abbiamo già visto in precedenza, i riflessi di questa ripetuta “non scelta” della CGIL, che rischia un’altra volta di imboccare una via di rottura e isolamento. Un sindacato, nel corso di una trattativa in cui non condivide una posizione o il merito di una proposta, deve sforzarsi di trovare le modifiche opportune, altrimenti indebolisce l’opera di mediazione propria del suo ruolo di negoziatore, senza la quale viene meno proprio alla sua funzione. Ma nel sindacato, ancora una volta, il massimalismo, in preda ai bizantinismi, non vuole cogliere a pieno le potenzialità di un accordo. Oggi, per la prima volta, il 9 di ottobre, Uil e Cisl manifesteranno per le vie di Roma, a due e senza la Cgil, a favore di un fisco più equo, contro i costi della politica e per un “vero” governo europeo scelto dai cittadini. Così lo scontro diventa quasi patologico, ma la divisione non può essere imputata a chi ha avuto il coraggio di assumersi il compito difficile e la responsabilità di scegliere e di decidere, ma a chi rifiuta di confrontarsi e a costui spetta l’onere di tentare di recuperare quel minimo di unità d’azione che pure è opportuna anche in momenti come questi.

Da: Lavoro Italiano, settembre 2010

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