www.uil.it | Novità nel sito
Il nostro indirizzo e tutte le informazioni per contattarci

EDITORIALI

Legittimità e legittimazione democratica

Di Antonio Foccillo

George Bernard Shaw sosteneva che il compito degli economisti è quello di analizzare il presente e prevedere il futuro; molto spesso, aggiungeva, capita che preferiscano analizzare il futuro prevedendo solo il presente. Purtroppo, sembra proprio che sia così. Piuttosto, più che di previsioni, sarebbe meglio parlare di impegni che il nuovo millennio ci chiede di realizzare, tuttora inevasi per incapacità del sistema a fornire risposte o per colpevole disattenzione o, ancora, per palese insofferenza verso le grandi costruzioni ideali.

La caduta delle ideologie che poteva rappresentare un fatto positivo perché facilitava l’abbattimento di storici steccati culturali e consentiva una accresciuta articolazione delle opinioni, si è trasformata in una spinta all’isolamento individuale mentre la crescita della ricchezza ha accentuato le differenze aumentando da un lato le spinte corporative e dall’altro esaltando i modelli consumistici a discapito della solidarietà.

Dobbiamo, però, contrastare la scelta di modelli di vita ideali fatta per pura esclusione secondo il ragionamento che caduto il comunismo l’unico “mondo” in cui l’uomo può trovare la felicità resta il capitalismo. Finora è andata cosi, enfatizzando il mercato, ma un mercato libero e senza regole. Invece, dobbiamo porci l’obiettivo di esaltare contemporaneamente quei valori di libertà e quei principi di solidarietà che sono stati i nostri caratteri che possono correggere le spinte egoistiche, che possano impedire che la povertà e l’emarginazione vengano viste come uno scomodo fardello da occultare più che una questione da risolvere.

Oggi l’Unione Europea sta vivendo un momento molto difficile, è sotto l’attacco della speculazione finanziaria che si è aggiunta alla crisi economica già in atto, le scelte al suo interno sono decise da alcuni paesi egemoni con ricadute molto dirompenti nei confronti dei cittadini e dei lavoratori di altri stati membri.

Ed è così che il riferimento costante agli aspetti sociali del mercato interno non deriva da una ossessione di inserire il sociale ovunque, ma vuole ricordare che i rischi di squilibrio sono tali che, senza una normativa sociale di origine comunitaria, si produrrebbero nella società civile europea, come sta avvenendo, gravi tensioni suscettibili di ritardare o bloccare il processo di integrazione stesso.

L’Unione Europea si deve confrontare con una situazione complessa ed eterogenea. I dati del problema sono molteplici ed altrettanto delicati. Dopo vent’anni di politiche economiche di stampo neoliberista i problemi della società europea restano apertissimi con una emergenza di portata storica che è quella della disoccupazione giovanile. La disoccupazione che costituisce una dissipazione del nostro bene più prezioso, la risorsa umana, colpisce in maniera diseguale accentuando disparita territoriali, di genere, generazionali. Si è allargata in maniera allarmante l’area della nuova povertà. Nell’Unione esistono differenze sensibili per quanto riguarda la sicurezza e la protezione sociale, la legislazione sociale, le relazioni industriali e le politiche contrattuali. L’Europa non può avere come bussola esclusivamente il mercato: lasciare ancora alle sole forze di mercato la possibilità di decidere il grado di convergenza delle condizioni di lavoro e il progresso sociale significa creare ulteriore sfiducia, povertà e malcontento con qualche rischio per la democrazia.

Già in vari paesi sono nate contestazioni molto violente ma, quello che appare più forte nel vulnus della democrazia è aver imposto alla Grecia di cancellare il referendum sulle misure economiche.

Si rischia un pericoloso “default” democratico.

Il problema di come una comunità vive, lavora e mantiene diritti inalienabili sono una questione che ci si deve porre. Una comunità regge se le decisioni che si prendono sono condivise dai cittadini. È per questo importante considerare sempre la legittimità di chi le assume. In questo senso ci deve essere, a livello europeo, un governo eletto dai cittadini poiché, se le decisioni le prendono organismi che non hanno legittimità democratica, ma sono solo tecnostrutture economiche, diviene più difficile che tali decisioni siano condivise ed accettate. Non può essere permesso che la nostra vita sia scandita da organismi come la Bce, il FMI e la stessa Unione Europea senza affrontare il problema di un governo europeo che sia eletto dai cittadini e che, quindi, essendo legittimato dal voto popolare, può convincerli delle scelte. Questo è il problema che l’Unione deve affrontare e risolvere al più presto.

Infatti, i diritti sono tali se sono garantiti e, naturalmente, anche i diritti sociali rimandano ad uno status di cittadinanza che nel loro complesso li renda efficaci anche quando la società è sonnolenta, poco sensibile o, per una congiuntura sfavorevole, egoisticamente sorda alla solidarietà. Dunque la cittadinanza è agire politico autonomo e la sovranità popolare nel tempo non diventa più identità e neanche adesione ad una comunità, ma piuttosto condivisione di uno status di diritti civili, politici e sociali e di valori universali. Vale a dire lo Stato Sociale non rappresenta altro che la dimensione sociale che fa di ogni uomo un cittadino.

Di tale situazione ne è d’esempio proprio l’Italia dove lo scontro politico ed il sistema elettorale hanno prodotto l’abbandono della coesione per sostenere ognuno le tesi del proprio schieramento, con il risultato che essendo prevalsi altri valori, sono venute meno quelle posizioni di mediazioni fra interessi diversi e di solidarietà fra le persone. Cosicché l’unità del corpo sociale è stata continuamente divisa: governanti e governati, società economica e società politica, nord e sud, pubblico e privato. Anche in termini di leggi e contratti si è registrata la prevalenza della frammentazione sull’omogeneità, dei vincoli derogabili su quelli inderogabili e la giustizia commutativa (ugual valore degli scambi in società di uguali) ha ceduto il passo alla giustizia distributiva (a ciascuno secondo il bisogno, il lavoro, in società di diseguali).

Gli strumenti di partecipazione democratica sono stati ridimensionati nelle loro funzioni di rappresentanza e sono aumentate le distanze fra i cittadini perché vi è, purtroppo, la crescita di povertà, dilatatasi anche a quei ceti prima considerati non a rischio. Nello stesso tempo ha conquistato terreno il fenomeno di una nuova emarginazione sociale. Si tratta allora di stabilire sedi pronte a decisioni politiche di portata generale. Vi è ancora bisogno che la società civile ne condivida con la prassi della politica di concertazione la prospettiva e la progettualità politica, pur lasciando al Governo la decisione finale sul come realizzarle. A nostro avviso, non è più possibile, oggi, pensare di rilanciare l’economia senza un ruolo propositivo e di partecipazione di tutte le rappresentanze economiche e sociali. Ebbene, oggi in Italia, a causa dell’affievolirsi del senso di solidarietà, sono venuti meno quei collanti che qualificavano la nostra comunità. Bisognerà tutti insieme riprendere il cammino per ripristinare queste condizioni.

Voglio, infine, venire ad una altra questione che è strettamente connessa ai precedenti affrontati. Il 28 ottobre si è volto lo sciopero generale della Uil del pubblico impiego. E’ stata una giornata molto bella per la partecipazione, l’orgoglio dell’appartenenza e, soprattutto, la dimostrazione che questi lavoratori, vessati in continuazione da provvedimenti economici e legislativi, vogliono battersi per il loro futuro, ma soprattutto quello dei cittadini che hanno il diritto di avere una P. A. efficiente in grado di essere un valore aggiunto per il Paese.

La stessa presenza di altre categorie della Uil dei diversi settori produttivi ha espresso non solo la solidarietà ma anche la consapevolezza che quelle rivendicazioni sono a favore di tutti.

Il benessere, il livello di civiltà, la solidarietà e le pari opportunità per tutti a prescindere dal ceto e dal luogo di nascita devono continuare ad essere garantite dalla Pubblica Amministrazione perchè essa è un patrimonio di questo Paese. Ancora di più in un momento di grave crisi economica dove i servizi pubblici possono mantenere e garantire un buon livello di vita per le popolazioni.

Necessita restituire ruolo centrale al progetto sociale basato sull’Uomo, ricollocando i suoi bisogni, materiali, culturali e spirituali in un quadro armonico che sappia tener conto delle trasformazioni della società - intervenendo per correggerne le storture - che si evolve con accelerazione progressiva, anche sotto la spinta dell’allargamento europeo e, comunque, innanzi al nuovo scenario politico-economico mondiale. Prescindere da ciò potrebbe essere un errore esiziale. Il Sindacato in questo frangente, ha ancora una volta l’opportunità di contribuire a dare prospettive positive alla società, finalizzando la sua partecipazione a sostegno di politiche economiche e sociali utili ad appianare gli squilibri e ridurre la povertà. Per questo l’impegno a tutti i livelli non può che essere rivolto a ricercare soluzioni di dialogo, fra le diverse componenti sociali e politiche, e di partecipazione in modo da costruire un progetto unico.

Dobbiamo riprendere la nostra battaglia per riprecisare i contenuti di una società più giusta e più equa dove siano salvaguardati la persona e i diritti di cittadinanza in tutti gli aspetti: dal diritto al lavoro al diritto alla vita; dalla sicurezza sociale e personale al ripristino del potere di acquisto ed ad un fisco che recuperi la sua funzione di ridistribuzione della ricchezza e della solidarietà. Principi questi considerati dai più come “conservatori” e “vecchi” ma, proprio in quanto tali, la loro efficacia è stata ampiamente sperimentata e sono quelli che hanno consentito al Paese anni di benessere e garanzie, permettendo a ciascun individuo di essere considerato non un suddito ma un cittadino a pieno titolo.

Da: Lavoro Italiano, ottobre 2011

Valid XHTML 1.0 Transitional Valid CSS! [Valid RSS]