Di Antonio Foccillo
La grande manifestazione del 9 ottobre ha dimostrato non solo la capacità della Uil e della Cisl di mobilitare un numero elevatissimo di lavoratori, ma anche e soprattutto la tensione morale, la passione, la voglia di esserci, di un mondo che ha anche dimostrato la possibilità di protestare senza violenza e senza offese gratuite, la capacità di affermare anche in un momento difficile che bisogna farsi carico dei problemi reali del paese. Tutto ciò a testimonianza di quanta responsabilità e consapevolezza vi è in questi lavoratori che vogliono essere essenziali per determinare il futuro del paese. In Italia siamo ad un punto di svolta nelle relazioni sindacali e nella gestione della difficile situazione politica ed economica. Emerge sempre più la difficoltà di mantenere il sistema industriale ad un ottimo livello di capacità produttiva ed occupazionale, il Paese perde competitività, la pubblica amministrazione è relegata a fanalino di coda del mercato del lavoro, da cui consegue un processo di erosione della capacità di assicurare ai cittadini servizi all’altezza del bisogno.
Di fronte ad una situazione così difficile e drammatica - come finora raramente si era potuto registrare - le varie forze politiche, spesso si dimostrano incapaci di confrontarsi e di concertare con tutte le realtà sociali, prigioniere di logiche elettorali preferiscono compiacersi in uno scenario di contrapposizione e di divisione, incuranti degli interessi generali. Mentre sarebbe più responsabile, se non doveroso, valutare, tutti assieme, come porre il Paese nella condizione di rispondere alla sfida dei nuovi mercati, dei paesi emergenti, dell’Europa dei 25. Preso atto che non esistendo più “frontiere protette” tutto si gioca a 360 gradi e o si è capaci di rinunciare ciascuno ai propri egoismi, agli interessi di parte, alle tutele corporative dell’oggi e si varano programmi, anche severi in cui tutti - con alto senso di responsabilità sociale - siano disposti a fare un passo indietro, o il destino di questo paese è segnato. Ed il rischio per il nostro paese è alto, potrebbe retrocedere a livello di “mercato da conquistare”, divenendo ancor di più utile solo agli interessi esteri che non creano sviluppo e futuro occupazionale. Per evitare ciò, ancora una volta responsabilmente, le forze sociali e produttive hanno avviato un confronto sulle tematiche economiche al fine di elaborare un progetto per rilanciare lo sviluppo, produrre ricchezza e ridistribuirla più equamente. Nel nostro Paese occorre una politica di modernizzazione non solo strutturale, ma, anche tecnologica.
Di conseguenza, bisogna puntare, soprattutto; ad investire notevoli quantità economiche in innovazione e ricerca e, per i lavoratori presenti e futuri, attuare vasti programmi di alfabetizzazione e formazione alle nuove tecnologie; per qualificare sempre più la forza lavoro. Vi è, per questo, anche la necessità di adeguare l’attuale struttura delle relazioni industriali, nazionali e locali, configurandola anche sulla base di nuovi livelli con cui sarà necessario confrontarsi. La riduzione della sovranità dei singoli Paesi sulle decisioni dei processi economici e il poter legislativo affidato alle Regioni, a seguito della legge sul federalismo, pongono l’esigenza di riformulare il ruolo del soggetto sindacale sia a livello internazionale, che europeo e locale. Tutti sono consapevoli, alla luce dell’attuale grave crisi economica, che esiste un problema di risorse da destinare in modo più equo alle diverse voci dello stato sociale; fra le quali emerge la necessità di sostenere un incremento sul piano dei bisogni per le prestazioni e per i servizi alla persona dovuto all’allungamento della vita. Il problema, allora, non è quello di tagliare soltanto le spese, ma di meglio ridistribuirle e, nello stesso tempo, puntare ad uno sviluppo economico reale. Proprio perciò la macchina fiscale acquista una valenza importantissima nella società, in termini di equità, combattendo realmente l’evasione fiscale, ma anche e soprattutto in termini di redistribuzione del reddito attraverso una riduzione delle tasse sui salari e sulle pensioni e sugli investimenti che favoriscano la creazione di imprese e di occupazione.
L’avvio del tavolo di confronto fra Governo e parti sociali deve essere in grado di produrre risultati che diano una risposta positiva a coloro che in piazza hanno dimostrato che non vogliono chiudersi nel massimalismo protestatorio, ma, consapevoli di aver fatto sempre il loro dovere di cittadini, chiedono alle altre parti di fare altrettanto. Questo perché é prevalsa, in quella piazza, la consapevolezza che senza massimalismo e con corresponsabilità di scelte si sarebbe determinata quella trasformazione, volta a realizzare, in una moderna democrazia, un ruolo del sindacato effettivamente partecipativo nelle problematiche macro e microeconomiche. La Uil e la Cisl, in questi ultimi tempi, hanno sempre scelto, come è nella loro tradizione di sindacati riformisti, moderni ed autonomi, soluzioni favorevoli al confronto, anche sui temi più scabrosi senza pregiudiziali preconcette. Sono andati a discutere lealmente le proposte altrui, e hanno chiesto a tutti gli interlocutori di farsi carico non solo delle richieste, ma anche dei doveri conseguenti (vedi Fiat). Solo così, con la convinzione di tutti, si rende credibile una proposta e si induce la possibilità di far decollare un processo di sviluppo e modernizzazione nell’interesse, non di parte, ma dell’intero Paese. Questo è il senso del modello di sindacato che vogliono affermare e che è emerso, in modo evidente, anche nella manifestazione del 9 ottobre. Adesso, però, viene il difficile. Se noi analizziamo solo gli ultimi avvenimenti vediamo com’è complicato, in questa situazione, uscire dal generico e dal silenzio e proporre nuove strategie. La Uil e la Cisl hanno accettato la sfida difficile di proporre soluzioni ed hanno dimostrato, in tutti questi mesi, che sono in grado di costruire una proposta sindacale in cui non ci si chiuda dietro al no, ma si affrontano i problemi in termini riformisti.
E’ attorno a questo pensiero che tutto il movimento sindacale deve riposizionarsi nella società attuale, ridando smalto ideale e nuove strategie di ampio respiro alla propria azione. Non si può più essere a difesa esclusiva dei soli occupati o di equilibri corporativi di casta o di ceto. Viceversa, necessita restituire ruolo centrale al progetto sociale basato sull’Uomo, ricollocando i sui bisogni, materiali, culturali e spirituali in un quadro armonico che sappia tener conto delle trasformazioni della società - intervenendo per correggerne le storture - che si evolve con accelerazione progressiva, anche sotto la spinta dell’allargamento europeo e, comunque, innanzi al nuovo scenario politico-commerciale mondiale. Prescindere da ciò potrebbe essere un errore esiziale. E’ esigenza generale che il sindacato, la Uil, di fronte alle emergenze sempre più evidenti nel sociale, nel mondo produttivo ed economico, accentui il suo ruolo di soggetto politico riformista, giacché la “politica” sembra aver perso voglia di confronto e di dialogo, avviluppata com’è da un sistema bipolare imperfetto che annulla il rapporto con la società civile e con le parti sociali, annacqua le ideologie, mortifica le tensioni sociali per indirizzare tutte le sue energie verso leader che una volta investiti dal voto elettorale ed ottenuta la guida del governo o della opposizione divengono “centrali” e che, per rimanere tali, conculcano a loro volta le forze che li hanno prescelti, convinti di essere gli unici e diretti interlocutori del corpo elettorale. Bisogna quindi partire dal rivendicare il ripristino di una rappresentanza politica e sociale che abbia i connotati della piena partecipazione, del pluralismo del pensiero, del diritto alla costruzione di una società più rappresentativa di tutte le realtà.
Subito dopo rivendicare spazi istituzionali di partecipazione per ridare ai cittadini la percezione che la politica non è il prevalere di una fazione sull’altra, ma la mediazione fra diversi interessi. La competizione e la partecipazione reale nella dialettica politica è essenziale se si vuole ricominciare a creare condizioni in cui tutti si sentano rappresentati e possano esternare la loro volontà. Non dobbiamo essere timorosi nel ricercare nuove forme di presenza, dobbiamo accompagnare un processo di rinnovamento e di modernità del nostro Paese, anche con nuove regole che diano corpo e sostanza alla partecipazione e alla democrazia. Rinnovamento e modernità si possono e si debbono coniugare con confronto e dialettica, per far sì che la società che vogliamo innovare sia l’espressione di tutti e sia soprattutto condivisa, in modo che si possa pensare a ragione che sia un bene di tutti e non di pochi. Tutti quelli che credono in questa filosofia di vita, riprendano il cammino per ridare fiducia e stimoli agli italiani che vogliono essere rappresentati meglio e vogliono condividere progetti ed idee con l’intento di ricostruire uno stato in cui siano date a tutti pari opportunità, per il benessere individuale e collettivo.
Un progetto ed un modello di società ove sia riconosciuto il ruolo del sindacato che, al di la del puro rivendicazionismo, si ponga come il sindacato di tutti, il sindacato dei grandi progetti di rilancio che diano certezza al futuro di tutte le componenti di una società più ordinata e più giusta. Quindi, come nostra tradizione, riavviamo il dialogo con chi vuole condividere il nostro percorso - che parte da lontano - apriamo un ampio e franco confronto. Diamo vita ad iniziative condivise che ci mettano nella condizione non solo di fare scelte sindacali strategiche per i prossimi anni, ma che ci pongano anche nella condizione di scegliere, noi sindacato, i compagni di viaggio di un progetto condiviso e con loro costruire quella grande “utopia” di una società giusta ed equa. Solo così tutte le forze che producono ricchezza ed opportunità ridivengono centrali in una società dove vi siano pari opportunità e dove si valorizzi chi lavora per contrastare la tesi che solo il liberismo sfrenato e le leggi (inesistenti) del mercato, siano in grado di regolare sviluppo, democrazia, benessere, prospettive e rapporto di lavoro, dimenticando l’Uomo e la socialità.
Da: Lavoro Italiano, ottobre 2010