Di Antonio Foccillo
Nell’attuale situazione in cui l’economia mondiale stava superando, seppure a fatica, la crisi economica, bisognerà valutare cosa determineranno gli ultimi eccezionali avvenimenti che vanno dallo straordinario maremoto, che ha messo in difficoltà l’economia giapponese e che, per le implicazioni createsi nel mercato globale, può condizionare la ripresa che si stava avviando nell’occidente; allo sconvolgimento degli assetti politici dei paesi del nord Africa e mediorientali, che sicuramente avranno conseguenze sul controllo e la distribuzione delle risorse energetiche, sugli investimenti di molte aziende in quei paesi e dei loro investimenti nei nostri paesi. Tutto ciò si innesta, per quanto riguarda la UE, su quella realtà asfittica della stabilità monetaria definita dal nuovo patto imposto da Germania e Francia, che potrebbe portare ad ulteriori sacrifici ad alcuni paesi Europei in deficit pubblico eccessivo. Siccome questa eventualità o le politiche economiche che si attueranno per evitarla lasciano prevedere ulteriori tagli e sacrifici su servizi pubblici e lavoro bisognerebbe, a parer mio ripristinare una nuova politica concertata dei redditi, per distribuire in modo più equo il carico dei sacrifici. Le tutele sul lavoro, i diritti dei lavoratori, i diritti di cittadinanza sono una risposta necessaria ai rischi di un mercato globalizzato e alle economie prive di principi sociali. Il ruolo confederale si concretizza nella politica di contrattazione, nel riferimento determinante al valore sociale del lavoratore, principale referente ideologico per un’azione confederale, la quale ha come obiettivo, oltre alla difesa dei salari, anche l’estensione dei contenuti sociali, che costituiscono la qualità dello Stato e della sua efficienza, ai fini dell’equità distributiva della ricchezza e dei servizi. La politica di concertazione o un nuovo patto sociale - così come la Uil ha proposto nell’ultimo congresso - è, e deve restare, la disciplina sociale di remunerazione di tutti i fattori produttivi. Solo attraverso politiche concertate si possono riequilibrare i forti dislivelli esistenti nella distribuzione della ricchezza e le distorsioni che permangono nella sua formazione. È necessario razionalizzare un sistema che rischia di impoverire il cittadino più debole, in difficoltà a gestire adeguatamente il proprio reddito. Simile è il discorso per il risparmio, dove non vi è alcuna mediazione fra la forza del potere delle banche e la debolezza, frutto della mancata conoscenza dei meccanismi finanziari, del singolo cittadino in balìa di un mercato sempre più ostile, rapace, se non truffaldino e anonimo. Il risparmio alternativo sta diventando la seconda casa che ormai molti ritengono essere un sicuro bene di rifugio, ma forse ancora per poco. Infatti, l’incidenza della casa, sia in affitto che in proprietà, comporta un costo significativo sul reddito, su cui incide anche il costo dell’energia, campo in cui, mancando una politica delle fonti energetiche e una strategia innovativa, ci si limita a rincorrere il prezzo del petrolio. Oggi, tra l’altro, si è aperto di nuovo il fronte del Nucleare. Per affrontare queste problematiche sociali la politica di concertazione potrebbe rappresentare uno strumento valido, anche se da aggiornare rapidamente! Infatti, quando si firmò l’accordo nel 1993 la politica economica era ancora prerogativa in gran parte nazionale oggi, invece, i livelli di decisione politica sono ormai tre, quello europeo, quello nazionale ed infine quello delle autonomie locali ed alla frammentazione politica corrisponde anche una divisione e frammentazione del paese reale. Lo scontro politico ed il sistema elettorale hanno annullato tutti gli elementi di coesione sociale. Per sostenere ognuno le tesi del proprio schieramento politico e disconoscere la dignità del proprio avversario, si è dato vita ad altri valori che non si basano più sulla necessità di mediare fra interessi diversi e di solidarietà fra le persone. Cosicché l’unità del corpo sociale è stata profondamente divisa: governanti e governati, società economica e società politica. Si tratta allora di stabilire sedi adeguate per decisioni politiche di portata generale, di cui la società civile deve condividere, con la prassi della politica di concertazione, la prospettiva e la progettualità, pur lasciando al Governo la decisione finale di come realizzarle. A nostro avviso non è più possibile, oggi, pensare di rilanciare l’economia, senza un ruolo propositivo e di partecipazione di tutte le rappresentanze economiche e sociali. Bisogna concordare anche l’indirizzo delle risorse, anche se poche, da investire in settori che rendano competitiva la nostra economia ed in particolare in ricerca, innovazione e nella formazione. Elementi fondamentali, di un eventuale “nuovo patto sociale”, devono essere: il lavoro, il diritto alla contrattazione, la partecipazione ed il fisco. Partendo dal lavoro si può affermare che l’Unione Europea ha bisogno di politiche che ridiano slancio e fiducia al settore produttivo, perché ne discendano effetti positivi anche sul piano occupazionale e quindi offrire qualche prospettiva di futuro ai cittadini sempre più sfiduciati, lo ricordava pochi giorni fa anche il Papa, con le considerazioni sul lavoro buono e non precario, un elemento che ridà dignità e certezza nel futuro. La necessità della riduzione del debito pubblico che incombe sempre sull’Italia e che ha portato a continui tagli dello Stato sociale che era l’elemento di coesione del modello economico e politico europeo, deve trovare altre vie visto che, oggi, è necessario ricostruire una prospettiva di sviluppo che favorisca nuova occupazione vera e duratura, uno sviluppo che produca ricchezza e che sia distribuita in modo più equo e più giusto. Ulteriori interventi sullo stato sociale e sul debito, che la concertazione nella sua prima fase dovette accettare per far rientrare l’Italia nei parametri di Maastricht, possono essere, ancora oggi, condivise da chi rappresenta gli interessi dei più deboli e dei lavoratori? Noi riteniamo che difficilmente ciò possa avvenire senza che sia regolato, in termini di equità, il processo economico, perché la protesta rischia di superare anche le stesse rappresentanze (vedi Grecia, Gran Bretagna, Irlanda etc ). L’articolo 1 della Costituzione, che pure rappresentò un compromesso tra le diverse forze politiche, pone il lavoro come fondamento della società Italiana. L’idea di “democrazia fondata sul lavoro” ci fa pensare il lavoro come uno strumento di liberazione individuale e di emancipazione personale all’interno di un condiviso interesse generale. Ma oggi sembra che questo concetto sia vecchio e privo di attualità. Le nuove generazioni stanno vivendo un’esperienza in cui il lavoro non è più diritto, bensì un “colpo di fortuna”, che come tale non tocca la moltitudine. Basti pensare a coloro i quali rischiano di restare esclusi da mondo del lavoro per sempre, ai tanti lavori precari, al lavoro nero e così via. Non siamo mai stati contro la flessibilità regolata, ma non si può condividere una vita fatta di precarietà. Senza un lavoro stabile la possibilità di crescita individuale diventa un miraggio. Queste esigenze si fondano sull’art.1 Cost. che è integrato dall’articolo 4 che impegna la Repubblica a rimuovere tutti gli ostacoli che non rendono fruibile questo diritto. Allora questo è il primo punto da cui si deve partire per rideterminare quella società giusta ed equa - delineata dalla Costituzione - che è stata sempre nel patrimonio di tutto il mondo del lavoro. E, sempre scorrendo la Costituzione, importante per questi temi è l’art.36 dove si stabilisce che: “Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”. Questo diritto è stato garantito sempre dal sindacato con la contrattazione. È fuor di dubbio che le precedenti esperienze della contrattazione, sia nelle regole sia nelle procedure, andavano modificate. Non rispondevano più né alla salvaguardia del potere di acquisto dei lavoratori, né tanto meno a corrette relazioni sindacali, dove i diritti e i doveri sia del datore del lavoro sia del lavoratore dovevano esser poste sullo stesso piano. Ma anche su questa tematica i sindacati si sono presentati prima con una piattaforma unitaria e poi nel gestirla si sono divisi, ma l’esperienza successiva dei rinnovi contrattuali ha dimostrato che si è fatto un notevole passo in avanti, con l’unica sofferenza nel pubblico impiego. Comunque, nella struttura dei rapporti fra lavoro e datore non si può dimenticare l’art. 46 della Costituzione dove è stabilito che: “Ai fini della elevazione economica e sociale del lavoro e in armonia con le esigenze della produzione, la Repubblica riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi, alla gestione delle aziende”. Nella tradizione italiana questo articolo, per lo più, è stato disatteso. Vi sono state alcune eccezioni, basate sull’iniziativa volontaria, in cui i rappresentanti dei lavoratori hanno avuto un ruolo importante nel tavolo decisionale, come nel protocollo Iri, in Zanussi, Electrolux, Eni, negli edili, etc. Ultimamente le parti hanno cominciato ad avere, rispetto all’articolo 46, un approccio più pragamatico che ha portato a valorizzare i temi della partecipazione con gli Enti Bilaterali. Venendo al domani è fuori di dubbio che il tema della modalità del processo di partecipazione, alla luce delle tante crisi, diventa elemento fondamentale e cruciale del sistema di relazioni industriali e sindacali. Se la sfida sarà colta da tutti avremo una nuova stagione del coinvolgimento dei lavoratori per evitare che siano chiamati solo a gestire le crisi. Infine l’art. 53 Cost. stabilisce che: “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”. Su questo tema si è sempre dibattuto senza grandi risultati concreti. In questi mesi si è sviluppato un confronto, prima fra parti sociali (imprenditori e sindacati) e adesso fra parti sociali e governo su questa tematica. Si conviene sulla certezza che la macchina fiscale può essere l’unico volano per riprendere gli investimenti e per rilanciare i consumi aumentando il potere di acquisto dei salari e delle pensioni, evitando quindi di aumentare le tasse. È anche vero che un’ulteriore preoccupazione deriva dal federalismo fiscale Vedremo come finirà.
Da: Lavoro Italiano, marzo 2011