www.uil.it | Novità nel sito
Il nostro indirizzo e tutte le informazioni per contattarci

EDITORIALE

Uscire dall’impasse e determinare sviluppo, occupazione e potere di acquisto

Di Antonio Foccillo

Crescita economica lenta, costante ampliamento del divario con il resto d’Europa, aumento del rischio di povertà a ceti sociali finora mai toccati da tali problematiche, crescita del disagio e dell’esclusione sociale, oltre 2 milioni di giovani sotto i 30 anni che non studiano e non lavorano, 800 mila donne escluse dal mercato del lavoro a causa della nascita di un figlio, 2 milioni di italiani con problemi di salute abbandonati a loro stessi sono queste le caratteristiche di un Paese quasi in ginocchio che traspare dalle pagine del rapporto annuale dell’Istat. Inoltre, i dati sulle pensioni resi noti dall’Inps in questi giorni, dimostrano l’enorme divario con il 50 percento delle stesse intorno ai cinquecento euro e con una disuguaglianza fra pensioni alte e pensioni da fame (quelle dei co.co. co sono di 100 euro). Tutto ciò testimonia la necessità di cominciare a pensare in modo diverso le politiche economiche e sociali di questo Paese. Si deve aprire un dibattito su quali potranno e dovranno essere le nuove regole delle tematiche sociali. Si sostiene che proprio i cambiamenti succedutisi presuppongono la necessità di un adeguamento delle regole e degli strumenti di politica economica, ma, poi, quella che manca è una volontà univoca di trovare la strada. In una tale situazione bisognerebbe, a parer mio, ripristinare una nuova politica concertata dei redditi, per distribuire il carico dei sacrifici meglio e non sempre sui soliti attori. Il ruolo confederale emerge, non solo all’interno di una politica di rilancio del ruolo contrattuale, ma anche nel riferimento determinante al valore sociale del lavoratore che rappresenta il referente ideologico per un’azione confederale, che attiene anche all’estensione dei contenuti sociali. La politica di concertazione o un nuovo patto sociale deve essere rivendicato in questo frangente perché rappresenta la disciplina sociale di remunerazione di tutti i fattori produttivi, per riequilibrare le forti differenze esistenti nella distribuzione della ricchezza e le distorsioni che permangono nella sua formazione. Un’energica presa d’atto di questa realtà deve comportare uno sforzo elaborativo per ridare autorità alla società, dove la libertà economica e politica si coniuga con la solidarietà e, ancor più, con l’etica della responsabilità sociale. Noi siamo costretti a discutere, purtroppo per il precipitare degli eventi di un sindacato essenzialmente aziendalistico, perché anche la nostra discussione è influenzata dall’informazione e da come amplifica o riduce gli eventi. L’informazione si focalizza su singoli temi e così spezzetta l’organicità delle strategie, attardandosi sulle episodiche azioni, fuorviando il dibattito. Un sindacato che concorda su come salvaguardare l’azienda ha interesse a tutelare il lavoro al su interno. Ma la domanda che ci dobbiamo riproporre - avendola già risolta in passato con la scelta di un’azione essenzialmente confederale – basta l’azione nella singola azienda per cercare di tutelare il lavoro o magari sarebbe più opportuno aggredire le crisi e nello stesso tempo, svolgere anche una funzione diversa dalla semplice difesa? L’azione strategica del sindacato deve essere strettamente intrecciata, a parer mio, al modello di società che dobbiamo individuare in questa situazione economica, sociale e politica che si sta determinando. L’attuale condizione in questo modello di società amplifica l’emarginazione e aumenta la povertà, pertanto, dobbiamo riproporre una società in cui si stabilisca, non dico un giusto equilibrio, ma un equilibrio fra quelli che sono i forti e quelli che sono i deboli! Recentemente la radio informava proprio sui dati scandalosi di una società che si sta impoverendo, tanto è vero che la possibilità di fare risparmio è diminuita del 60% negli ultimi dieci anni, mentre, dall’altra parte, gli stipendi dei politici crescono enormemente e ciò non è in alcun modo giustificabile oggi che si vanno riducendo salari stipendi e pensioni. Allora il problema è proprio questo. Di fronte a questa situazione, se vogliamo diventare protagonisti e propositivi non possiamo che svolgere un’azione confederale di rivendicazione di misure per mantenere il Paese solidale e coeso. Infatti, ripeto, se focalizziamo tutto il nostro tipo di lavoro all’interno dell’azienda potremmo essere bravi a difendere quella qualità del lavoro, quel tipo di produzione, quell’investimento, ma non impediremo mai alle multinazionali di andarsene quando il loro interesse vien meno e si preoccupano poco sia dell’occupazione e sia della coesione sociale. Per questo bisogna pressare il Governo che, comunque, resta un interlocutore del sindacato, per rivendicare e concordare le misure per regolare le presenze delle multinazionali nel nostro Paese. Infatti, se il Governo non fissa dei paletti a garanzia del lavoratore nel momento in cui sostiene l’investimento nei confronti delle multinazionali queste che cinicamente si muovono in funzione del guadagno, altrettanto cinicamente se ne andranno per trovare nuovi investimenti in altri Paesi, molto più remunerativi per loro perché le condizioni di lavoro sono peggiori. Il movimento sindacale si deve far carico di avviare un ragionamento su queste tematiche. Ma tornando alla situazione dello stato del Paese bisogna convocare, al più presto un tavolo di confronto e di impegno politico, cioè un nuovo patto sociale, per concertare una nuova fase di sviluppo che rilanci redditi e consumi attraverso l’aumento del potere d’acquisto e che sia frutto di una riforma fiscale, della quale si parla ormai da troppo tempo, in grado di garantire una redistribuzione più equa della ricchezza ed agevolare le fasce sociali più deboli, fra le quali prima di tutto, un’intera generazione di giovani senza lavoro. Nel “nuovo patto sociale” se si decidesse di avviare il confronto bisognerebbe inserire anche misure di prospettiva quali: il lavoro, il diritto alla contrattazione, la partecipazione ed il fisco. Partendo dal lavoro si può affermare che l’Unione Europea ed i paesi che vi aderiscono hanno bisogno di politiche che ridiano slancio e fiducia al settore produttivo, occupazionale per riconquistare un buon futuro per i suoi cittadini sempre più sfiduciati. Al contrario, le prospettive di un’ulteriore riduzione del debito pubblico lasciano prevedere un prossimo taglio dello Stato sociale che era l’elemento di coesione del modello economico e politico europeo. Il problema, quindi, è come ricostruire una prospettiva di sviluppo che favorisca nuova occupazione vera e duratura, uno sviluppo che produca ricchezza e che sia distribuita in modo più equo e più giusto. E’ difficile che ciò possa avvenire senza che sia regolato, in termini di equità, il processo economico, perché la protesta rischia di superare anche le stesse rappresentanze (vedi Grecia, Gran Bretagna, Irlanda, e recentemente la Spagna con gli “indignati”). L’articolo 1 della Costituzione, che pure rappresentò un compromesso tra le diverse forze politiche, fa diventare il lavoro, uno dei fondamenti della società Italiana. L’idea di “democrazia fondata sul lavoro” ci fa pensare il lavoro come uno strumento di liberazione individuale e di emancipazione personale all’interno di un condiviso interesse generale. Le nuove generazioni stanno vivendo, invece, un’esperienza in cui il lavoro non sembra più diritto, bensì come un “colpo di fortuna”. Basti pensare a coloro i quali rischiano di restare esclusi da mondo del lavoro per sempre, ai tanti lavori precari, al lavoro nero e così via. Non siamo mai stati contro la flessibilità regolata, ma non si può condividere una vita fatta di precarietà. Senza un lavoro stabile la possibilità di crescita individuale diventa un miraggio. Complementare è anche l’articolo 4 che impegna la Repubblica a rimuovere tutti gli ostacoli che rendano questo diritto non usufruibile. Allora questo è il primo punto da cui si deve partire per rideterminare quella società giusta ed equa che è stata sempre nel patrimonio di tutto il mondo del lavoro. Mentre poi, sempre scorrendo la Costituzione altro articolo importante per questi temi è l’art.36 dove si stabilisce che: “Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”. Questo assunto è stato garantito da sempre con la contrattazione. E’ fuor di dubbio che le precedenti esperienze della contrattazione, sia nelle regole sia nelle procedure, andavano modificate. Non rispondevano più né alla salvaguardia del potere di acquisto dei lavoratori, né tanto meno a corrette relazioni sindacali, dove i diritti e i doveri sia del datore del lavoro sia del lavoratore fossero sullo stesso piano. Ma anche su questa tematica i sindacati si sono presentati prima con una piattaforma unitaria e poi nella gestione si sono divisi. Ci sembra che poi l’esperienza dei rinnovi contrattuali ha dimostrato che grazie all’accordo sulle nuove regole della contrattazione sottoscritto dalle associazioni imprenditoriali, dal governo e da Uil e Cisl, si sono fatti notevoli passi in avanti. Si può dire che l’unica sofferenza si ha nel pubblico impiego. Proseguendo nella struttura dei rapporti fra lavoro e datore non si può dimenticare l’art. 46 della Costituzione dove è stabilito che: “Ai fini della elevazione economica e sociale del lavoro e in armonia con le esigenze della produzione, la Repubblica riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi, alla gestione delle aziende.” Nella tradizione italiana questo articolo, per lo più, è stato disatteso. Vi sono state alcune eccezioni, basate sull’iniziativa volontaria, in cui i rappresentanti dei lavoratori hanno avuto un ruolo importante nel tavolo decisionale, come nel protocollo Iri, in Zanussi, Electrolux, Eni, negli edili, etc. Ultimamente le parti hanno cominciato ad avere un approccio più pragmatico che ha portato a valorizzare i temi della partecipazione con gli Enti Bilaterali. Venendo al domani è fuori di dubbio che il tema della modalità del processo di partecipazione, alla luce delle tante crisi, diventa elemento fondamentale e cruciale del sistema di relazioni industriali e sindacali. Se la sfida sarà colta da tutti avremo una nuova stagione del coinvolgimento dei lavoratori per evitare che siano chiamati solo a gestire le crisi. Infine rt. 53 dove si stabilisce che: “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”. Quanto si è discusso su questo tema, ma alla fine siamo sempre al punto di partenza. Una cosa è certa la macchina fiscale può essere l’unico volano per riprendere gli investimenti e per rilanciare i consumi aumentando il potere di acquisto dei salari e delle pensioni, ma certamente non si possono aumentare le tasse. E’ anche vero che un’ulteriore preoccupazione deriva dal federalismo fiscale. In questi mesi si è sviluppato un confronto, prima fra parti sociali (imprenditori e sindacati) e adesso fra parti sociali e governo, su questa tematica. Vedremo come finirà.

Da: Lavoro Italiano, maggio 2011

Valid XHTML 1.0 Transitional Valid CSS! [Valid RSS]