Di Antonio Foccillo
Questo editoriale è diverso dal solito, in quanto voglio affrontare, in modo molto sintetico, tre temi che stanno facendo discutere, per fornire qualche spunto di riflessione. Le morti sul lavoro, il riemergere del fenomeno eversivo e il diffondersi della violenza nelle città, con riferimento in particolare ai cittadini immigrati. Credo che si debba aprire un dibattito, non solo nella nostra organizzazione, prima che esplodano in tutta la loro drammaticità e determinino un imbarbarimento della situazione sociale.
La prima riflessione riguarda le morti sul lavoro.
Non è un caso che il 1° maggio il sindacato lo ha dedicato a questo problema per farlo riemergere quale elemento centrale della propria strategia e trovare soluzioni ad un’emergenza che non può essere più nascosta. Una vera strage, numeri che devono farci vergognare. Un paese civile non può permettersi queste cifre e non può ignorare come questo triste fenomeno sia direttamente collegato anche agli altri due successivi punti. La mancata rappresentanza degli interessi del mondo del lavoro nella politica e la mancanza di regole e valori condivisi nella società producono una pressione tale sul singolo lavoratore, da portarlo anche all’incidente mortale. Ciò avviene perché vale solo la legge del profitto, ad ogni costo. Il Presidente Napolitano ha voluto sottolineare questo scandalo, anch’Egli, proprio nel giorno della festa del lavoro, una scelta giustissima e volta proprio a denunciare lo svuotamento di valori e principi anche nel mondo della politica e, direi, sottovalutato dall’intera società. Dovrebbe diventare un tema da mettere all’ordine del giorno dell’agenda, non solo sindacale ma anche politica e della sinistra in particolare che deve essere, per definizione, colei che difende e tutela i diritti e gli interessi del mondo del lavoro. Ma se gli unici punti di riferimento restano la produttività, il risparmio dei costi, la competitività e la flessibilità intesa come precarietà, allora come pensiamo di poter modificare lo stato delle cose? È improponibile. Per cambiare le cose si deve ritornare a fare politica dal basso, ma proprio nel senso di politica di base, anche sui posti di lavoro e quindi il sindacato è il primo soggetto che deve rilanciare il proprio ruolo ed implementarlo, contro l’eversione e contro una tendenza a far passare come obsoleta la cultura del lavoro, intesa letteralmente come parte attiva della società, da tutelare nei diritti e negli interessi, legittimamente così come le altre parti sociali. Allora si deve tornare a parlare di diritti del lavoro, di sviluppo sostenibile e di valori sociali condivisi. I lavoratori lo sanno bene. Sanno bene, infatti, che se da un ponteggio cade un operaio rumeno muore così come un operaio italiano, allora non ha più senso nessuna strumentale e populista polemica sugli stranieri e si deve portare avanti, insieme, una battaglia di civiltà e progresso. Battaglia che in questi ultimi anni si è molto affievolita perché tutta la cultura che aveva portato negli anni 70, a partire dallo statuto dei lavoratori, ad affermare una legislazione sociale garante dei diritti e delle tutele del mondo del lavoro non ha più ritrovato quel vasto consenso che aveva saputo creare. Oggi i valori dominanti sono altri e sulla base dell’affermato primato dell’economia si stanno cancellando anche tanti elementi importanti di garanzia che fanno un Paese civile e democratico.
La seconda riguarda il terrorismo.
Le recenti manifestazioni di appoggio e/o solidarietà verso le persone fermate poiché sospettate di terrorismo, rendono evidente la necessità di aprire una discussione, a tutto campo, sulla questione. Il fenomeno terrorista, infatti, è stato certamente sottovalutato. Su vari livelli e con diverse responsabilità si è pensato che la stagione drammatica degli “anni di piombo” si fosse definitivamente chiusa. In realtà abbiamo potuto vedere che una latente rete di sostegno è stata sempre in vita e, negli ultimi tempi, ha fatto registrare una significativa crescita. Il movimento sindacale ha il dovere di riflettere sui motivi di una ripresa del consenso verso l’eversione armata nei luoghi di lavoro. Anche altri soggetti hanno, forse, trascurato inizialmente il fenomeno in ripresa, ma al sindacato spetta il ruolo di chi vive il rapporto quotidiano con i lavoratori e non può non percepire così importanti deviazioni dalla dialettica democratica. È indiscusso che il diritto del lavoro abbia registrato qualche rovescio in questi ultimi anni. Negarlo significa disconoscere la realtà e offrire una sponda proprio ai settori eversivi, che sul mancato riconoscimento dei bisogni di sicurezza e tutela avvertiti da una consistente fascia di lavoratori gioca le proprie disperate carte. Anche le forze della sinistra hanno, nei fatti, assunto una forma di pensiero che nega le categorie del lavoro e quelle del capitale, precipitosamente cancellate dal lessico ma sempre vive nella società reale. Esistono infatti i capitalisti ed esistono i lavoratori, ma questi, sbagliando, non si sentono più tutelati e riconosciuti, non si sentono più rappresentati e quindi diventano l’oggetto del desiderio dell’eversione. Il sindacato è l’unico soggetto che ancora conserva un rapporto diretto con il mondo del lavoro, ma deve implementarlo anche attraverso una qualificata influenza sul mondo della politica, riconducendo i temi del lavoro nel dibattito politico. Sono dunque necessari chiari punti di riferimento politico, affini ad una parte della società (il mondo del lavoro) senza ovviamente per questo essere contrari ad altre parti. Il problema è che la politica, negli ultimi anni, si è limitata solo a rappresentare gli interessi della parte più forte della società, magari sperando che la sua soddisfazione avrebbe generato un deflusso positivo per tutto il resto della società. Si debbono, inoltre, cancellare dal dibattito eccessi verbali e soprattutto considerare gli altri come avversari e non come nemici. Dobbiamo rilanciare l’idea di una contrapposizione ideologica di rifiuto di qualsiasi forma di violenza, comunque si manifesti. Dobbiamo riaffermare la cultura del dialogo e della partecipazione e soprattutto della legalità. La democrazia si afferma e si difende attraverso il pluralismo ed il confronto sereno che stimoli la partecipazione di tutti. Coloro i quali negano questi principi ed affermano, viceversa, l’aggressione ed il ricorso alle armi per farsi una presunta “giustizia” debbono essere messi al bando dalla società.
Terza ed ultima, la violenza e gli immigrati.
Il drammatico assassinio della giovane sulla metropolitana romana, per opera di un’altra giovane, rumena, ha riaperto un dibattito a volte dai toni preoccupanti sulla violenza nelle nostre città e sul ruolo degli immigrati, in particolare dai paesi dell’est. Al di là del caso giudiziario, che peraltro coinvolge una cittadina comunitaria, devono far riflettere i contesti in cui si vivono le maggiori difficoltà. Le periferie urbane. Anche in questo caso si tratta di una materia quasi sparita dalle discussioni della politica. Ma è proprio sui mezzi di trasporto pubblico, sempre sovraffollati, che si scontrano le povertà. È l’esempio paradigmatico di una “guerra tra poveri” che non interessa alla politica troppo attenta alle grandi formule e alle grandi iniziative rilanciate dai mass media, unico interlocutore riconosciuto. Per evitare di far scivolare la periferia italiana nel razzismo e nella violenza è necessario investire seriamente sulla cultura e sulla sicurezza. Sono due versanti differenti, ma devono essere affrontati entrambi. La scuola deve tornare ad essere un soggetto attivo di promozione sociale, per i cittadini italiani delle periferie e per gli immigrati ed i loro figli. La scuola invece vive un’evidente fase critica e certo non per colpa di chi vi lavora. Investire sulla scuola pubblica è fondamentale per favorire il dialogo tra le diverse culture e promuovere lo sviluppo individuale e collettivo. In un contesto maggiormente favorevole anche dal punto di vista culturale si possono, chiaramente, proiettare anche più adeguate politiche della sicurezza che non rendano, ad esempio, tante giovani immigrate schiave della prostituzione. L’insieme delle politiche della sicurezza non deve essere strumentalizzata con risvolti razzisti e discriminatori. Ciò che serve è legalità, mentre spesso l’illegalità è funzionale a settori dell’economia che prosperano nel sommerso e ne traggono benefici, anche dal punto di vista politico. Un problema complesso ma non troppo: è comodo agitare lo spauracchio dell’extracomunitario cattivo e nascondere così tutte le contraddizioni di una società senza regole e senza più valori condivisi. Ma è anche vero che bisogna ricostruire nelle nostre città la sicurezza. Troppi sono i casi di microcriminalità che impauriscono le persone e le fanno rinchiudere sempre di più. Si ha paura del diverso, lo si teme e a volte si pensa che non vi è soluzione alla prevaricazione. Non si può continuare a non tener conto di questo problema. Il cittadino ha diritto alla sicurezza. Non ascoltare questo richiamo e far finta di niente lascia spazio ad una difesa individuale che rischia di indebolire la convivenza ed i principi di solidarietà. Bisogna al più presto affrontare questi problemi che, da diversi punti di vista, angosciano le persone, per tentare di risolverli con il concorso di tutti.