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EDITORIALI
1° Maggio: la cultura
ed i valori del movimento
sindacale respingano l’intolleranza e la
violenza
che è emersa nelle manifestazioni.
Di Antonio Foccillo
Il primo
maggio ricorre, quest’anno, in un momento particolare e significativo. Le
tematiche del lavoro sono ridiventate attuali. Le vicende elettorali ed i
connessi risultati hanno portato, per la prima volta, due ex sindacalisti
alle cariche di presidente della Camera e del Senato. E’ un fatto
importante e storico.
Bisogna dire che Marini e Bertinotti sono stati eletti a queste alte
funzioni non tanto per la loro militanza sindacale, ma come riconoscimento
della loro attività di uomini politici.
Tuttavia credo, con tutto il rispetto per la loro autonomia e per il
prestigio della carica che ricoprono, che nel loro lavoro istituzionale
saranno guidati anche dai valori del mondo del lavoro e presteranno la
dovuta attenzione ai problemi e alle potenzialità che esso manifesta in
una Repubblica che, come stabilisce la Costituzione, è fondata sul lavoro
(art.1).
La loro esperienza sindacale certamente porterà a rafforzare il
pluralismo, la tolleranza e la volontà di comporre gli interessi diversi,
nel rispetto di tutte le posizioni presenti nella società politica,
economica e sociale.
Ve n’è tanto bisogno, soprattutto in momento di grande radicalizzazione
ideologica, emersa, in modo assurdo e inatteso, anche nelle recenti
celebrazioni del 25 Aprile e del 1° Maggio.
Infatti, non si possono accettare le manifestazioni estremistiche che
hanno contestato la presenza di rappresentanti di forze politiche, che
seppure opposte, con la loro presenza si riconoscevano in questi valori
comuni.
La estrinsecazione di questi estremismi ci sembra inopportuna, perché la
nostra idea dello stato laico, pluralista e democratico, non si basa sulla
concezione del pensiero unico, ma ritiene un valore positivo e un
arricchimento politico e sociale il confronto fra le differenze di
culture, valori ed ideali. Per cui le celebrazioni del 25 Aprile e del
primo Maggio acquistano maggiore rilievo quanto più riescono ad unificare
il Paese, su valori comuni e condivisibili. Peraltro è in quest’ottica che
le organizzazioni sindacali hanno organizzato la manifestazione della
festa del lavoro a Scampia, lo scorso anno, e quest’anno a Locri.
Il pluralismo non è fine a se stesso, bensì è funzionale alla garanzia dei
diritti inviolabili dell’uomo, (art. 2 Costituzione), frontiera
irrinunciabile che ovviamente condanna quelle culture, secondo le quali, i
valori della comunità, che intendono rappresentare, prevalgono sui diritti
inviolabili, fra i quali vi è proprio la libertà di pensiero ed il diritto
a manifestarla.
Il criterio che distingue l’ammissibilità delle differenze è costituito
proprio dalla garanzia dei diritti inviolabili della persona in una
società pluralista.
La Uil condanna con forza queste esplosioni di insofferenza. Proprio
perché è portatrice di tolleranza che deve restare alla base del modo di
partecipare senza discriminazioni, violenza o atti di provocazione.
La laicità, di cui la Uil è impregnata, combatte proprio quelle ideologie,
che per il loro fattore identificante, stimolano i sentimenti di parte a
tal punto da suscitare moti di intolleranza e disprezzo nei confronti di
chi non condivide i loro valori, fino a tradursi in comportamenti che
offendono anche la dignità della persona.
Proprio in questa logica di pluralismo e tolleranza vorremo affrontare uno
dei temi che in questo periodo stanno al centro del dibattito politico sui
problemi del lavoro e precisamente quello della flessibilità e di
conseguenza la legge Biagi
Si stanno dibattendo varie tesi in una contrapposizione, essenzialmente
ideologica, in cui ognuno presuppone di indicare la strada per “risolvere”
la questione flessibilità in Italia.
Da un lato vi sono i fautori della cancellazione e della riscrittura
totale della legge, che coinvolge la Cgil e l’anima massimalista della
sinistra, con l’obiettivo dichiarato di smantellare quella legge per
eliminare quello che definiscono un processo di flessibilità senza regole.
Dall’altro la Confindustria ed il centro destra che la difendono e
vogliono conservarla così come è.
Noi della Uil, la Cisl e l’anima riformista del centro sinistra, riteniamo
invece che questa legge non è l’origine, né la panacea del problema
lavoro. Essa conteneva quelle potenzialità che hanno reso possibile il
passaggio dalla precarietà alla flessibilità. Oggi si può anche
ipotizzarne una modifica per introdurre una riduzione delle diverse
tipologie ed una maggiore garanzia sul piano degli ammortizzatori.
Dalla discussione si evince più una disputa di principio che un confronto
di merito.
Condividendo le tesi che il segretario generale della Uil, Luigi Angeletti,
sostiene in nome dell’organizzazione, vorremmo, proprio in un momento come
questo in cui diventa ancora più importante regolare e controllare il
mercato del lavoro, fare una proposta per uscire dall’impasse della
contrapposizione ideologica.
Noi chiediamo alle forze politiche, nel caso che si convenisse di
aggiustare l’attuale legge Biagi ed escludendo nel modo più categorico la
cancellazione, di lasciare questa materia alla contrattazione fra le
parti, di cui il Governo è componente, nella sua veste di datore di
lavoro, e garante dell’accordo raggiunto, poiché dovrà poi recepirlo in
forza di legge.
In tal modo si aprirebbe la strada ad un confronto di merito, nella logica
di uno scambio fra le parti interessate e di composizione di interessi
che, seppur diversi, non possono essere del tutto dissimili essendo
l’oggetto del confronto il lavoro.
Allora, per entrare nel merito, accertato che per le aziende la
flessibilità è un’opportunità, bisogna, in un modello di relazioni
corrette, realizzare un compenso per la flessibilità e contemporaneamente
dall’altra parte rinunciare ad abolirla. In tal modo facendo – ad esempio
- cento la retribuzione relativa al rapporto di lavoro a tempo
indeterminato, la flessibilità dovrà – ad esempio - essere pagata 120
Ne deriverebbero vantaggi:
* per l’azienda che proseguirà ad utilizzare questo strumento senza
resistenze,
* per lo stato che ne incamera i contributi fino al 100% del
corrispondente rapporto di lavoro a tempo indeterminato,
* per il sindacato che annulla in tal modo quella sorta di dumping nei
confronti dei lavoratori a tempo indeterminato. In aggiunta, poiché i vari
tipi di lavoro flessibile pagheranno il 100% dei contributi del rapporto
di lavoro a tempo indeterminato, avranno diritto a tutte le tutele
previste, sul piano previdenziale e assistenziale, per i lavoratori a
tempo indeterminato.
Ovviamente questa è una semplice ipotesi di lavoro, non è una
pregiudiziale, né la sola ipotesi di discussione. L’intento è di aprire al
di là delle polemiche uno spazio di confronto e di dialogo sul piano dei
contenuti.
Su uno schema più ampio possiamo dire che bisogna riaprire un grande
dibattito sulla contrattazione, ma principalmente sul valore del lavoro,
come categoria politica e come parametro sociale su cui riorganizzare le
scelte economiche di fondo, i sistemi relazionali, i modelli, i
comportamenti e le scelte contrattuali, soprattutto oggi che la rendita
finanziaria prende il sopravvento sulle altre forme di guadagno. Questo
perché le forze di mercato debbono sapere che non è socialmente
accettabile né la prospettiva di svalutazione del lavoro né quella di
delegittimazione del movimento sindacale.
Flessibilità è sinonimo di libertà e quindi non può essere lasciata
esclusivamente alla discrezionalità dell’imprenditore, perché è evidente
che, in tal caso, genera solo precarietà e sfruttamento. Al contrario
bisogna fare in modo che, componendo i diversi interessi in gioco, si
producano non solo opportunità, ma anche retribuzioni adeguate al
trasferimento del rischio d’impresa al lavoratore e alla qualità
professionale.
In tal modo si porrà fine e quello che Primo Levi, in La chiave a stella,
definisce il gravissimo errore che la nostra società sta commettendo dalla
fine del diciannovesimo secolo, quello di lasciare in mano alla tradizione
marxista-leninista qualsiasi peculiarità di giudizio sul lavoro, facendoci
dimenticare che questo non aliena, ma bensì nobilita l'uomo.
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