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EDITORIALI

Perché non se ne parla?

Di Antonio Foccillo

Il premio Nobel per l’economia, Joseph E. Stiglitz ha scritto recentemente un articolo in cui affronta il problema che attanaglia l’economia mondiale, cioè la crisi del sistema di neoliberismo. Lo descrive con il sinonimo “integralismo di mercato” considerandolo il “presupposto del tacherismo, del reagonomics e del cosiddetto ‘Washington Consensus’ che si sono rivolti a favore della privatizzazione, della liberalizzazione e della risoluta concentrazione sull’inflazione da parte delle Banche centrali indipendenti”. Egli ritiene che questa ideologia sia fallita ancora una volta.
Infatti, scrive “Per un quarto di secolo tra i Paesi in via di sviluppo c’è stata un’agguerrita concorrenza ed è chiaro chi sono i perdenti: i Paesi che hanno perseguito politiche neoliberiste non soltanto hanno perso la non irrilevante posta in gioco della crescita, ma oltretutto quando hanno fatto progressi i benefici ottenuti sono andati in buona parte ad accrescere in maniera sproporzionata lo status di chi già stava in condizioni migliori rispetto ad altri…”. Nel continuare l’analisi di questo processo passa ad affrontare la questione dei subprime che, oltre ad aver procurato per tanti proprietari la perdita della casa e di conseguenza anche i risparmi di tutta la vita, hanno provocato una svalutazione globale. Tutto ciò porta ad “una recessione che sarà duratura e di ampia portata”. Così continua “…la filosofia del libero mercato è stata usata selettivamente, abbracciata, quando serviva interessi speciali, liquidata, quando non serviva.” Per poi ragionare sul fatto che “in un mondo di grandi ricchezze, milioni di persone dei paesi in via di sviluppo tuttora non si possono permettere i requisiti minimi nutrizionali. In molte aeree gli aumenti dei prezzi dei generi alimentari e dell’energia avranno un effetto particolarmente devastante sui poveri, perché sono queste due le categorie che assorbono la maggior parte delle loro spese.”
Per concludere: “Oggi è in atto una discrepanza tra interessi sociali e privati…”. “… il fondamentalismo del mercato neoliberale è sempre stato una dottrina politica al servizio di determinati interessi. Non è mai stato sostenuto da una teoria economica, né – e dovrebbe essere chiaro, ormai – è supportato da un’esperienza storica. Apprendere, una volta per tutte, questa lezione potrà rivelarsi il piccolo raggio di sole in una nube scura che incombe ormai sull’economia globale”.
Di tutto ciò se ne parla poco in Italia. Quasi come se il problema non interessasse sia alla politica (troppo indaffarata sulla discussione sul sistema elettorale e dai problemi della giustizia ) sia a tanti economisti. Fatte salve alcune eccezioni in primis il Governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi; il Ministro Tremonti e l’ex Presidente della Consob Guido Rossi. Il Governatore non solo si è posto il problema, ma, anche per la carica istituzionale, ha avanzato alcune proposte pure a livello internazionale. Il Ministro Tremonti ha elaborato una serie ragionamenti e ritiene che “mentre l’Europa cerca di costruire un mercato perfetto, fuori dai suoi confini si sta facendo un’altra cosa, il mondo dei monopoli e dei duopoli con elementi poco trasparenti come i fondi sovrani.” Ma considera la crisi dei subprime “non la fine del mondo ma la fine di un mondo”. E dalle macerie dei mutui nascerà “un mercato più reale, ancorato al lavoro, meno virtuale e immorale di quello in cui abbiamo vissuto in questo decennio”. Guido Rossi considera oggi “il mercato qualcosa di più sofisticato, infatti, di hedge e fondi sovrani non si conosce né la proprietà e né gli interessi”. Ritiene che la “globalizzazione ha impoverito lavoratori e classi medie che i sindacati hanno abbandonato a se stessi. Il mercato ha un ruolo, ma ora servono interventi legislativi in grado di tutelarli.” E il sindacato? Come Uil ci siamo già interrogati una prima volta in un convegno sulla “Finanziarizzazione dell’economia” il 19 marzo e sulla rivista Lavoro Italiano abbiamo dedicato e continuiamo a dedicare molto spazio ai problemi del mercato. Convinti che proprio nella partecipazione alle formazioni sociali si esplica la piena emancipazione della personalità e dei propri diritti, come sostiene anche la nostra Costituzione, e che non è possibile scindere l’azione sindacale del quotidiano dalla strategia di costruire una società più giusta e più equa in cui logica economica, logica politica e logica sociale siano un tutt’uno. Infatti, l’azione umana ha una pluralità di motivazioni che non si possono ridurre in termini soltanto economici e utilitaristici. Pertanto, l’azione delle formazioni sociali (partiti, sindacati) essendo caratterizzata da prospettive di equità da favorire socialmente, pur dovendo fare i conti con le leggi di mercato, si deve proporre interventi volti a realizzare la giustizia e i valori esistenziali. Il metodo economico è incompatibile spesso con gli istituti direttamente incentrati sulla personalità umana (c.d.d. i diritti della personalità) e trascura aspetti che mutano di gran lunga gli stessi assetti istituzionali del potere. Tutto questo, a parer nostro, esige una nuova progettualità, che senza sposare facili massimalismi, induca a confrontarsi sulle possibili soluzioni che le diversità culturali presenti nella società propongono e su un rinnovato e corretto rapporto tra economia, etica, politica e mondo del lavoro. Oggi si vive lo sviluppo neo liberista per lo più con l’atteggiamento scettico del prendere atto (senza alcuna partecipazione critica) che l’economia governa la politica e la legge è ormai amica solo del mercato e delle sue ineludibili esigenze. E’ un realismo che considera il primato di fatto del mercato come “valore” unico, sul quale costruire la moderna legalità.
Il rapporto mercato-istituzioni rappresenta il problema centrale della modernità. Occorre, però la consapevolezza che il protagonista di tale rapporto è, e resta l’uomo, come persona, non già ridotto solo a consumatore o produttore. Il mercato tende ad essere una realtà pervasiva dell’ intera società la quale si può definire libera in quanto garantisce la più ampia autonomia degli individui partecipanti. La sfrenata libertà di mercato si traduce in lotta e in conflitto, rischiando di relegare la dignità personale a semplice scambio, esponendo i soggetti deboli, sopraffatti o sfruttati alla marginalità.
Il mercato assume il ruolo istituzionale, di organizzazioni di relazioni sociali, e di ridistribuzione di ricchezza e i grandi gruppi economici, che svolgono le funzioni di governo privato della società, si prestano alla cooperazione e alla sponsorizzazione compatibili con il loro egoismo, ma niente affatto disponibili a gesti e forme di sincera solidarietà. La società non è riconducibile al mercato e alle sue regole, il mercato ha bisogno di norme che lo legittimino e lo regolino. Occorre ritrovare le ragioni profonde della responsabilità individuale e collettiva, impegnarsi sul piano della cultura politica, così da contribuire a realizzare una democrazia economica, centrata sulla persona e soprattutto sulle capacità imprenditoriali, finalizzata all’utilità sociale (vedi la Costituzione), evitando che i detentori, anonimi o no, delle grandi imprese siano anche i signori del governo.
Ma è necessario anche il controllo sulla forza pervasiva del mercato. Quest’ultimo tende anche a creare bisogni corrispondenti agli oggetti che produce ed a soggiogare le libertà e le capacità critiche delle persone in un sistema perverso, pubblicitario e informativo. Ciò mette in crisi la stessa formazione dell’opinione pubblica e il sistema di controllo popolare, incidendo sulla cultura di massa. In gioco sono la funzione delle regole e il comportamento democratico delle istituzioni, la speranza di legalità della politica e nella politica, con sempre maggiore difficoltà di controllo delle operazioni politicamente rilevanti. Il mercato si pone solo il problema della distribuzione, mentre lo Stato realizza prevalentemente la ridistribuzione. Con l’attuale situazione economica la distribuzione delle perdite e dei costi sociali avviene sempre a livelli di fasce di cittadini più ampie con l’aumento delle povertà ed emarginazione, mentre si è persa la capacità di ridistribuire la ricchezza prodotta che è il compito più alto della solidarietà sociale e politica. La visione di una società in cui vi sia giustizia sociale, equità, libertà, partecipazione democratica, coesione e solidarietà non può essere considerata un’utopia, ma deve vederci impegnati, proprio in un momento come questo, per regolare realisticamente un mercato che non imponga il suo modo di pensare e di agire, imponendo ad ognuno di noi la sua scala di valori al punto che l’uomo venga misurato esclusivamente in termini di costi e benefici. Certamente nelle attuali società, come in passato, non vi è separabilità dell’economico dall’umano, ma questo deve indurre la politica a riacquistare la sua centralità e il sindacato, insieme alla politica e alla classe imprenditoriale, a configurare nuovi rapporti tra economia ed etica, tra economia e diritto, tra economia e politica.

Da: Lavoro Italiano luglio/agosto 2008

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