Di Antonio Foccillo
Si è concluso il XIV Congresso della Uil, E’ stato un bel congresso, per la partecipazione di molti ospiti, che con i loro interventi hanno portato non solo lustro, ma anche idee al congresso: dal Presidente del Consiglio, Romano Prodi al Ministro del lavoro, Cesare Damiano, al Ministro per la solidarietà sociale, Paolo Ferrero; dal Ministro del lavoro tedesco, Gerd Andrei alla ministro degli affari sociali finlandese, Leila Kopstianen; dal segretario generale della Icftu, Guy Ryder al segretario generale della Ces, John Monks. Anche il dibattito che né è scaturito è stato molto importante per la partecipazione attiva ed entusiasmante dei delegati ( di cui riportiamo un resoconto in questo stesso numero di Lavoro Italiano) .
Il segretario generale della Cigl, Guglielmo Epifani e della Cisl. Raffele Bonanni hanno partecipato con importanti interventi che hanno arricchito il dibattito sindacale, in un momento particolare per il movimento, dopo la costituzione del nuovo governo.
Un congresso che è partito bene con la relazione precisa e puntuale di Angeletti , ha tracciato un profilo di quello che oggi rappresenta la Uil e, come lui stesso ha detto, in continuazione con quella che è stata sempre la sua impostazione passata.
Un sindacato che non accetta di essere subalterno, né tanto meno è disponibile a fare sconti a nessuno. Un sindacato che giudicherà, come sempre nella sua storia, i contenuti e su di essi baserà la sua azione.
Un sindacato che non accetterà il veto o il giudizio solo sull’operato degli altri, dando quindi i voti al governo ogni qualvolta presenta una sua proposta, ma, viceversa un sindacato che dovrà essere in grado di fare le sue proposte perché è quello che vogliono i suoi rappresentati.
Un sindacato, laico, pluralista, riformista e tollerante, un sindacato di cui essere fiero e che è fiero dei suoi quadri a tutti i livelli. Un sindacato di cui potersi fidare.
Il termine del congresso ha coinciso con il rito del confronto sul documento di programmazione finanziaria, che negli ultimi anni non sempre è stato fatto in modo condiviso e concertativo.
Oggi, tutti parlano di concertazione e politica dei redditi, spesso non conoscendone neppure il significato, ma quando il primo governo di centrosinistra e La Malfa la propose, la Uil la sostenne.
Si aprì una discussione - molto difficile - nel mondo del sindacato confederale e nella sinistra italiana che possiamo riassumere nella questione se tale impostazione fosse utile o se, viceversa, cambiasse, addirittura la natura del sindacato (tesi del massimalismo sindacale).
Per fortuna negli anni successivi la fase del massimalismo fu sconfitta e si passò (con la svolta della piattaforma dell’Eur) ad un’altra concezione e dimensione delle richieste salariali: non più variabili indipendenti. In cambio, si chiese una piena e convinta partecipazione alla politica economica di sviluppo e alle necessarie riforme.
Le svolte furono lunghe, anche laceranti. Una fra tutte, lo scontro di San Valentino, nell’84, che portò alla rottura della federazione unitaria.
Nel 1992/93 si concordò con l’allora Governo Amato prima, e quello di Ciampi poi, la vera novità nella definizione delle politiche economiche del nostro Paese.
Infatti, quell’accordo andrebbe riletto, per evidenziare tutte le modificazioni al preesistente metodo di confronto nelle relazioni sindacali e cioè: controllo delle politiche rivendicative e conseguentemente anche controllo delle dinamiche dei prezzi e tariffe; la costruzione di una nuova struttura rappresentativa di base del sindacato: le Rsu; la codificazione dei due livelli di contrattazione e gli aumenti legati alla produttività, nella contrattazione decentrata, non soggetti a contribuzione; la partecipazione delle forze sociali sia nel momento della definizione del Dpef - cioè nella fase di programmazione della politica economica - sia nell’individuazione delle scelte da inserire nella finanziaria. Questi due momenti furono istituzionalizzati da due sessioni di confronto: il primo a maggio ed il secondo a settembre, da svolgersi al CNEL.
Questa è la concertazione. Cosa diversa dalla semplice informazione su scelte politiche già effettuate che in questi ultimi anni è stata imposta. E’ la concertazione vera che il sindacato continua a reclamare.
Purtroppo, anche quest’anno abbiamo dovuto rilevare la mancata attuazione della politica di concertazione nella definizione delle linee del Dpef e, per questo, chiediamo il ripristino della concertazione nella sessione di politica dei redditi.
La dimensione della manovra e dei sacrifici richiesti nel Dpef di quest’anno tocca cifre che sono seconde solo a quella del Governo Amato del 1992 e si aggiunge, con altri tagli, sulla pelle delle categorie socialmente deboli. In tutti questi anni la cultura del risanamento è stata sempre predominante in ogni finanziaria: questo ha ulteriormente indebolito l’economia italiana, non ha tutelato il potere di acquisto dei salari e delle pensioni ed ha aumentato nuove fasce di povertà e di emarginazione.
La manovra, sotto il profilo quantitativo, sarà di un importo complessivo di 35 miliardi di euro di cui venti destinati alla riduzione del deficit e 15 destinati alla crescita. Tutto ciò anche per rispettare gli impegni presi con l’Unione Europea per un rientro sotto il 3% del rapporto deficit – pil già nel 2007.
Proprio per la dimensione dell’intervento e per i tagli preventivati su quattro settori fondamentali dello stato sociale quali pensioni, sanità, pubblico impiego ed enti locali non potrà essere fatta senza il coinvolgimento di tutte le rappresentanze sociali ed in particolare delle confederazioni sindacali.
Abbiamo in tutte le sedi di confronto apprezzato, l’impostazione degli obiettivi e cioè, sviluppo, risanamento ed equità:
- lo sviluppo, unico fattore di rilancio dell’economia e della distribuzione di risorse che passa attraverso una vera lotta dell’evasione e dell’elusione, uscendo dal luogo comune e perseguendo con determinazione e ragionevolezza la progressività della partecipazione, tassando adeguatamente le rendite e quindi determinando, di conseguenza, le priorità di intervento a tutela del potere di acquisto delle retribuzioni, delle pensioni, a salvaguardia del reddito familiare;
- il risanamento, che non riteniamo possa essere effettuato esclusivamente su quei quattro capitoli ipotizzati, ma, viceversa, puntando al recupero di risorse dai settori che in questi ultimi anni avendo lucrato su rendite, non hanno contribuito adeguatamente e affrontando seriamente la lotta agli sprechi a partire dalle consulenze nella P.A.;
- Equità che è l’essenza di una società coesa.
Abbiamo, invece, contestato l’ipotizzata inflazione programmata che essendo stata prevista, in primis, lontana già da quella tendenziale avrebbe creato ancora di più una distanza fra salario e tutela del potere di acquisto. Infatti, l’accordo del 23 di luglio prevedeva che vi fosse uno scarto molto contenuto fra inflazione programmata e quella reale, altrimenti non sarebbe stato giustificabile concordare aumenti in linea con la prima per poi adeguarli - due anni - dopo alla seconda. Aver corretto l’indice d’inflazione, almeno per il 2007, al 2%, grazie anche alla nostra intransigenza, è positivo, proprio per le motivazioni già spiegate.
Abbiamo apprezzato la previsione di ridurre il peso del costo del lavoro attraverso il cuneo fiscale e ovviamente l’impostazione di ripartirlo fra imprese e lavoratori, e destinarlo soprattutto in modo selettivo ad imprese, in particolare, che assumessero a tempo indeterminato.
Abbiamo valutato positivamente l’indicazione di non toccare la contribuzione previdenziale per evitare ulteriori aggravi ai conti del sistema.
Ovviamente abbiamo precisato che le quantità di distribuzione e il metodo con il quale verrà applicato deve far parte di quel confronto necessario che deve avviarsi prima della definizione della finanziaria.
Sulle pensioni abbiamo espresso un fermo e netto rifiuto ad ulteriori interventi, considerando questi annunci solo scatenanti di fughe e di aumenti del numero delle pensioni di anzianità. Abbiamo valutato negativamente il presupporre che si potesse reintervenire sia innalzando l’età pensionabile e sia aumentando i coefficienti. Su quest’ultima misura siamo contrari. Anche perché abbiamo ricordato che la scelta del precedente governo aveva già deciso, nell’alternativa fra le due misure, di innalzare l’età pensionabile. Per la Uil è possibile aumentare l’età pensionabile solo in maniera facoltativa in modo che sia il lavoratore a scegliere.
A conforto del nostro orientamento abbiamo citato gli stessi dati del Dpef, i quali dimostrano che la spesa di sanità, pensioni ed assistenza, negli ultimi ventitre anni, è aumentata solo del 1,7% della spesa delle amministrazioni e quella delle pensioni è diminuita.
Sui contratti del pubblico impiego abbiamo denunciato già l’enorme ritardo con cui si andranno a sottoscrivere, infatti, siamo al settimo mese ed abbiamo valutato positivamente il fatto che si sia affermata la linea del rinnovo e non della moratoria, prevista nella precedente finanziaria, ma abbiamo chiesto che si avvii immediatamente un confronto di merito con l’intero Governo sulla parte economica per avviare, successivamente, quello dei singoli comparti. Dallo stesso dpef si evince che la spesa per i redditi del lavoro pubblico è passata dal 12% del 93 al 11% del 2005 e, quindi, tutte le cassandre che preannunciavano l’aumento, siano smentite dallo stesso Governo.
Abbiamo chiesto che si prosegua con il perseguimento della previdenza integrativa ed in particolare per il pubblico impiego e per i giovani con contratti flessibili.
Sulla sanità abbiamo valutato negativamente il fatto che le regioni debbano, per restare entro il tetto del deficit prefissato, aumentare il prelievo fiscale sia l’Irpef e/o l’Irap. Mentre siamo disponibili a processi di razionalizzazione e di riduzione di sprechi.
Sul Welfare, dopo anni di tagli, abbiamo sostenuto che sia ora di investire, certo modernizzando e innovando, per rideterminare condizioni di coesione e solidarietà.
In conclusione, si può facilmente capire che la vera partita si sposta dal dpef alla finanziara e lì si valuterà se veramente quell’inversione di tendenza propugnata come obiettivo si realizzerà anche attraverso un confronto vero sui contenuti e sulle scelte.