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EDITORIALI

Una nuova primavera

Di Antonio Foccillo

Siamo all’interruzione dell’attività politica e sindacale per l’arrivo delle ferie di Agosto e, come ogni volta, si fanno i primi riscontri sulle questioni affrontate e le valutazioni sulle necessarie azioni da adeguare o da progettare per l’autunno. Quest’anno, si sono succeduti eventi molto gravi come il terremoto in Abruzzo (cui abbiamo dedicato molta parte della rivista per evitare di dimenticare) e la crisi economica e, forse, i primi segnali di inversione di tendenza (anche su questo tema da anni dedichiamo molti approfondimenti) e molti sono gli aspetti della nostra vita che sono cambiati. I cittadini di questo Paese si sono trovati ad affrontare una fase difficile con poche risorse e con la consapevolezza, per la prima volta, che un ciclo si è chiuso e le mutate condizioni di molti, con l’avvento delle nuove povertà e dell’emarginazione, possono determinare una svolta nel modo di pensare. Infatti, il principio del consumismo comincia a vacillare e di conseguenza vi potrebbe essere una possibile svolta anche nel ripensare i rapporti con gli altri passando dall’egoismo ed egocentrismo del passato ventennio ad una nuova forma di solidarietà fra le persone. Forse è troppo presto per essere ottimisti, ma qualche speranza esiste. Lo stesso sindacato, nel passato, ha sofferto questa sorta di mutazione nel modo di pensare ed è stato visto più come un organizzatore di risposte a richieste corporative che confederali, più vicino a rappresentare il particolare che il generale. Su questo credo che bisogna avviare una ricerca su come ritrovare il gusto per grandi progetti ideali e valoriali che diano di nuovo linfa alla militanza, nell’ottica di rappresentare la confederalità che è espressione sia delle richieste degli occupati e dei pensionati, ma anche dei disoccupati e dei deboli nella società; sia di chi lavora ma anche del modo in cui si produce e si risponde ai cittadini nell’ambito dello Stato. Il sindacato deve battersi per ripristinare, in questo Paese, una nuova cultura dell’etica, della moralità, del rispetto e dell’educazione, della solidarietà e della convivenza. Oggi si è affievolito questo bisogno di rappresentare un nuovo modello di società ma, allo stesso tempo, rispetto ad un Paese che rischia il degrado, ogni giorno che passa, dove non si rispettano le istituzioni, dove ci si lacera nello scontro fra opposti, dove ognuno pensa per sé e dove si divide ogni cosa in buona e cattiva a secondo se sei con me o contro di me, il valore di ritrovare elementi di coesione e di unità sono i più necessari ed anche i più richiesti. Quest’anno ricorrono i quarant’anni dell’autunno caldo, che al di là di tanti giudizi negativi o positivi di quegli eventi che si sono succeduti, almeno uno può essere, dai più, condiviso: è stato un periodo di grandi cambiamenti che hanno stravolto il modo di pensare ed hanno rinnovato il modo di governare. In quel periodo il Sindacato è stato uno dei pochi soggetti in grado di modificare la propria impostazione, la propria struttura organizzativa e di condividere quel bisogno di cambiamento e di rappresentanza che da tanta parte della società, della cittadinanza e dei lavoratori veniva espressa. Oggi, di fronte ad uno scenario in cui le persone sono sempre più sole e poco rappresentate e di fronte al fatto che molte delle conquiste che si erano a fatica raggiunte vengono messe in discussione, il Sindacato si deve fare promotore di proporre anche un nuovo modello di partecipazione alle scelte di politica ed in particolare di politica economica. Walter Tobagi scriveva, prima di essere ucciso dalle Brigate Rosse, sul sindacato, sul suo ruolo e sui rischi negli anni a venire. Gli scritti di Tobagi individuavano e descrivevano un’idea riformista della società, le sue tensioni, ma anche le sue aspirazioni e leggendoli si può ricostruire l’Italia degli Anni di Piombo e dei grandi conflitti sociali. Egli, in particolare, dedicava alcuni libri al sindacato. Ne vogliamo ricordare due molto significativi in tal senso: “Il sindacato riformista”, del 19791 (una riscoperta storica della concezione riformista del sindacato) e “Che cosa contano i sindacati”, del 1980,2 dove si descrive la parabola del Sindacato negli Anni Settanta. Nel primo egli scrive: “il sindacato è una componente essenziale del sistema politico democratico italiano. Lo è adesso sulla scia del forte potere contrattuale conquistato sul finire degli Anni Sessanta, ma lo è stato anche in passato. Anzi proprio la presenza dell’organizzazione sindacale ha rappresentato, di per sé uno degli elementi che hanno contribuito in modo determinante a rendere democratico il nostro sistema politico”. Nel secondo affronta come nasce, si sviluppa e comincia a declinare il potere sindacale. Egli scrive: “questo saggio è la storia di quella “nuova classe” composta da migliaia di sindacalisti a tempo pieno, che formano un vero ceto politico. E’ la storia di speranze e sacrifici, entusiasmi e conquiste per milioni di uomini, ma anche di illusioni ed errori, che oggi costringono a rivedere obiettivi e comportamenti. E il ripensamento è reso più urgente e drammatico dalla piaga del terrorismo, che cerca di nascondersi dentro la fabbrica come e più che in tanti altri ambienti sociali”. Ma avverte, anche, il pericolo che un possibile declino di questa importante forza implichi un rischio per la salvaguardia della democrazia e dello sviluppo sociale ed economico. Infatti, conclude il libro con queste parole: “Gli Anni Ottanta si aprono come una stagione difficile. Il sindacato è ancora una volta in campo aperto, non può vivere sul passato. Non può vivere sulla rendita del potere conquistato nell’autunno caldo. Non può vivere con le vecchie ideologie, superate sia dal modo di produzione sia dal costume di tanta parte della nuova classe operaia. La prospettiva più grama sarebbe quella di passare dal sindacato dell’autunno a un bigio autunno del sindacato”. Sono parole che hanno un senso quasi profetico e potrebbero essere usate anche oggi per definire l’attuale situazione. Ma ovviamente come sempre si può dire non tutto è colpa del sindacato, sono mutati i costumi della società e le regole stesse del confronto sono state stravolte. Infatti, si tende a decidere sempre a più a livello di vertice, senza “le defaticanti” (così vengono definite dall’attuale classe politica) riunioni con le forze sociali e le relative mediazioni necessarie che sono le giusta conseguenza del metodo di decidere rappresentando tutti e non solo una parte. Il problema non può essere banalmente rappresentato, però, come un fatto non modificabile. Tutto è modificabile, basta metterci l’impegno e la convinzione della giustezza delle proprie valutazioni. Si può rispondere che ciò è utopico o improponibile, ma allora, se questo modo di ragionare fosse stato presente nell’arco delle centinaia di anni passati saremmo ancora all’età della pietra. Le battaglie vanno fatte sempre per cambiare le cose, valutando però il consenso sulle proprie posizioni e coinvolgendo quanto più possibile le persone che si vogliono rappresentare in un’ottica riformista che prevede piccoli passi, ma comunque modificativi del preesistente. Ci avviamo, come Uil, alla stagione dei congressi. L’unica cosa che non dobbiamo fare è quella di svolgerli come un rituale stantio e stanco, ma dobbiamo essere in grado, anche noi di modificare il preesistente con innovazioni nella proposta e nel nostro modo di essere. Discutere, discutere, discutere, liberamente, perché di fronte alle sfide che ci aspettano occorre essere tutti consapevoli che il momento è importante per fare un ulteriore salto di qualità. Dobbiamo con molta determinazione considerare chi siamo, dove vogliamo andare e chi vogliamo rappresentare. Non è pensabile accettare il ritaglio di uno spazio limitato, come sindacato nel complesso, sulla base di quello che gli altri ci vogliono assegnare. Dobbiamo recuperare determinazione e convinzione in quanto, nonostante le difficoltà, il sindacato è un soggetto importante della società che può contribuire a cambiarla in modo partecipato e coinvolgente. Possiamo essere ancora una volta un ancoraggio per tanti che attraverso il sindacato si riappropriano della loro vita e di quella dei loro figli. Sta a noi volerlo e sta a noi farlo. E’ la sfida per un intero gruppo dirigente che si fortifica solo nelle difficoltà e nel modo con cui riesce ad affrontarle e superarle. E’ possibile ricreare una nuova primavera, basta esserne consapevoli ed operare per crearne le condizioni. Noi della Uil lo possiamo fare perché ancora una volta possiamo sfruttare la nostra agilità di organizzazione, non prigioniera dell’ideologismo, ma profondamente laica e quindi disponibile a mettere in discussione tutto, compresa sé stessa, ma dando ad ognuno il diritto di parlare, per tutelare le diversità ed il pluralismo e combattere il dogmatismo ed il pensiero unico.

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Note
1) Il sindacato riformista, Walter Tobagi, Sugarco, 1979
2) Walter Tobagi, 1980 - Che cosa contano i sindacati - Ed. Rizzoli

Da: Lavoro Italiano, luglio-agosto 2009

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