Di Antonio Foccillo
In questi giorni le vicende Fiat e l’esito elettorale del referendum hanno costretto tutti i commentatori a misurarsi con termini quali democrazia, maggioranza e rappresentatività, ma questi non sempre sono stati usati in modo appropriato. Vediamo cosa significano e come sono stati utilizzati. Se andiamo a leggere in una qualsiasi enciclopedia il termine democrazia, è illustrato quale derivato dal greco démos (popolo) e cràtos (potere), ed etimologicamente significa governo del popolo. Il concetto e la parola democrazia nascono nell’antica Grecia: già Erodoto parlò di governo democratico e sarà un modello per la nostra tradizione politica e civile, e su questa base Aristotele, un secolo dopo, attuò la prima grande teorizzazione politica, distinguendo tra la monarchia - il governo di uno solo - l’aristocrazia - il governo dei migliori, non necessariamente della nobiltà - e la democrazia, intesa come governo di tutti i cittadini. Ma è nel periodo delle rivoluzioni giacobine che la parola democrazia si diffonde nel linguaggio comune, con riferimento alle vicende e alle lotte ideologiche prima ancora che politiche dell’epoca. Il termine maggioranza, invece, è utilizzato per indicare la quantità un gruppo che contiene più della metà degli elementi del gruppo stesso. Il principio di maggioranza, in base al quale, nell’assunzione di una decisione da parte di un gruppo, significa il prevalere dell’opzione che ha raccolto la maggioranza di consensi. Esso è uno dei capisaldi della democrazia. Ebbene, nella vicenda di Miriafiori questi termini sono stati usati molto a sproposito ed in modo distorto. Se guardiamo alle vicende sindacali passate, ad ogni occasione in cui non si riusciva a trovare il consenso fra le tre organizzazioni sindacali, vi era una parte del sindacato massimalistico (la Cgil) che contestava la democrazia di mandato e chiedeva la verifica del popolo dei lavoratori, quale unico simulacro della democrazia e della verifica delle reali maggioranze. La stessa organizzazione, con la sua struttura di categoria (la Fiom), nelle vicende Fiat, si comporta paradossalmente in modo a dir poco strano. Infatti, di fronte al referendum, sia Pomigliano che a Mirafiori, pur avendolo rivendicato in ogni occasione, non ne riconosce l’esito. Strano modo di considerare i meccanismi della democrazia. Oltretutto, nel caso del referendum tenuto a Mirafiori, ne contesta il risultato, sostenendo che il consenso sarebbe derivato dal voto degli impiegati e non dagli operai. Strano modo di considerare il voto assembleare. Come si può pensare di ritenere che una sola parte avrebbe più legittimità di un’altra? Come si può impunemente sostenere, in un sistema democratico e non dittatoriale che ci sono voti di serie A (quello degli operai) e di serie B (quello degli impiegati). E’ un modo per sostenere che i voti che mi piacciono o rappresento sono buoni e quelli degli altri non mi piacciono e sono cattivi. Se si va avanti così difficilmente si riuscirà a trovare forme di avvicinamento fra le organizzazioni. Questa tesi nega la democrazia ed il principio di maggioranza, sempre sbandierato proprio da coloro che oggi lo rifiutano. A questi signori le lezioni del passato non hanno insegnato niente. Vorrei ricordare che un po’ di anni fa, (anni 80), dopo un conflitto molto accentuato, sempre nella Fiat e sempre sostenuto, in particolare, dalla stessa organizzazione sindacale e appoggiato dal massimalismo politico, si è reso necessario marciare in quarantamila per far capire che le cose erano cambiate e non era utile restare nella cittadella a difendere i confini di un terreno che non era più abitato dalla maggioranza dei lavoratori. Giorgio Benvenuto, allora segretario della Uil, in merito alle polemiche che si aprirono su questa vicenda ed in riferimento alle divisioni, avendo compreso la marcia dei 40.000 e la incapacità di trovare una unità di tutti i lavoratori, così scriveva: “Da questi dati è indispensabile partire per un sostanziale cambiamento nella strategia sindacale: la svolta passa proprio per un sindacato realmente in grado di rappresentare tutti, anche coloro che come gli impiegati abbiamo trascurato, e attraverso nuovi strumenti di democrazia, che pongano rimedio alle degenerazioni dell’assemblearismo e alla carenza di partecipazione dei lavoratori. Se riandiamo ora con la mente alle analisi di Amendola, non possiamo che essere ancora convinti della necessità di una profonda ricerca del sindacato per uscire dal “ruolo minoritario” che sembra rischi di subire da quella cultura dell’opposizione che ne condiziona le iniziative e l’incidenza a momento delle scelte determinanti per il progresso del Paese.1” Condividendo queste valutazioni, ancora attuali, credo che andrebbero poste alla Fiom e alla Cgil per discuterne, per vedere se ci sono le condizioni per porsi, almeno a livello intellettuale, la domanda su come uscire da questo ruolo minoritario e passare da una cultura di opposizione ad una di governo dei processi. Di fronte alla crisi economica mondiale, che innesca un sempre più ampio smantellamento dell’occupazione per la conseguente crisi delle imprese, del sistema finanziario e bancario e che, e soprattutto, fa emergere una differenza, sempre più ampia, fra tutelati e non tutelati, con un inevitabile aumento della povertà, è diventato necessario nei processi di ristrutturazione e rilancio delle aziende adeguare le attuali regole, per renderle idonee alla possibilità di competere e mantenere soprattutto stabile l’occupazione e non ridimensionare l’economia dei territori interessati e di quella nazionale. Per il sindacato, invece delle questioni ideali e politiche, ancora, oggi, resta prioritario l’impegno verso il lavoro, che è il processo principale di emancipazione dell’uomo in quanto con esso ciascuno contribuisce al progresso dell’intera collettività. Per questo deve essere sostenuto e riconosciuto e la società può e deve valorizzarlo. Un sindacato consapevole delle proprie forze è in grado di rivendicarlo e di conquistarlo. Diritti contrattuali, stato sociale, partecipazione alle aziende, sviluppo e occupazione sono le basi su cui il sindacato deve elaborare una progettualità, per acquisire consenso nella società ed evitare che si ripropongano situazioni unilaterali, frutto della sola logica economica. Nel sindacato, purtroppo, c’è una sindrome che ogni tanto ritorna che è quella del farsi prendere dalla paura di sottoscrivere un accordo e soprattutto di evitarlo quando esso modifica a fondo le abitudini e le prassi consolidate. In tal modo l’azione sindacale diventa inutile e controproducente perchè è rivolta solo a dire no. Al contrario, quando questa azione porta con sé proposte, modelli di sviluppo alternativi e invita i lavoratori ed i cittadini a fare propri i motivi della lotta, rendendoli più vicini alle loro aspettative, allora il sindacato è utile, e si conferma uno strumento sempre valido per la dialettica democratica. Veniamo, infine, al concetto di rappresentatività di cui tanto si parla. Il concetto di rappresentatività serve a valutare l’idoneità di un sindacato a compiere atti in nome della categoria di riferimento. Non a caso, il dibattito dottrinale e giurisprudenziale sulla rappresentatività si è svolto con riferimento all’analisi dell’art. 19 dello Statuto dei Lavoratori, che individua nell’ambito dell’impresa le organizzazioni sindacali destinatarie della cosiddetta legislazione di sostegno contemplata dal Titolo III della legge n. 300 del 20 maggio 1970. In merito, poi, al requisito della maggiore rappresentatività, desunto con i suddetti criteri la Suprema Corte ha chiarito successivamente che “l’avverbio ‘maggiormente’’ non implica alcuna comparazione fra le diverse confederazioni, ma piuttosto “comporta l’esistenza di un’organizzazione molto estesa sia in senso territoriale che settoriale2”, senza che ciò, tuttavia, richieda “lo svolgimento di attività in ogni zona del territorio nazionale ed in ogni categoria di lavoratori3”). Di seguito la giurisprudenza ha attribuito rilievo anche alla “attività di autotutela condotta con continuità, sistematicità ed equilibrata diffusione4” ed ancor più “alla partecipazione a trattative sindacali per la stipulazione di contratti collettivi5”. Poi è intervenuto l’esito del referendum abrogativo dell’11 giugno 1995, a seguito del quale l’art. 19 risulta così riformulato: “rappresentanze sindacali aziendali possono essere costituite ad iniziativa dei lavoratori in ogni unità produttiva, nell’ambito delle associazioni che risultino firmatarie di contratti collettivi di lavoro applicati nell’unità produttiva”. Detto ciò, il criterio di selezione delle organizzazioni sindacali sta nella loro effettiva capacità di imporsi alla controparte imprenditoriale come stabile interlocutore per la stipulazione di contratti. La Suprema Corte ha affermato, in merito che “in tema di rappresentatività sindacale il criterio legale dell’effettività dell’azione sindacale equivale al riconoscimento della capacità del sindacato di imporsi come controparte contrattuale nella regolamentazione dei rapporti lavorativi6”. Vi sono poi le recentissime “Linee di riforma della struttura della contrattazione” approvate dagli esecutivi nazionali di CGIL, CISL e UIL il 12 maggio 2008 che, per il settore privato, in tema di «rappresentanza e rappresentatività» individuano il CNEL quale istituzione che, avvalendosi di specifici comitati con un alto profilo di competenza ed autonomia, dovrà certificare la rappresentanza e la rappresentatività delle organizzazioni sindacali. Se si vuole avviare realmente una discussione unitaria si deve partire da quello accordo.
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Note
1. Lavoro Italiano - (Speciale Fiat), supplemento al n°36 del 14.10.1980
Editoriale dal Titolo. “Partire da Torino è un po’ imparare”.
2. Cass. 28 ottobre 1981, n. 5664
3. Cass. 18 febbraio 1985, n. 1418
4. Cass. 18 luglio 1984, n. 4218
5. Cass. 1 marzo 1986, n. 1320
6. Cass. 11 gennaio 2008, n. 520
Da: Lavoro Italiano, gennaio 2011