Di Antonio Foccillo
Ci si avvia a grandi passi verso il congresso confederale con una discussione molto viva e intesa. Ci si è interrogati, nei vari congressi territoriali e di categoria, su molti temi all’ordine del giorno del dibattito quotidiano. In qualche occasione si è, anche, assistito ad una sorta di dubbio angoscioso di come ricreare condizioni che facciano uscire da questa situazione di crisi il modello economico e come di conseguenza si possano ripristinare condizioni in cui ritorni ad avere dignità l’individuo ed il lavoro. La domanda che nasce a questo punto è, se è possibile pensare che l’attuale sistema basato sulla finanza non lasci più spazi di rilancio ad un metodo di organizzazione della vita sociale, di carattere solidaristico, quale quello che per tanti anni è stato quello di riferimento in Europa?
E’ vero che con il crollo del modello comunista e l’esaurimento della contrapposizione fra economia centralizzata ed economia pluralista è entrato in crisi anche il modello socialdemocratico, riformista e si è determinato un unico modello economico “neoliberista”. Ma è altrettanto certo che fin quando l’attuale classe politica liberista riuscirà a motivare come essenziali per lo sviluppo e per la crescita collettiva tutte le riduzioni di tutele e garanzie che vengono perpetrate dal mercato a danno dei lavoratori (e l’attuale crisi ne è il cogente esempio) e la barbarie relativa allo sfruttamento del lavoro, il liberismo e la sua anima mercantile continueranno ad essere considerati le uniche, moderne vie verso il futuro. Le vicende di Rosarno, Termini Imerese, Phonemedia, il leader dei call center, sono alcuni degli ultimi avvenimenti che dimostrano che è sempre più difficile coniugare la dignità delle persone, il diritto al lavoro e la logica stringente dell’economia fredda e cinica.
Come si può pensare di costruire una società in cui il rispetto per la persona viene continuamente messo sotto i piedi e dove la precarietà del lavoro è spesso accompagnata dal cinico licenziamento di tanta parte di lavoratori ovvero come condizioni inumane per tanti immigrati possono essere continuamente vissute come normali o quando la popolazione, lasciata sola ed esasperata si ribella alla violenza e alla delinquenza e si scontra con queste persone. Solo allora ci si accorge del problema e si scrivono milioni di parole, su pagine e pagine dei media, condannando o giustificando, ma senza mai ragionare sul perché siano nati questi fenomeni e sul perché non si è fatto niente fino al caso concreto che ha fatto esplodere il problema. Licenziamenti, emarginazione, violenza, degrado e divisioni fanno parte del mondo moderno. La logica della competizione estrema ha rotto qualsiasi valore di solidarietà e coesione. L’“altro” è visto spesso come nemico. E l’individualismo impera con la sua logica di affermazione che prevale su qualsiasi altro individuo con ogni mezzo.
Certamente il mondo è cambiato, ma individuare strategie che rendano internazionali le battaglie per i diritti dell’uomo ed il rispetto della persona in tutti i campi della sua volontà di affermarsi è non solo importante, ma anche dirompente rispetto ad un sistema che considera l’individuo solo come un numero e niente altro. Di fronte a questo ragionamento appena abbozzato si è considerati dei “sognatori”, degli “utopisti” al di fuori della realtà che, invece, per i più, è fatta di cose concrete che si risolvono nella quotidianità. Ma veramente si può affermare che i problemi di tutti i giorni: dalla difesa del posto di lavoro a quelli dell’aumento del salario e delle pensioni basse; dal lavoro agli immigrati al superamento delle tante precarietà; dalle rapacità delle multinazionali che arrivano, acquistano le fabbriche e poi vanno via quando non è più conveniente, lasciando a casa i lavoratori, alle delocalizzazioni; dalle privatizzazioni dei servizi di prima necessità, come per esempio l’acqua, all’influenza nella vita di tutti i giorni di modelli di vita imposti e individuati da chi controlla l’economia mondiale possano essere risolti con qualche azione locale, territoriale o anche nazionale.
Ben lo avevano capito i padri fondatori del movimento dei lavoratori, sin dall’Ottocento, includendo l’internazionalizzazione delle azioni e delle lotte fra i primi obiettivi da raggiungere fra tutti quelli che si erano posti. Se non si esce dal localismo o dal provincialismo e si capisce che i processi sono tutti legati e rispondono a logiche ben chiare, che vanno cambiate, per capovolgere il valore su cui si costruiscono le società, che non può essere esclusivamente il profitto, non si riuscirà neppure a scalfire le tante problematiche di tutti i giorni altro che risolverle! Bisogna tornare a volare alto. Una classe dirigente che si rispetti deve mettere anima in quello che fa. Infatti, non bisogna mai dimenticare che l’attuale crisi economica è frutto del processo di globalizzazione, che ha modificato non solo il sistema economico mondiale, ma anche i centri di potere dove si prendono le decisioni e soprattutto ha costruito un’economia virtuale che quando è esplosa i suoi effetti sull’economia reale sono stati virulenti. La forte riduzione del valore della ricchezza, il rallentamento del credito, la contrazione della fiducia dei consumatori e delle imprese frenano la domanda e la produzione nelle economie avanzate, dove si registrano significative perdite di posti di lavoro.
Ci troviamo al capolinea di queste teorie economiche e forse anche delle dottrine politiche, visto che il binomio democrazia-capitalismo vacilla. Oggi, sembra che qualche timido elemento di ripresa dell’economia ci sia, allora bisogna valutare come ed in che modo se né uscirà? Tutti dicono che, alla fine, dalla crisi trarremo i criteri e le regole in base a come si sono modificate le abitudini preesistenti. Alla fine, si dovrà trovare, comunque, un nuovo modello, più equilibrato, in cui vi sia meno sperpero e capace soprattutto di rinnovare il sistema produttivo e di consumo. La società per essere comunità deve per forza di cose essere governata con principi, ideali e valori, altrimenti vive la propria quotidianità solo sul pragmatismo, sullo spontaneismo e sulle individualità una contro l’altra, armate. In una fase come questa, di cui ancora non si intravede la fine e non si ha coscienza della dimensione dei costi sociali della crisi in atto, bisognerebbe essere in grado di fare sistema e di valutare, in un ambito, come già sostenevo, che travalichi la singola provincia e il singolo Stato, non solo quali siano gli interventi efficaci per fermare la crisi, ma anche come ricostruire le premesse di una società democratica in cui la ricerca del benessere reale si basi su di un rinnovato modello economico e sociale. Si torna a parlare di regole e di intervento dello stato in economia, ma – ci chiediamo - sulla base di quale riferimento politico economico verranno fatte queste scelte, visto che i due modelli precedenti, sia quello del centralismo e della programmazione di origine comunista, sia quello del liberismo senza regole del turbo-capitalismo, anche se con motivazioni diverse, sono stati messi in crisi.
Certo qualcuno potrebbe ritenere anche “nostalgiche” e/o fuori del tempo queste considerazioni, quasi non si fosse capaci di leggere le profonde trasformazioni sociali prodotte dal consumismo e dalla cultura di massa di bisogni populistici, ma il problema sta tutto qui: di fronte a tanti disvalori, messi in moto nella nostra società in questi ultimi quindici anni è possibile ancora recuperare una battaglia ideale e valoriale o ormai questa è persa per sempre? Ricreare una cultura di idee che sia sostenuta dalla partecipazione dei cittadini attraverso strutture politiche e sociali caratterizzate dal proprio retroterra valoriale, fatto di tradizione (il proprio dna) e modernità (fatto di pragmatismo) a cui potersi ancorare e far battaglie politiche con il fine però di costruire un modello di società coeso e solidale. Sarebbe suicida, oggi, per uscire da questa situazione riproporre il modello socioeconomico anglo-americano, né tanto meno potremmo fare riferimento a modelli orientali. Dobbiamo cercare nella storia del vecchio continente quei riferimenti necessari a ricreare un modello sociale equo e solidale.
E’ vero che, l’insinuarsi della logica liberista ha tolto alle persone ogni carica ideale, cioè l'esigenza di riconoscersi in un ideale di vita positivo, umanistico ossia di far riferimento a valori sociali e non solo individuali e utilitaristici. Ma, è anche vero che, storicamente, le istanze di trasformazione della società sono avvenute proprio, quando il capitalismo sembrava aver definitivamente distrutto ogni carica ideale, questo perché nessuna struttura sociale ha il potere di distruggere una tradizione di solidarietà, senza alimentare un'altrettanto grande esigenza di liberazione. L'unico modo con cui il moderno liberismo potrebbe impedire che l'esigenza di giustizia sociale si concretizzi in un'esperienza politica è garantire uno standard di vita sufficientemente elevato e fino ad oggi, nell'area occidentale, ciò è riuscito, almeno fino a qualche tempo fa. Tuttavia oggi, i diritti sociali, sempre più ridotti dall’ingordigia capitalista ammantatasi della logica delle compatibilità macroeconomiche, stanno assumendo nei singoli sempre maggiore importanza.
Allora bisogna assumersi il compito di rendere coscienti i nostri concittadini che le contraddizioni, insite nel liberismo, vanno superate prima ch'esse abbiano prodotto condizionamenti tali da rendere molto difficile qualunque cambiamento e quindi senza aspettare che la gente non ne possa più, cioè aspettare passivamente l'acuirsi della crisi. Il compromesso, l’etica, il laicismo, il proporre, la democrazia della partecipazione, il rispetto dell’altrui pensiero, sono tutti principi della storia del riformismo e del laicismo che hanno prodotto modelli di società in cui i principi di uguaglianza, di solidarietà e di coesione sociale hanno affermato la centralità della persona. Il trinomio forte su cui si è costruita, almeno in Europa, un modello di società coesa e solidale è stato: uguaglianza, fratellanza, libertà. Da lì si deve ripartire e questi valori devono orientare la ricostruzione politico-economica della nuova società uscita dalla crisi. Il sindacato e la Uil, in particolare, per i suoi connotati di organizzazione laica e socialista può fare tanto, dipende solo da noi.
Da: Lavoro Italiano, gennaio 2010