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IL FATTO

Sulle ali della Libertà

Di Antonio Foccillo

In questi giorni di grandi cambiamenti nel mondo arabo del Nord Africa, mi sono venuti alla mente i grandi sconvolgimenti nell’Est Europeo ed, in particolare, nell’intero impero sovietico. Anche allora i sentimenti che si vivevano erano simili. Grandi aneliti di libertà e democrazia, da un lato, e, dall’altro, masse che si ribellavano ai regimi dittatoriali con enormi sacrifici, compresa la vita, per aspirare all’autodeterminazione e alla democrazia. Anche allora bisognava prima capire quali erano stati i motivi che avevano portato a quelle rivoluzioni di popolo, inimmaginabili, e, poi, cercare di valutare i rischi di quella esplosione che metteva in discussione la stabilità e, soprattutto, cercare di valutare in che modo aiutare le nuove istituzioni. Voglio ricordare cosa scriveva in quel momento, l’allora segretario della Uil, Giorgio Benvenuto1: “Il mondo è attraversato da un fenomeno chiamato dagli esperti globalizzazione, reso più rapido dall’avvento dell’informatica e dalle trasmissioni via satellite, verso cui si cammina a passo crescente: questo processo – tanto lontano e vicino alla vecchia concezione di polis – considera il mondo intero come un unico villaggio. In questo “villaggio globale” i processi messi in atto hanno una immediata ripercussione su altri: come quando un sasso viene gettato in un lago, provocando onde che si trasmettano inevitabilmente su tutto lo specchio d’acqua.” E per quanto riguarda il fenomeno dell’immigrazione: “ …la quota in Italia di immigrati extra comunitari supera ormai la cifra di duemilioni di persone (tra legali e clandestini). Nel duemila potrebbero essere dal 15 al 20% della popolazione italiana… E’ questo l’intreccio dei problemi caratteristico del villaggio globale: non si tratta solo di dare rappresentanza, a questi nuovi cittadini italiani, non si tratta solo di garantire loro un livello di vita dignitoso, non ritratta solo di combattere il rischio di nuovo razzismo, frutto dell’ignoranza ma anche delle colpevoli assenze dello Stato su questo problema; si tratta anche di capirne le implicazioni globali….” Eravamo nel 1989. Il problema è, oggi come allora, dato che vi sono molte analogie, di fronte ai cambiamenti che avvengono così rapidamente e in modo grandioso e positivo, non farsi cogliere tutti impreparati. Infatti, passata l’euforia della conquista della libertà, della eventuale democrazia, della scoperta altrettanto eventuale del pluralismo, quanti e quali problemi si frapporranno al futuro felice di quelle popolazioni, prima di raggiungere un certo livello di benessere. Il primo problema è relativo a chi governerà la stabilità di questi cambiamenti. Gli antichi regimi, alcuni molto violenti altri meno, comunque favorivano una certa stabilità ed un equilibrio che si è rotto, sia dal punto di vista religioso che dal punto di vista della distribuzione delle fonti energetiche. Troppo veloce è stata la svolta. Sembra che tutti fossero in attesa di un avvio, di una spinta a muoversi verso un futuro diverso e, soprattutto, democratico. Si riuscirà a far convivere questo anelito di democrazia e libertà con le future difficoltà, quando poi si dovrà gestire la distribuzione della ricchezza e far uscire della povertà intere generazioni. Certamente fra gli stessi paesi non vi sono situazioni tutte uguali. Fra Tunisia, Egitto e Libia le realtà sono diversificate sia sul piano dello sviluppo sia sul piano della ricchezza e della povertà, ma anche sul piano della libertà e del progresso sociale. Ma nella fase di transizione la domanda che l’occidente si deve fare non è tanto sulle diversità, ma su questi nuovi eventi come e quanto inciderà il fondamentalismo islamico e quanto invece sarà l’influsso delle democrazie occidentali e dei loro sistemi economici e sociali sul loro futuro modello di stato? Il secondo problema riguarda la quantità di persone che tenteranno la via dell’immigrazione? Infatti, in questi giorni stiamo già assistendo ad un flusso ampio e non coordinato. Tutto ciò se non ci sarà una soluzione governata dell’intera Europa, ma sarà lasciata alla gestione del singolo Stato potrà determinare gravi riflessi sull’ordine pubblico e sulla economia di quel Paese. Non ci possono essere egoismi, né si possono lasciare al fato le persone che aspirano a vivere diversamente, altrimenti si potrà generare come in passato anche forme di razzismo da parte di chi vive questa situazione come un ulteriore forma di degrado e di dumping nel mercato del lavoro. Il terzo problema è come cambierà lo scacchiere internazionale sul piano economico se gli approvvigionamenti delle fonti energetiche saranno gestiti con un’ottica diversa del passato e magari con costi esagerati? Tutto questo potrà incidere sulla già difficile crisi economica mondiale, cosa che sta gia avvenendo con un aumento smodato delle materie prime energetiche con conseguenze molto forti sul piano dello stesso costo della vita e dell’inflazione. Infine, l’ultimo problema riguarda il futuro degli investimenti in quei paesi delle aziende nostre che sono costrette a chiudere temporaneamente o definitivamente e quanto sarà ancora disponibile dei loro investimenti in importanti aziende europee ed italiane in particolare? Come questo inciderà nelle prospettive future di queste aziende sul piano produttivo, economico e sociale? Sono tutti quesiti che si dovranno porre i governanti del mondo occidentale ed in particolare Europeo e Italiano. Bisognerà evitare che singolarmente ci si muova con l’ottica dell’aiuto immediato per un ristorno egoistico per il proprio paese. Nello stesso tempo si deve evitare che questi stati precipitino in una situazione di fondamentalismo esasperato, ma anche di istituzioni troppo gracili che dovranno gestire una fase di acceso pluralismo senza autorevoli maggioranze e soprattutto senza coesione fra loro. La caduta dei regimi che rappresenta un fatto positivo, poiché facilita l’abbattimento di steccati storici e consente un’accresciuta articolazione delle opinioni, non deve tradursi in una spinta all’isolamento. In molti casi precedenti la crescita della ricchezza ha spesso accentuato le spinte corporative ed esaltato modelli consumistici a scapito della solidarietà. E’ vero che troppo velocemente sono successi e susseguiti questi eventi, tanto da cogliere di sorpresa un po’ tutti e ancora non si può dare per scontato che tutto è risolto ed il più è fatto. Troppe ancora le incognite e le incertezze. Ma è adesso che bisogna partire per valutare il da farsi. Scrive Predrag Matvejec2, facendo un’analogia con la rivoluzione in Jugoslavia: “Viene presto, forse troppo presto, il momento in cui le utopie e i messianismi trovano il loro unico posto tra gli accessori di un percorso incompiuto, irrecuperabile o almeno in parte – ahimè – inutile…” “… sarebbe utile ai paesi oggi risorti nelle piazze pubbliche trovare e definire quanto prima un progetto positivo e comune, suscettibile di sviluppo e portatore di democrazia.” Purtroppo, ancora una volta, in un momento che può diventare storico, l’azione che l’Europa ha scelto è quella di percorrere la strada del piccolo cabotaggio, senza avere una linea politica unica. E’ vero che fatti così eclatanti e sconvolgenti sullo scacchiere internazionale possono aprire nuove opportunità se si creano sinergie e interscambi per favorire la ripresa in quei paesi coinvolti dalla voglia di libertà, e garantire un “nuovo” benessere e nuove opportunità. Ma proprio perché questa fase è troppo importante non può accadere che singoli paesi agiscano, ma deve essere coinvolta ed operosa tutta l’Europa – con le sue istituzioni - e tutto l’occidente. Anche il sindacato italiano ed europeo possono collaborare in questo processo di rinnovamento degli stessi sindacati di quei paesi che si dovranno confrontare con il nuovo corso e con nuove funzioni. Infatti, sia coloro che nelle vecchie istituzioni sindacali, che saranno investiti chi più e chi meno dal nuovo corso, e che andranno alla ricerca di un nuovo ruolo, sia gli embrioni di sindacati nuovi che nasceranno avranno un bisogno di aiuto per attrezzarsi per diventare interlocutori e forze sociali autonome. Sempre Benvenuto sosteneva nel 19903: “Noi dobbiamo aiutare i popoli del post comunismo (N.d.R. allora) a far emergere e poi lasciare respirare e crescere le loro forme di società civile. La nascita e la crescita di un sistema sociale veramente libero e la condizione di base per la formazione di sindacati moderni e veramente rappresentativi…” “…e dovremo costruire un tessuto di rapporti internazionali per opporre strategie comuni allo strapotere delle imprese multinazionali che vedono in quei paesi un mercato immenso di consumatori, ma anche un enorme mercato del lavoro a costi ridicolamente bassi.” Questo vale anche oggi. Non si può imporre, con l’idea di esportare la democrazia, un modello di vita economica e sociale ma, tutti insieme, dobbiamo evitare che la speculazione possa, sulla base di modelli non ancora compiuti, imporre le sue regole e le sue logiche. Agostino d’Ippona4 sosteneva: “non gli edifici, né le mura, né i baluardi costituiscono la città, ma la gente che in forza della verità, vive in operatività solidale e reciproca fiducia”.

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Note:

1 Polis Internazionale (la rivista di politica internazionale della Uil, n°1 ottobre 1989). Editoriale di G. Benvenuto dal titolo Polis = un mondo diverso: una sfida per le nostre idee, per i nostri mezzi.

2 Predrag Matvejec, scrittore e accademico bosniaco, su La Repubblica del 24.2.2011, articolo dal titolo: “Il rischio e l’utopia”.

3 Polis internazionale luglio 1990 articolo dal titolo “la transizione democratica nell’Europa centrale ed orientale”

4 Agostino d’Ippona: filosofo, vescovo e teologo romano. E’ conosciuto semplicemente come Sant’Agostino.

Da: Lavoro Italiano, febbraio 2011

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