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EDITORIALI

E' un problema sociale

di Antonio Foccillo

Lavoro Italiano, febbraio 2007

Le vicende che hanno riguardato la partita fra Catania e Palermo, con le relative violenze e l’uccisione di Raciti da parte di una teppaglia di giovani, hanno appassionato un notevole numero di commentatori ed hanno prodotto un intervento del Governo, che ha inasprito le pene per coloro i quali svolgono tali azioni.

Il dibattito politico, sportivo e mediatico attiene alle contaminazioni fra calcio e queste bande fomentatrici di un clima di tensione che soprattutto si rivolge all’aggressione alle forze dell’ordine e sta provocando negli stadi paura e abbandono delle persone c.d. "per bene".

La domanda che vorremo porre è questo solo un problema che riguarda il calcio o dietro la continua violenza non ci siano problemi più importanti che, toccano la società in quanto tale?

Quelle immagini di scontri sempre più violenti hanno portato alla mente, quelli degli anni 70‑80 a Milano, che ho vissuti da dirigente sindacale spettatore.

Vi era la stessa cattiveria e le stesse forme di ribellione contro i poliziotti, individuati come servitori di uno Stato padrone e repressivo. Ma soprattutto vi era la voglia di testimoniare, in modo sbagliato, la propria soggettività in una società che tendeva ad escludere il disagio giovanile.

Certo quei giovani, spinti da cattivi maestri e da false ideologie hanno poi alzato il tiro con violenze contro militanti politici della estrema destra o della estrema sinistra, costituendo i prodromi di un fenomeno più grave, quale il terrorismo.      

 Mi ricordo ancora una foto di un settimanale, che, in prima pagina, mostrava due giovani con il volto coperto da un passamontagna scappare, ma in mano avevano una pistola per sparare.

Nacque così la falsa ideologia della P38 e lo slogan di combattere lo stato con la barbarie e con lo scontro armato.

In tutto questo, se sbagliato, come è riconosciuto anche dagli stessi che parteciparono alle bande armate, vi era uno scontro essenzialmente, ideologico. Si contrapponevano due visioni della società, quella della destra estrema e quella della sinistra estrema e, nel delirio terrorista si voleva cambiare l’ordinamento costituzionale con la guerriglia e con le uccisioni di tanti servitori dello stato, di professori universitari, manager di aziende, sindacalisti, di uomini politici e si dava forza ad un disegno perverso di "falsa rivoluzione", che comunque trovava terreno fertile, nell’ambito del disagio giovanile e sociale, con tanti impegnati nella lotta armata clandestina e con una serie di fiancheggiatori.

 Erano altri tempi e pensavamo di aver debellato per sempre quel rischio e quelle passate errate passioni.

Oggi, invece, è nato un nuovo disagio che non è solo giovanile che, già da qualche anno, è frutto di cambiamenti sociali in atto che vanno analizzati per poter rispondere non solo con la repressione in un campo di calcio.

Oggi si va sempre più affermando l’uomo caratterizzato da una vocazione autoaffermativa illimitata, nella quale si affievolisce sempre più ogni tensione etica, ogni disponibilità al fatto e all’intesa. Perciò al sentimento della propria onnipotenza si unisce al sentimento della propria onnipotenza si unisce la percezione del proprio vuoto e della propria debolezza.

 "Esso ‑ dice Elena Pulcini1 in lo io globale: crisi del legame sociale e nuove forme di solidarietà si ritrae in una solitudine, che lo separa dall’altro ma senza isolarlo dal mondo, che anzi egli tende ad usare come pura arena di una narcisiaca autorealizzazione"

Questo individuo "appare in prima istanza estremo più che ostile all’altro" (Lipovetski).   

Troppi in questi anni hanno lavorato per distruggere la cultura del dialogo e del rispetto dell’altro ed hanno enfatizzato le difficoltà delle istituzioni tutte, mettendone in risalto soltanto gli errori e, così facendo, hanno delegittimato qualsiasi elemento di partecipazione democratica e i rappresentanti delle istituzione stesse.

Quanto odio si è sparso fra le diverse fazioni, criminalizzando l’altro e da tifoso giustificando il proprio operare.

Il mondo del lavoro è sempre più pervaso da contratti flessibili e instabili; nella società si inaridito qualsiasi elemento valoriale, le stesse "ideologie" o idealità sono state considerate frutto del passato e da superare; i partiti hanno eliminato i tratti distintivi della loro diversità ed hanno accentuato l’appartenenza, puntando sul leaderismo e cambiando finanche le denominazioni dei partiti inserendo nel simbolo il cognome del loro segretario; si è puntato sempre più sull’apparire che sull’essere, basti pensare ad un fiorire di trasmissioni televisive in cui tutti cercano di testimoniare il loro io, più in modo edonistico che per le reali capacità culturali e professionali; molti programmi televisivi, inoltre, per aumentare l’audience hanno puntato sulla scurrilità, sulla violenza verbale, e sull’utilizzo del corpo come forma di attrazione; tantissime ore del giorno si trascorrono davanti alla televisione la cui programmazione è la dimostrazione di una società violenta e poco educata.

Questi fenomeni hanno toccato tutti i campi e non poteva che creare sconcerto e incertezza nei giovani, soprattutto in quelli più deboli che si stanno formando, creando crisi di identità, falsi miti, in una mancanza di certezza verso il domani ed una sfiducia verso tutto e tutti.

La stessa loro endogena aggressività, insita proprio nei giovani, non è potuta sfociare in nessuna partecipazione sociale e politica e sono privi, nella stragrande maggioranza di esempi e autorità morali ed etici.

Ecco allora che nascono nuovi fenomeni, dalla bulimia, all’aumento delle droghe sempre più distruttive; dalla incapacità di dialogo, allo scontro puro e semplice, dal degrado sociale, all’incertezza nel lavoro e del lavoro, dalla violenza sessuale che tocca sempre più giovani, alle estremizzazioni dei conflitti.

Si rischia, di dar sfogo solo allo sbando, perchè ogni ragazzo o ragazza ha una speranza frustrata, un sogno che non si realizza ed un’ambizione non soddisfatta ed allora cerca un’identità in un gruppo o clan, dove per essere ammesso si è sottoposti a prove od umiliazioni di tutti i tipi per attestare l’accettazione delle regole e del capo.

L’entrare è legato al superamento della prova, ma una volta entrato devi dimostrare di esserne degno e allora ti si chiede sempre di più. Oltretutto vi è una rincorsa a fare cose eclatanti per dimostrare che puoi diventare un capo ed essere rispettato.

Per fortuna vi sono giovani e sono numerosissimi che dedicano la loro attività al volontariato, giovani che, pur nella giungla, si dedicano agli studi e all’impegno civile e democratico, ma nonostante ciò ci dobbiamo fare carico del disagio. Allora di fronte a questi fenomeni negativi bisogna interrogarsi e vedere come ricreare condizioni diverse a partire dalla famiglia, dalla scuola, dalla politica al sindacato, dalla chiesa all’associazionismo.

Non dobbiamo far vincere la violenza, fornendo loro in prima istanza esempi positivi e soprattutto facendo noi adulti un esame di coscienza per valutare dove dobbiamo correggere e dove dobbiamo intervenire, superando le nostre frustrazioni, che pure ci sono, e ritornando a creare un’immagine della società diversa e più coinvolgente.

I giovani debbono ritrovare esempi e valori, strumenti di partecipazione e di educazione civica e morale, partendo dal fornire loro educazione e rispetto, tolleranza e dialogo.

Dobbiamo farli sentire importanti anche nelle piccole cose. Dimostrando che il futuro spesso non è come ci è dipinto, ma come noi siamo in grado di costruirlo.

Questa società è diventata opulenta, libera, democratica e in grado di tutelare diritti e prerogative grazie a tanti umili personaggi che hanno sacrificato la loro vita, il loro tempo libero, il loro benessere momentaneo e, a volte, la propria famiglia, per costruire un domani migliore per i propri figli.    

Niente è conquistato per sempre, i sacrifici debbono continuare per difendere quello che abbiamo di positivo e i giovani, con le loro individualità, con il loro impegno e con la loro partecipazione debbono essere educati a proseguire queste battaglie di civiltà e la loro aggressività, la loro passione e il loro impegno si deve indirizzare a migliorare le condizioni di vita e di civiltà del nostro mondo.

Tante cose dipendono proprio da loro; non possiamo permettere di sprecare o la loro vita perchè noi tutti, abbiamo bisogno di loro.

Se così non fosse ogni possibile scenario sostenibile di socialità e di convivenza politica è cancellato da questo io edonista e narcisista la cui natura atomistica mette in crisi le fondamenta delle attuali società.

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1 Filosofia sociale Università di Firenze
* L’articolo è stato preparato prima del 12/2/2007

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