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EDITORIALI

Un modello di società più giusto e più equo è ancora possibile

Di Antonio Foccillo

Ancora una volta l’opinione pubblica è sconvolta da fatti di violenza che coinvolgono giovani. Ancora una volta si torna a parlare di crisi dei valori. Episodi diversi, crimini privati e crimini collettivi, sono comunque testimoni di una nuova ondata di tensione che sale nella società. Diversi osservatori lanciano allarmi (non ultimi tre presidi di tre Licei romani che denunciano il clima di tensione e di esasperazione che si sta vivendo nelle scuole) e si genera una sensazione di insicurezza pericolosa per i risvolti che può determinare. Proviamo ad analizzare alcuni aspetti di questi episodi di violenza. Non è possibile, ritengo, tracciare un quadro esaustivo su tutti i più recenti fatti di cronaca. È possibile, invece, affermare che tra i giovani italiani si diffonde da tempo una tendenza verso posizioni conflittuali con esasperazioni antidemocratiche, quando si attaccano le istituzioni con vere e propri atti di guerriglia.

Non si parla della maggioranza dei giovani, ma si parla comunque di settori ampli e dalla ben definita visibilità. Costoro sono, del resto, alla ricerca costante della visibilità e spesso, attraverso lo strumento calcistico, la ottengono a buon mercato. Le forze dell’ordine, da tempo, hanno studiato il fenomeno del tifo ultras ed hanno chiarito che migliaia di giovani sono spesso strumentalizzati da esponenti dell’estremismo, in più casi dei veri e propri leader eversivi. Il fatto che estremisti cerchino di reclutare giovani è normale. Il fatto che però lascia perplessi è che riescano a farlo abbastanza agevolmente. Come è stato possibile che la generazione che voleva cambiare il mondo, che voleva la fine della guerra del Vietnam e la pace nel mondo, abbia partorito la generazione degli ultras e del cinismo?

Ecco che torna il discorso sulla crisi dei valori. Proviamo a vedere da dove viene questa crisi. La nostra società credeva di aver raggiunto il suo scopo: essere la società perfetta, la democrazia occidentale che rispetta le libertà e sconfigge storicamente il dispotismo orientale, incarnato dall’ex Urss. A quel punto l’Europa, non solo l’Italia, è stata oggetto di una ventata di riforme economiche. Ormai lo spauracchio rosso non c’era più. Ormai la storia era finita e la globalizzazione avanzava. Ormai i lavoratori dovevano cominciare a cedere, pian piano, tutte quelle conquiste che non erano più compatibili nel nuovo scenario internazionale. Flessibilità! Efficienza! Privatizzazioni! Che c’entrano? C’entrano eccome. I nostri giovani sono stati investiti da una quantità di messaggi che li mettevano costantemente in competizione tra loro, peraltro senza dotarli dei reali strumenti per poter al limite effettivamente competere ad armi pari. Mi riferisco a strumenti culturali. Si è verificato un insieme tragico di circostanze e volontà anche diverse tra loro, che però alla fine hanno prodotto l’unico risultato possibile: il tradimento di una generazione. I nostri giovani, lo ripeto, per fortuna non tutti, sono stati portati a fare i conti con un sistema ultracompetitivo, selettivo, che non da certezze e che crea sfiducia e rassegnazione. Le immagini proposte dalla pubblicità e dai mass media in generale danno l’illusione di una vita senza problemi e piena di ricchezza e felicità, mentre poi la realtà è molto più dura e allora, non essendo preparati non resta loro che trovare rifugio in altri valori più distruttivi. È triste doverlo dire, ma autorevoli pensatori queste le cose le hanno affermate mentre e forse anche un momento prima che si verificassero in forma evidente. Le critiche alla società capitalista sono state lette, infatti, come arcaici residui di marxismo da cancellare. In realtà dei principi sono da salvare, anzi da recuperare proprio nell’ottica di una nuova società, che senza scivolare nel passato che non ci appartiene (e non ci interessa) sappia, però disegnare una possibile alternativa che attragga innanzitutto i giovani. Come vogliamo, altrimenti, distoglierli da questa alienante realtà che vivono? Non è il caso di articolare eccessivamente le critiche alla società dei consumi e alle inevitabili conseguenze sociali che comporta, poiché tutti le abbiamo lette. Il problema è che tutti le abbiamo lette e, poi, abbiamo fatto finta di nulla. Ci siamo cioè lasciati cullare dall’illusione della libertà, di poter scegliere tutto, quando non possiamo più scegliere niente. Il neoliberismo è riuscito nella sua missione. Ha fatto sì che l’economia di mercato sostituisse la politica nelle decisioni collettive, riducendo quasi al minimo (per non dire annullando) i livelli di partecipazione democratica dei cittadini. Su tutti i livelli abbiamo assistito a questo processo. È questa la globalizzazione e il mondo del lavoro risulta essere la parte più debole della società. Il capitale è tornato ad essere l’unico valore, il lavoro, anzi il lavoratore, deve competere. Con chi? Con l’altro lavoratore, e quale lavoratore può competere meglio se non con quello senza diritti a poco professionalizzato che a volte è anche l’immigrato? Ecco allora che sfruttando il potenziale umano dei paesi in via di sviluppo è favorita una crescente immigrazione clandestina. Due sono gli obiettivi di questa politica della migrazione clandestina: addomesticare il mercato del lavoro e, contemporaneamente, favorire l’introduzione di politiche neoautoritarie che mettono in discussione tutti i livelli di garanzie conquistate negli anni. La realtà dei fatti ci dice che, effettivamente, molti cittadini stranieri sono protagonisti di efferati delitti. Ciò spinge una consistente parte di cittadini italiani, spesso i più giovani, verso posizioni estremiste e razziste, magari anche perchè messi fuori gioco dalla competizione sul mercato del lavoro per opera di altri cittadini stranieri, venuti qua a lavorare onestamente, ma sotto costo, sfruttati da cittadini italiani che puntano alla competitività e non possono perdere tempo con i diritti del lavoro. I nostri giovani hanno studiato in scuole dove prima si è voluto far passare l’idea che lo studio fosse qualcosa di non faticoso (chi non ricorda il 6 politico), poi sono stati messi in competizione e hanno ascoltato una nuova parola: meritocrazia. Sul merito il discorso è complesso. Chi non è a favore di premiare il meritevole? Nessuno, lo dice anche la Costituzione. Il problema è che il merito deriva dalla possibilità di costruirsi un proprio bagaglio culturale e per far sì che tutti se lo possano costruire sono necessarie le famose pari opportunità. Quanto sono lontani i tempi della riforma della scuola media, dove furono unificati l’avviamento e la scuola media, proprio per dare pari opportunità a tutti e non continuare a dividere in due ceti la società. Era una società che diventava inclusiva in quanto non permetteva più che il figlio dell’operaio fosse destinato automaticamente all’avviamento professionale ed il figlio del manager o dell’impiegato fosse indirizzato alla scuola umanistica. Oggi invece si propongono addirittura tagli alla scuola pubblica! Proprio per far diminuire le pari opportunità e premiare il merito di pochi, ben selezionati giovani, lasciando gli altri per strada, emarginati poiché non meritevoli e poiché non essendo immigrati non possono neanche competere per occupare l’ultima fascia del mondo del lavoro, quella che secondo alcuni non esiste più. Invece esiste ancora e continua a produrre tanta ricchezza, accumulata sempre da chi invoca la flessibilità e l’efficienza, che poi significano – nella loro testa – assenza di diritti del lavoro. (Basta leggere l’ultimo libro di Gallino “Il lavoro non è una merce- contro la flessibilità”, per rendersene conto. Egli, infatti “si pone contro l’onda montante del pensiero unico che spinge verso la flessibilizzazione del lavoro, ma denunciando anche i costi oggi individuali e domani sociali, di una precarizzazione cosi diffusa... che può determinare una società disarticolata esposta anche sul versante della tenuta delle istituzioni democratiche…” 1). A questi giovani lasciati per strada, senza una sufficiente costruzione culturale e senza una possibile alternativa di società, si rivolgono gli estremisti. Lo fanno nelle curve degli stadi, ma non solo. Sfruttano la guerra tra poveri e gli episodi di cronaca nera. Armano così un potenziale esercito antidemocratico che ripete slogan ben noti, senza conoscere neanche i fatti cui si riferiscono. La crisi dei valori, dunque, appare funzionale allo sviluppo di un modello di società, quello neoliberista, che non ha bisogno di cittadini dallo spirito critico, ma di cittadini illusi. Illusi di essere liberi e meritevoli, anche quando non lo sono, che individuano il nemico sempre in chi è il suo competitore. Cosa fare per provare a cambiare le cose? Non si deve assolutamente accettare la logica neoliberista come la verità assoluta, anche perché non esiste mai una verità assoluta, ma solo relativa. Oggi la politica neoliberista è alla base di tutto. Se i giovani invece di lottare per una nuova società, più giusta e democratica, sono involuti come abbiamo visto è perché, in gran parte, non vedono la possibilità di cambiarla la società. E non è colpa dei giovani. È colpa di chi non sa pensare ad un modello di società differente ed accetta supinamente questo modello, anche quando non appartiene alla propria cultura. Mi riferisco ovviamente anche a larga parte della sinistra, non solo italiana. È la sinistra che ha accettato i principi del neoliberismo che è una vera e propria ideologia, di destra. Far finta che non sia così vuol dire continuare ad illudersi e ad illudere anche i giovani. Ma poi non ci si può meravigliare della crisi dei valori. Il mercato, se lasciato libero, determina sempre vincitori e sconfitti. E vince sempre il più forte, mentre perde il più debole.

Il sindacato deve continuare a contrastare questa logica, anzi deve rilanciare un modello di società differente: inclusiva e non esclusiva, solidale fra le generazioni e fra i diversi soggetti, che premi il merito, ma dopo aver dato a tutti pari opportunità, dove si salvaguardino i diritti e le tutele dove il valore lavoro ritorni ad essere il vero valore della Repubblica o almeno alla pari all’importanza del valore capitale. I lavoratori devono diventare sempre più consapevoli di questa realtà, anche perché la politica continua a giocare sulle illusioni e non affronta il discorso sul modello di società. È una sfida ambiziosa, ma è anche l’unica possibilità per disegnarsi un futuro di sviluppo e di crescita anche democratica e non scivolare nell’arroccamento, a difesa di qualcosa che di giorno in giorno viene meno, per ridare spazio alla militanza e soprattutto attraverso la partecipazione democratica riappropriarsi del loro futuro e di quello dei loro figli.

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Note:

1. Massimo Riva “Sulla flessibilità si gioca la democrazia” su La Repubblica del 20 novembre 2007

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