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EDITORIALI

Un anno migliore?

Di Antonio Foccillo

Si chiude un 2009 che ricorderemo come uno dei più difficili dell’era moderna: è stato l’anno della più grande depressione delle economie mondiali, che ha messo in ginocchio moltissimi santuari dell’economia finanziaria. E’ stato l’anno della recessione, delle crisi finanziarie che si sono poi riflesse sulle economie produttive e della caduta di credibilità degli organismi internazionali. Il mondo del lavoro dipendente ha sofferto un disagio molto forte soprattutto sul piano dell’occupazione, ma anche della tutela del potere d’acquisto dei redditi.

In Italia ne ha risentito e ne è rimasto coinvolto lo stesso dibattito politico, che oltretutto di suo è stato sempre più conflittuale, con estremismi parolai che hanno ulteriormente ridotto la credibilità delle nostre istituzioni e la loro autorevolezza etica e morale, dividendo il paese, la politica e i cittadini. L’escalation ha prodotto intolleranza e violenza fino all’obbrobrioso attacco al premier Berlusconi. La violenza non ha giustificazione e da qualunque parte viene va condannata con fermezza e determinazione.

La nostra situazione sociale è in forte difficoltà: è aumentata la povertà, l’emarginazione e molte famiglie di lavoratori e pensionati non riescono ad arrivare alla fine del mese. Tutto ciò non ha fatto nient’altro che alimentare un senso di profondo disagio, intriso di pessimismo, che lega il 2009 al 2010. Come si può spezzare questo filo e prospettare un anno diverso? Una ripresa della credibilità delle relazioni sindacali è essenziale per riavviare un circuito positivo, nel quale deve entrare anche il valore aggiunto di adeguati e rapidi rinnovi contrattuali, che ridiano fiducia alle famiglie e ricreino condizioni di benessere diffuso. Abbiamo più volte approfondito le criticità di un modello di economia di mercato neoliberista, che ha sostanzialmente condotto la nostra società e non solo la nostra, a questa realtà. Abbiamo già avviato una discussione in vista del nostro Congresso di marzo. Ci troviamo, dunque, di fronte a momenti importanti. E’ essenziale porre subito dei punti fermi sui quali costringere finalmente anche la politica a riflettere, dal nostro punto di vista sindacale. Dobbiamo, in altre parole, essere capaci di lanciare nuove prospettive di sviluppo, in un contesto dove da troppo tempo sono solo gli estremismi a far sentire la loro demagogica voce. La nostra responsabilità deve essere quella di rivendicare un modello di sviluppo disegnato su diritti e regole ben chiare. Regole che provengono dal riconoscimento di un’autorità etica, prodotto di un confronto collettivo e non di scelte unilaterali. Diritti che sanciscono conquiste di civiltà, che permettono lo sviluppo competitivo e sostenibile senza per questo scivolare nell’assistenzialismo e nello spreco delle risorse pubbliche. Il nuovo anno ci potrà dare subito un segnale positivo se si riusciranno a concludere le tante vertenze contrattuali in atto. Ma le prospettive non possono ridursi solo a queste prime fasi, il nostro Paese ha bisogno di una ripresa di fiducia e di un ripresa pragmatica della capacità dello Stato di coordinare e garantire le dinamiche economiche e sociali.

Spesso avviene che alcuni slogan vengono lanciati e subito diventano dei tormentoni: siamo abituati a quelli di un sistema di comunicazione sempre più omogeneizzante e pervasivo, un po’ meno a quelli molto più subdoli di un sistema di potere transnazionale che da tempo sostiene la fine dello Stato nazione. Ma quale credibilità avrebbe l’alternativa cioè quale istituzione inesistente può sostituirlo? La povertà intellettuale anche del dibattito politico conduce all’appiattimento su frasi fatte, ripetute in modo automatico ed inconsapevole e rende poi concreto anche ciò che non lo è. Gli Stati esistono ancora. Gli Stati sono, in realtà, oggetto di una graduale e complessa operazione che ha portato alla modifica dal primato della politica a quello dell’economia. Questo sistema – che in definitiva è considerato il sistema capitalistico avanzato – tende strutturalmente a sostituire nel governo della cosa pubblica, la politica tradizionale. Ciò è avvenuto ed avviene in modo diverso nei vari paesi. Se nei paesi del terzo mondo può essere una rivoluzione cruenta a sancire la sostituzione, in realtà più sviluppate, può avvenire attraverso la cooptazione nella classe politica o la creazione di movimenti che si rifanno, più o meno demagogicamente, alla società civile e, rivendicando la fine delle ideologie, finiscono con il favorire l’imposizione dell’ideologia neoliberista.

Il sindacato rischia di diventare un soggetto anch’esso a rischio. Non è certo il caso di ripetere la vecchia litania pessimista sul futuro del sindacato, bensì quello di riflettere sul futuro di un’organizzazione che deve necessariamente modernizzarsi per poter avere un ruolo da protagonista. Infatti, il sindacato è da un lato a rischio, ma dall’altro è anche in una situazione di grandissima opportunità strategica altamente innovativa. Difatti, il modello neoliberista vede nel sindacato il suo principale rivale. I diritti e le regole diventano allora lacci e laccioli, come spesso si ripete, e una campagna di disinformazione porta a mettere in evidenza le presunte arretratezze del movimento sindacale di fronte alle “sfide della globalizzazione”. E siamo sempre lì: ci troviamo di fronte a tormentoni, purtroppo ripetuti a volte inconsapevolmente anche da chi costituisce il bersaglio di questa operazione mediatica che considera moderno o modernizzante tutto ciò che riduce le tutele. Operazione alla quale il sindacato deve rispondere opponendosi e rivendicando quel ruolo di guida strategica per un modello alternativo che la politica stenta a ritrovare. Un ruolo ambizioso, ma anche necessariamente da assumere. Una prospettiva di questo tipo richiede l’articolazione di una proposta sufficientemente competitiva, sul piano sociale oltre che su quello economico. Una proposta che deve essere chiaramente riconoscibile sul piano della democrazia, delle libertà civili e ovviamente anche economiche, ma che sappia costruire quel modello di regole e diritti indispensabili per la convivenza solidale e progressista di una comunità. Le tesi congressuali hanno costituito la base per una valida discussione all’interno dell’Organizzazione e per la proposizione esterna dei contenuti che emergeranno. Il nostro obiettivo deve essere quello di diventare una palestra per la classe dirigente di questo paese. Il sindacato è uno dei pochi luoghi dove si discute realmente e si elaborano idee sulla base di discussioni condivise, senza alienarsi nella virtualità che ha ormai preso il sopravvento. La criticità della virtualità, almeno dal punto di vista politico, è il rischio di involuzione democratico, che si coniuga perfettamente con il processo di sostituzione della politica. L’insieme delle due criticità comporta l’accentuazione della crisi di rappresentanza e quindi dello stesso modello di società. Proprio questa debolezza strutturale, derivante dalle crisi convergenti in atto, rende possibile una campagna mediatica volta alla dissoluzione di un modello che, invece, resta il più adatto a dare risposte compatibili in termini sia di equità sia di sviluppo. La capacità innovativa parte, innanzitutto, dalla sovversione dell’assioma regole e diritti uguale conservazione. Le proposte di nuove regole e nuovi diritti sono il modo più semplice per agire in questo senso. La ricerca di nuove proposte deve essere la nostra prospettiva per il 2009. Partendo, ad esempio dalla modernizzazione del mercato del lavoro che non deve significare abolizione di regole e diritti, per un precariato inaccettabile, bensì con la riproposizione di una flessibilità che deve essere finalizzata all’inserimento nel mondo del lavoro, con l’obiettivo successivo della stabilizzazione. Un dibattito approfondito e impostato sulla nostra tradizione laica e riformista ci consentirà poi di condurre, senza condizionamenti, una battaglia che deve per prima investire il sindacalismo confederale e poi il sistema politico.

Dobbiamo essere in grado di mettere a nudo le inevitabili e/o possibili contraddizioni che si verificheranno in ogni caso e quindi costringere la politica a confrontarsi con il nostro progetto. Un progetto che riconosce lo Stato nazione, sebbene integrato perfettamente nell’Unione europea, senza anacronismi ma con la consapevolezza dei livelli di governo che restano e che si moltiplicheranno senza per questo annullarsi mai. Un progetto che inquadra le realtà differenziate del nostro paese, sia geograficamente sia socialmente, in un’ottica di riequilibrio strutturale, al fine di una progressiva ripresa anche dell’economia, che non può prescindere più da un ruolo del pubblico, garanzia di pari opportunità e cemento della comunità. Un progetto che ci consenta di inserirci a pieno titolo nella comunità continentale e dia un contributo, anche di idee, originale che gli italiani non possono non dare. Un contributo per un modello di Europa sociale, che punti a fare del nostro un modello di riferimento alternativo, in particolare per i paesi in via di sviluppo che non vogliono finire nella rete della sovversione terrorista, ma che non possono più proseguire solo sulla via del neoliberismo senza regole. Ci sono dinamiche globali, a partire dai fenomeni migratori, che non possono essere trascurati da chi non vuole limitarsi a combattere il terrorismo internazionale, ma punta invece ad approfondire il dialogo, la pace e la tolleranza nel mondo. Ci sono già cambiamenti in atto, in direzione non sempre chiara e comprensibile, ma comunque testimonianza di un disagio collettivo che non può essere ignorato. È necessaria una proposta alternativa, non solo per l’Italia, e dobbiamo essere in grado di elaborarla con un confronto costruttivo e sereno, con lo sguardo volto al futuro. Un futuro dove una nuova politica concertata, intesa come tutela delle differenze, e una nuova prospettiva di sviluppo possano dare le risposte attese dai cittadini. Questo è il vero obiettivo del 2010.

Da: Lavoro Italiano, dicembre 2009

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