di Antonio Foccillo
Lavoro Italiano, dicembre 2006/gennaio 2007
Siamo, come ogni anno, arrivati a dover fare un bilancio del passato ed a presentare un progetto per il nuovo.
Ovviamente non si può partire che da una riflessione impegnativa sull'essere sindacato, sui suoi orizzonti ideologici e sulle due dimensioni progettuali.
Occorre prendere le mosse dall'attuale profilo del rapporto tra ruolo politico - sindacale e consenso popolare.
È evidente come tale rapporto abbia subito notevoli mutamenti nel corso di questi ultimi anni, la coesione che nel passato si presentava tra identità politica e identità sociale appare oggi sempre più logorata, tanto da distanziare l'intenzione rappresentativa e l'effettivo risultato di rappresentatività.
Il sindacato deve affrontare una strutturazione degli umori sociali che si fa poco disponibile ad egualitarismi e diffidente nei confronti di quei soggetti politici che dovrebbero identificare le aspettative e le aspirazioni.
Inoltre, non è ininfluente il processo di trasformazione degli equilibri organizzativi del sistema produttivo, sempre più preso da globalizzazione, delocalizzazione e da scarso investimento, affiancato dall'evolversi del ruolo dell'informazione all'interno delle dinamiche di costituzione degli interessi e delle composizioni delle forze economico- sociale.
Il consenso, nel suo dispiegarsi, passa, dunque, attraverso, l'orizzonte di elevata diversificazione strutturale, e quindi si forma, o non si forma, in stretta correlazione con l'ambito civile, istituzionale, politico ed economico che lo circonda
Per il sindacato si tratta di individuare la natura odierna del rapporto consensuale, perché suo scopo prioritario è appunto quello di raccogliere e produrre consenso.
Di fronte a ciò non si tratta di inventare solo un nuovo sindacato, come sostenevamo nel numero precedente della rivista, ma anche di approfondire, in relazione al nuovo, la natura storica del sindacato, che da sempre è quella di essere soggetto sociale, e quindi essere interlocutore nella società per la crescita e la garanzia del benessere.
Benessere che non deve essere inteso nella sola limitazione economica, anche se essa è ridiventata importante negli ultimi tempi, ma nel suo senso più sostanziale, cioè come soddisfazione complessiva della partecipazione alla vita sociale.
Questa partecipazione interessa l'integrazione di lavoro e non lavoro, vita pubblica e vita privata, tempo occupato e tempi libero, contribuzione economica e garanzia socio assistenziale.
In relazione a questa prospettiva occorre valutare il ruolo contrattuale del sindacato e la natura dei suoi odierni contesti di operatività.
Senza ripetere quanto è ormai consolidata nel sistema economico, appare evidente che una struttura del lavoro così diversa fra i diversi soggetti, se non ripresa in un ambito collettivo rischia di innescare processi di pericolo coorporativismo delle rivendicazioni.
A ciò si deve aggiungere l'affermarsi di una politica imprenditoriale di deregolamentazione, sia della garanzia istituzionale che delle legittimità negoziale del sindacato.
Quindi si impone una riflessione che disegni organicamente una politica contrattuale, capace di risultare, allo stesso tempo, complessiva dalle necessità diversificate e incisiva sulle scelte imprenditoriali ed economiche del paese.
Rispetto al CCNL si tratta riconsiderare la possibile funzione e validità, in relazione ai mutamenti avvenuti. Questo è ancora lo strumento indispensabile, attraverso il quale, orientare proprio le forze centrifughe, che tendono ad isolarsi contrattualmente; inoltre il CCNL consente di rendere collettiva e interrelazionata la diversificazione presente nel mondo del lavoro. Perché non accada una frantumazione pericolosa degli istituti contrattuali creando drammatici sfondamenti individualistici e scelte decomposte e unilaterali, è indispensabile riaffermare lo strumento del CCNL, affermandolo coerentemente verso un ruolo di composizione orientativa dei momenti contrattuali individuali.
Ma per rivitalizzare una simile politica è prima, necessario ricostruire un terreno dialettico, al di là di protagonismi esasperati e irrigidimenti demagogici.
È necessario opporre un fronte sindacale in grado di reagire positivamente alla saturazione contrattuale in atto, e per questo bisogna smuovere quella stasi di idee che il sindacato ha presentato in questo ultimo periodo. Infatti, una causa dei recenti immobilismi contrattuali si trova proprio in una sorta di appannamento della capacità di iniziativa e proposizione del sindacato, dando così il fianco, alla politica di delegittimazione svolta da tanti suoi interlocutori.
Il governo non può cessare di esser una parte di riferimento contrattuale perché i suoi compiti investono scelte i cui risultati si misurano direttamente negli equilibri della distribuzione delle risorse e dell'operatività delle garanzie sociali. Per questo una politica del lavoro non può che esser anche una politica di investimenti, dell'equità sociale, dell'efficienza socio-assistenziale.
Perciò una scelta politica efficace è ancora quella della politica dei redditi, ma è anche vero che occorre aggiornare questa strategia agli ultimi comportamenti imprenditoriali che sempre più privilegiano l'esclusione dello stato dalle loro scelte politiche.
Il ruolo confederale emerge, all'interno di una politica di rilancio del ruolo contrattuale, nel riferimento determinante al valore sociale del lavoratore. Questo deve diventare il referente ideologico per un'azione confederale che contratta nella politica dei salari anche la politica dei contenuti sociali, che saranno specificati nell'impegno per la qualità dello Stato e della sua efficienza, che salvaguardi l'equità distributive delle ricchezze e dei servizi.
Ciascuno di noi è consapevole che si stanno determinando oggi le condizioni che consentiranno il ruolo del sindacato nel futuro, perché sappiamo che il nuovo cui dobbiamo volgerci è già presente tra noi, non solo nelle strutture sociali ed economiche, ma già nei luoghi che frequentiamo.
Non si tratta dunque di un opera di divinazione per comprendere l'avvenire, si tratta invece di avere capacità, propositiva ed organizzativa, di assumere la realtà dei contenuti che essa presenta.
E per realizzare questa capacità una condizione che è assolutamente imprescindibile e preliminare è la necessità di rianimare il grado dialettico, conoscitivo e formativo dell'organizzazione sindacale.